“Brexit: la rabbia e la paura”, di Giovanni Taurasi

brexitQuando nel 2005 i referendum in Francia e Olanda bocciarono la Costituzione Europea, interrompendo un cammino lento che era cominciato mezzo secolo prima (grazie anche alla spinta di quei due Paesi), le classi dirigenti europee si sono avviluppate in una decennale discussione su revisione di trattati, accordi, patti (come sempre, anche in passato). Senza capire che non era più tempo di pause di riflessione e che un processo di nation-building ha una natura non solo istituzionale, ma anche sentimentale e andava rilanciato con un colpo di reni.

Parafrasando D’Azeglio, occorreva fare gli Europei dopo aver fatto l’Europa. E per farli occorreva che gli europei percepissero un interesse comune a stare insieme, al di là delle loro differenze. In fondo, per tornare ai tempi di D’Azeglio, c’erano più differenze culturali e linguistiche tra un bracciante padano e un pastore siciliano, di quante ce ne siano oggi tra un rumeno e tu che leggi questo post. E l’interesse comune era, ed è, quello di fronteggiare assieme la crisi più pesante mai vissuta dal dopoguerra ad oggi. Perché quando c’è una crisi (che a differenza della politica non fa pause di riflessione), e non ci si sente uniti e reciprocamente solidali, l’animo umano risponde, purtroppo, in modo molto semplice e meccanico, con un duplice sentimento di paura e di rabbia. La paura si manifesta per qualcosa, la rabbia contro qualcosa. Così abbiamo paura dell’altro (l’immigrato o il profugo) e siamo arrabbiati contro qualcosa che sentiamo distante, inutile, costoso e dannoso (l’Europa, che pretende perfino di vietarci di pescare vongole con una dimensione inferiore ai 25 millimetri). Una volta tutto ciò veniva risolto con una guerra. Nel resto del mondo continuano a fare così. Per fortuna in Europa, grazie proprio al cammino che abbiamo percorso fin qui, ciò non è più accaduto dal 1945 ad oggi. Ma se il cammino si interrompe definitivamente, non è detto che questo non possa riaccadere. Il referendum, per la sua natura, è lo strumento che può dare corpo a rabbia e paura, proprio perché chiede una risposta molto semplice, un sì o un no, ad una domanda, apparentemente, altrettanto semplice. Ofre una risposta, attenzione, non una soluzione. E la domanda vera del referendum non era: vuoi tu inglese uscire dall’Europa? La domanda vera era: a te inglese (oggi, forse domani italiano, francese, tedesco…) piace questa Europa? Se adesso, come nel 2005, le classi dirigenti europee faranno lo stesso errore, ovvero avvilupparsi in una discussione eterna su trattati e regole, senza rilanciare veramente le ragioni per stare assieme, tra pochi mesi quella domanda verrà riproposta altrove… con esiti analoghi.

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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3 risposte a “Brexit: la rabbia e la paura”, di Giovanni Taurasi

  1. Andrea ha detto:

    Sempre lucido e attento nelle analisi, complimenti.

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  2. Antonio Chiodo ha detto:

    Hai scritto delle buone considerazioni; riferendomi all’articolo di Polito sul Corriere di oggi la storia può fare, purtroppo, anche passi indietro; Voi che avete il dono della buona comunicazione non mollate affinché la storia, di cui noi tutti, volenti o nolenti, siamo protagonisti, possa andare nel verso giusto del progresso. Facciamoci gli auguri e buon lavoro

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  3. riccardopoma ha detto:

    Non credo commetteranno lo stesso errore perchè hanno paura, paura che l’Unione Europea si sgretoli. Lo possiamo vedere da come la Merkel abbia in fretta e furia allargato l’asse anche all’Italia. Perchè? Perchè la Francia di Hollande sta cadendo sotto i colpi di un fronte che si chiama National.

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