“Sul PD, sulle ipotesi di scissione, sulla politica” di Giovanni Taurasi

Logo_del_PDSeguo sempre più distrattamente le cose politiche e del PD. Come tanti. Tempo fa ho deciso di dedicarmi ad altre forme di politica, perché, come dissi in occasione delle mie dimissioni da Presidente dell’Assemblea e della Direzione provinciale del PD modenese, si può fare politica anche promuovendo valori, azioni e crescita civile e culturale in altri modi e forme. Non solo con riunioni di partito e nei partiti. Fuori dalle stanze di partito ci sono milioni di persone che lo fanno tutti i giorni (nel volontariato, nelle professioni, nel lavoro, nelle organizzazioni) e che andrebbero intercettate dalla politica. E devo dire che sto ricevendo molte più soddisfazioni in questo percorso, che per me resta tutto politico, perché mi occupo anche così della polis. Ma questi fantomatici venti di scissione nel PD mi hanno spinto a cercare di capire cosa stia succedendo. Perché resta il mio partito. Il partito a cui ho dedicato metà della mia vita di passione politica e militanza. Ho letto commenti di persone che stimo molto critici sull’intervista a Bersani a Floris. Ne ho letti altrettanti entusiastici da parte di altre persone, che stimo altrettanto. E questo mi ha indotto ad andarmela a recuperare in rete. E devo confessare che non mi sono riconosciuto nei primi e nemmeno nei secondi. Era una semplice intervista ad un leader della minoranza di un partito (critica nei confronti della maggioranza: ma avete mai letto cosa si dicano tra loro minoranza e maggioranza del Labour o dell’SPD?). Molte posizioni di Bersani non le condivido, ma è normale che le esprima. Come ho già scritto e detto più volte io sostengo l’azione di Governo. Anche se alcune cose non le apprezzo, in generale penso che questo Governo abbia fatto ripartire il Paese e un ciclo riformista. Ho già scritto che adesso il più grande errore di Renzi sarebbe di trasformare il referendum di questo autunno in un referendum su di lui, perché trasformerebbe una sfida win-win (banalmente perché oggi si può solo vincere se si propone agli italiani di ridurre tempi e costi della politica) in una sfida win-lost (perché, per un’eterogenesi dei fini, molte forze convergerebbero sulla sconfitta: oggi Renzi gode di un’area di consenso più ridotta rispetto all’area favorevole alle riforme). Allo stesso modo ho detto che il vero fallimento di Renzi è sul partito, non perché abbia un doppio incarico (che per me non è un problema), ma perché ritiene che oggi lo strumento partito sia tutto sommato marginale rispetto alla personalizzazione della politica che attraversiamo. Sbaglia anche qui, perché è vero che oggi contano i leader, la comunicazione, la personalizzazione, le azioni concrete di governo, ma non si è mai leader (in termini di consenso) in eterno. E nei momenti di deficit di consenso sono proprio i partiti a garantire che un esponente politico possa mantenere quel minimo di consenso per superare le fasi più critiche (e fu questa debolezza nel corpo dei partiti di maggioranza a determinare la crisi di Prodi e Veltroni, ad esempio). Per quanto riguarda le tensioni interne del PD vorrei dire che tra Ingrao e Amendola c’erano molte più differenze che tra D’Alema e Renzi, o tra Renzi e Bersani. Così come tra Dossetti e De Gasperi. O tra Pacciardi e La Malfa. E potrei andare avanti così. Perfino i liberali avevano posizioni diametralmente opposte al loro interno. Intendo i due liberali del tempo (non me ne vogliano). Eppure, queste coppie, stavano nello stesso partito e non si sono mai sognati di lasciarlo, nonostante le differenze tra i loro esponenti (perfino in con un sistema elettorale proporzionale). Differenze politiche intendo, perché sul carattere non saprei. A me, che in fondo sono pure simpatici entrambi, intendo Massimo D’Alema e Matteo Renzi, pare che anche ad arroganza viaggino pari. Nel senso che ne hanno entrambi in abbondanza. Ma restiamo alla politica. Nei partiti del passato si stava insieme anche se con idee molto diverse. Perché si condividevano progetti e ideali comuni. Ecco perché dal punto di vista politico non sarebbe comprensibile una scissione dentro al PD (anche qui: avete idea delle differenti posizioni che attraversano il Labour Party, nel quale convivono trozkysti e sostenitori della terza via di Giddens). Il problema è che oggi sono troppi coloro che stanno dentro ad un partito (vale per tutti, anche per quelli che non si definiscono partito) non perché condividano un progetto di trasformazione e ideali, ma perché attraverso la politica puntano ad esercitare un potere (o a sopravviverne ai margini). E dunque, anche se politicamente incomprensibile, la scissione diventa plausibile. Ma non parlatemi di un fatto politico. Perché non lo ritengo tale. Di tutta questa polemica che ancora oggi leggo sui giornali tra ‘dinosauri’ e ‘rottamatori’ ci sono un paio di cose che non mi tornano. I primi attaccano i secondi accusandoli di cambiare l’identità del partito. Ma non c’è nulla di male in un’identità che si trasforma. Anzi, è necessario. L’identità non è un concetto statico, ma mutevole. La mia identità non è e non può essere quella di vent’anni fa, e per fortuna, perché nel frattempo ho vissuto nuove esperienze e il mondo intorno e dentro di me è cambiato. I secondi attaccano i primi accusandoli di essere il passato. Ma non c’è nulla di male nel passato. Senza passato non ci può essere un presente e tanto meno un futuro. E ogni tempo vive di queste tre prospettive assieme.

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “Sul PD, sulle ipotesi di scissione, sulla politica” di Giovanni Taurasi

  1. Spirithorse ha detto:

    Non capisco perché la “nuova” dirigenza del partito abbia permesso tutto questo: allontanamento di tanti simpatizzanti (come me), disinteresse per l’organizzazione del partito e dei malumori della base, più o meno, storica: è una strategia? boh!
    Parlando d’identità: nonostante i cambiamenti del tempo, io mi riconosco ancora quando guardo la mia carta (d’identità); questo PD temo di no.

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