“Rubes Triva. L’intuito riformatore di un amministratore del dopoguerra” di Giovanni Taurasi

Rubes_Triva

14 anni fa scompariva Rubes Triva. Di lui conservo un bel ricordo personale. Per chi volesse sapere chi fosse (o solo approfondirne la storia politica) offro agli amici del blog il saggio che scrissi nel 2004.

 

 

Rubes Triva. L’intuito riformatore di un amministratore del dopoguerra

di Giovanni Taurasi

Ripercorrere la biografia politica di Rubes Triva significa perlustrare il lungo dopoguerra modenese e farne la storia dalla ricostruzione postbellica alla fine degli anni ottanta del secolo scorso. È una storia impervia che corre lungo i corridoi degli uffici pubblici, densa di tecnicismi burocratici, ma anche di grandi visioni politiche; una storia di difficile lettura, in virtù dei tortuosi atti amministrativi che la contraddistinguono, ma dotata anche di grande fascino, quando dall’azione amministrativa si enuclea la strategia politica che l’ha generata.

La vita di Triva, nato a Mantova il 16 febbraio 1921 e diplomato maestro elementare, risulta fortemente intrecciata con la storia delle amministrazioni locali modenesi: egli rivestì infatti nel corso del secondo dopoguerra incarichi istituzionali e politici di rilievo, sia negli enti locali principali della provincia modenese che a livello nazionale. Nel 1946 venne eletto in Consiglio Comunale, divenendo Assessore effettivo nella prima amministrazione elettiva guidata da Alfeo Corassori. Nel 1951 fu eletto in Consiglio Provinciale e divenne vice Presidente, carica che conservò anche nel mandato successivo fino al 1960. Contemporaneamente venne rieletto nel civico consesso del capoluogo nelle tornate amministrative del 1951 e 1956. Rieletto poi in Consiglio Comunale a Modena nell’autunno del 1960 divenne Assessore e, il 10 ottobre del 1962, Sindaco del capoluogo, carica che ricoprì sino al febbraio del 1972. Insieme agli incarichi amministrativi ricoprì anche incarichi di rilievo nell’ambito degli organi dirigenti federali e nazionali del suo partito, fino alla carica di membro del Comitato centrale del PCI. Nel 1972 venne eletto deputato per il Pci nella VI Legislatura. Rieletto nella VII (1976), VIII (1979) e IX (1983), fu deputato sino al 1987.

La sua prima esperienza amministrativa risale dunque già all’immediato secondo dopoguerra, quando come Assessore partecipò attivamente alla ricostruzione della città nella giunta guidata da Alfeo Corassori. Triva rappresentava il tipico caso di intellettuale presente nelle giunte dell’immediato dopoguerra: a fianco di donne, per la verità ancora poche, e uomini privi di esperienza politica e di estrazione sociale non elevata (operai, braccianti, mezzadri) che si erano distinti nel corso della Lotta di Liberazione, emergevano alcune figure intellettuali o legate al mondo delle professioni con rilevanti capacità politiche e gestionali. Tali Assessori affiancavano i Sindaci carismatici protagonisti della Resistenza. Se fra gli amministratori socialisti e democristiani si distinguevano sovente figure del primo dopoguerra, costrette a sospendere la loro attività nel corso del ventennio, il personale politico comunista non aveva avuto precedenti esperienze amministrative. Complessivamente si trattava di un ceto politico inesperto ed ignaro dei meccanismi di funzionamento della pubblica amministrazione, ma carico di grande volontà e animato da una profonda tensione politica, pronto ad imparare negli anni della ricostruzione la difficile arte dell’amministrazione pubblica. Lo ammetterà lo stesso Triva rievocando quei momenti in occasione del ventennale della civica assemblea:

 

“Impararono, questi neo Amministratori, leggi, regolamenti, norme, conobbero soprattutto quali erano le necessità dei cittadini, le loro esigenze, i loro bisogni, sentirono da vicino le aspirazioni e le rivendicazioni della gente semplice, dei reduci che tornavano, dei sinistrati e dei disoccupati”[i].

 

Triva costituiva indubbiamente un pilastro fondamentale della giunta di Corassori ai vertici del comune modenese fra il 1946 ed il 1951. Fra le opere avviate ed eseguite da quell’esecutivo, impegnato a dare risposte immediate alle emergenze della ricostruzione, vanno ricordate la costituzione dell’Ente autonomo dei consumi per provvedere al reperimento dei generi di prima necessità e calmierare i prezzi di mercato[ii], il piano di ricostruzione della città[iii], l’autodromo[iv], il padiglione per i malati cronici, l’inizio dei lavori del nuovo Mercato Bestiame, che si rivelò uno straordinario volano per l’economia locale, diverse opere di edilizia scolastica e civile[v], la ristrutturazione dei trasporti pubblici[vi]; ma si deve sottolineare anche l’impegno dell’amministrazione in tema di servizi pubblici come il servizio del gas e della nettezza urbana, l’istituzione delle colonie, l’avvio di alcuni cantieri importanti per le infrastrutture della città[vii].

Tutte queste realizzazioni ebbero soluzioni e iter amministrativi tormentati[viii]. Quando non si infrangevano contro inceppi burocratici, gli amministratori comunali si dovettero scontrare con l’ostilità degli organi tutori[ix], con i continui rinvii di delibere da parte della GPA[x], con l’inconsistenza dei finanziamenti statali[xi]. Esemplare il caso del nuovo policlinico; di esso si cominciò a discutere alla fine degli anni quaranta: dopo numerose iniziative di amministratori e parlamentari, sia della sinistra che democristiani[xii], esso venne inaugurato solo nel 1964 quando alla guida del comune c’era proprio Triva, divenuto Sindaco del capoluogo. Sono aspetti che evidenziano la qualità del rapporto che si instaura fra l’Amministrazione modenese e il Governo nazionale e che incidono negativamente sulle potenzialità del comune modenese per tutto il dopoguerra.

Casa, scuola, assistenza e investimenti produttivi costituivano i quattro pilastri dell’azione amministrativa di quegli anni.

All’epoca la finanza locale prevedeva la ripartizione tra spese obbligatorie e facoltative, distinzione soppressa solo alla fine degli anni settanta. Gli amministratori coevi si batterono per inserire tra le poste obbligatorie spese che l’autorità di controllo governativa riteneva invece fossero da attribuire alle spese facoltative[xiii]. Si intravede già dall’esordio di questi amministratori la volontà, non in sintonia con la politica nazionale, di trasformare l’ente locale in erogatore di servizi che al contrario la prefettura riteneva superflui e quindi da lasciare al solo intervento privato del mercato.

Esemplare il caso delle politiche per l’infanzia. I comuni modenesi, ed in primo luogo l’amministrazione del capoluogo, diedero vita ad un Consorzio volontario pro-infanzia per organizzare colonie marine e montane, istituirono servizi di medicina scolastica, iniziarono la grande battaglia per l’istituzione di scuole materne e di nidi ed iscrissero tutte queste spese tra quelle obbligatorie, suscitando gli interventi censori del governo e della prefettura.

Nel corso del mandato amministrativo 1946-1951, il Comune decise di realizzare il primo ‘quartiere artigianale attrezzato’ in località Madonnina, scontrandosi con l’assenza di strumenti legislativi adeguati. La legge urbanistica del 1942 prevedeva la possibilità di espropriare a costo di terreno agricolo aree dichiarate di pubblica utilità solo a condizione che fosse in vigore un piano regolatore generale trasformato in legge con decreto presidenziale, ma quello modenese venne elaborato nel 1953 e approvato solo nel 1965 sotto l’amministrazione di Triva. Nonostante ciò, venne realizzata un’area attrezzata per gli insediamenti artigianali e per le piccole industrie. Si trattava della prima iniziativa del genere intrapresa da un comune italiano e si basava su una lungimirante intuizione degli amministratori dell’epoca volta ad aggirare la speculazione edilizia e favorire al contempo l’avvio di nuove imprese di piccole e medie dimensioni. Imprese avviate da artigiani ed ex operai licenziati, spesso per motivi politici, dalle grandi imprese metalmeccaniche della zona. Nel 1953, l’amministrazione comunale acquistò un’area agricola nella vicina periferia, vi realizzò le opere di urbanizzazione, divise l’area in lotti e li vendette a piccoli imprenditori al prezzo del terreno agricolo gravato dei soli costi per gli oneri di urbanizzazione, aggirando così la speculazione edilizia[xiv]. Visto il successo dell’iniziativa l’area fu allargata successivamente. Il Comune svolse così i compiti di una sorta di ‘operatore immobiliare’ abbattendo la rendita. Ma soprattutto agì secondo una strategia che poco aveva a che fare con la tradizione comunista, e tanto meno con le realtà nelle quali il comunismo esercitava il potere, come nei paesi dell’est. L’azione degli amministratori dell’epoca si confrontava infatti con una società di mercato secondo una prospettiva riformista. Rimaneva formalmente in piedi il paradosso di una élite amministrativa che nei discorsi pubblici parlava ancora di un capitalismo destinato a crollare, ma nei fatti gli amministratori comunisti, in piena sintonia con gli alleati socialisti, agivano per riformare quel capitalismo che criticavano, non certo per abbatterlo.

Nel corso degli anni si dimostrò quanto il primo Villaggio artigiano, a cui ne seguiranno altri, avrebbe contribuito allo sviluppo notevole dell’economia modenese basata sulla piccola e media impresa.

La differenza di impostazione rispetto a zone industriali che nacquero negli anni successivi in altre città è rappresentato dagli interlocutori con i quali l’amministrazione volle dialogare. Nel caso modenese l’operazione venne rivolta ad artigiani e piccoli imprenditori[xv], mentre in altre aree del nord le zone industriali nascevano per dare collocazioni a grandi imprese.

Rubes Triva, dopo aver partecipato ai primi passi di quest’avventura quando svolgeva ancora il ruolo di assessore accanto a Corassori, partecipò in seguito alla discussione dallo scranno di Vice Presidente dell’Amministrazione provinciale. Il 10 giugno del 1951, contemporaneamente alle elezioni amministrative per il Comune di Modena, vi erano state infatti le prime elezioni per il Consiglio Provinciale che registrarono l’affermazione delle sinistre[xvi]: fu eletto Presidente della Provincia il socialista Gaetano Bertelli, mentre Triva divenne Vice Presidente, carica che mantenne fino al 1960.

Intervenendo al comitato federale del PC modenese del settembre 1954, Triva lamentava le carenze legislative in materia di villaggi artigiani e rimarcava le differenze fra le aree attrezzate che si stavano predisponendo a Modena ed altre esperienze in corso:

 

“mancano […] provvidenze di carattere finanziario nei confronti di questi artigiani; piccoli e medi industriali, mancano provvidenze di carattere fiscale nei loro confronti. Il problema è proponibile ed è proponibile sulla base di precise disposizioni di legge.”[xvii]

 

Triva, che rappresentava la voce più autorevole negli organismi dirigenti del PC modenese sulle materie amministrative, riferendosi agli atti legislativi che riguardavano le zone industriali di Bolzano, Ferrara, Marghera, Apuania e Verona, sosteneva che queste zone industriali erano

 

“uno degli infiniti strumenti attraverso i quali i monopoli italiani hanno creato degli strumenti legislativi atti a determinare condizioni di assoluto privilegio e di assoluto beneficio per alcuni gruppi monopolistici italiani”[xviii],

 

e ricordava come in queste realtà avessero sede aziende che godevano di grandi benefici, quali l’esenzione dal pagamento della ricchezza mobile, le facilitazioni nei trasporti e le agevolazioni sui dazi doganali d’importazione. La scelta dell’amministrazione di sinistra fu invece volta a non ostacolare lo sviluppo, anzi ad accompagnarlo e favorirlo attivamente, ma orientandolo in favore della piccola e media impresa.

Nelle politiche amministrative coeve ritroviamo il tema delle alleanze del partito comunista emiliano fra ceti subalterni e ceti medi, in linea con le posizioni espresse da Palmiro Togliatti nei suoi discorsi in Emilia[xix]. Un tema caro allo stesso Triva, come documenta il suo intervento al Congresso del PCI modenese del 1956, quando affermò che la via italiana al socialismo doveva tradursi “in una possibile alleanza permanente della classe operaia con i ceti medi della città e della campagna”[xx]. La proposta togliattiana è dunque ormai assolutamente interiorizzata dagli amministratori emiliani che la interpretarono come una scelta strategica irreversibile. Per dirla nuovamente con Triva, gli strati medi andavano considerati “non solo come degli alleati occasionali, ma come delle forze che, in forma permanente, possono contribuire alla costruzione di una società socialista”[xxi]. Un socialismo che non aveva nell’esempio sovietico il suo archetipo, ma casomai, inconsapevolmente, lo aveva alle socialdemocrazie nordeuropee.

Triva non si limitava dunque a portare la voce degli amministratori nelle sedi di partito, ma sollevava anche scottanti problemi politici, come avvenne in occasione dell’invasione d’Ungheria del 1956, fermamente condannata da Triva in una lettera trasmessa alla segreteria della Federazione comunista insieme ad altri compagni di partito. Triva chiese al partito una condanna “senza compromessi” dell’intervento repressivo delle forze armate sovietiche nei confronti di un movimento “tendente alla democratizzazione dello stato socialista ungherese”[xxii]. All’epoca ricopriva la carica di vice Presidente della Provincia e si può dunque immaginare la forte esposizione all’interno del partito alla quale andava incontro con una posizione così ferma.

Dal punto di vista amministrativo, è quindi negli anni 50 che si prendono iniziative di grande rilievo delle quali Triva è protagonista prima come braccio destro di Corassori e poi alla vice presidenza della Provincia: politiche delle aree con i villaggi artigiani, impegno sulla formazione professionale con la costruzione di una scuola provinciale, l’istituto Tecnico Industriale Provinciale per la chimica e l’elettronica “Enrico Fermi”, destinato a fornire quadri e figure tecniche alle imprese locali, infrastrutture e attenzione alle fonti energetiche con la costituzione, grazie all’ente Provincia, di due consorzi (uno per la Viabilità fra Provincia e Comuni[xxiii] ed un Consorzio per la distribuzione del gas metano). Con la delega sulla cultura, Triva si distinse anche nel sostegno alle attività artistiche del Teatro Comunale di Modena, ai corsi popolari di istruzione popolare, alla rete bibliotecaria modenese, a circoli e pubbliche istituzioni locali.

Nel 1957, in qualità di vicepresidente della Provincia con la delega sull’istruzione, Triva ebbe come detto un ruolo decisivo nella nascita dell’Istituto Fermi. La scuola sorse per rispondere alla grande esigenza di tecnici dell’economia e della società modenese che, a partire dagli anni cinquanta, attraversò una fase di grande trasformazione[xxiv]. I diplomati del Corni non erano sufficienti a rispondere a questa domanda diffusa e così maturò la decisione di un impegno diretto dell’Amministrazione Provinciale nell’avvio di una scuola, nonostante la Provincia avesse competenze solo in materia di arredi, materiale didattico, spese ordinarie e spese per il personale non docente. Ma l’istituzione del Fermi presentò anche caratteristiche innovative dal punto di vista degli indirizzi (chimica ed elettronica) e da quello sociale. I nuovi indirizzi erano infatti aperti anche alle ragazze, in un’epoca nella quale alle donne era preclusa di fatto la formazione tecnica[xxv]. Si trattò di un operazione costruita, in anni di grande contrapposizione politica ed ideologica, insieme alla minoranza presente in Consiglio provinciale, come conferma il voto unanime del Consiglio, e con l’appoggio del Provveditorato agli Studi e della Prefettura di Modena. Il dato conferma che la decisione, per certi versi inaudita, di un ente locale che avviava una scuola, aveva inizialmente ben poco di ideologico e non era dettata dalla volontà dell’ente locale rosso di assorbire funzioni in contrapposizione allo Stato centrale democristiano, ma rispondeva ad una reale esigenza del territorio modenese.

Coerentemente con tale impegno la Provincia di Modena negli anni cinquanta definì un organico Piano regolatore provinciale della Scuola strutturato su cinque, poi sei, circoscrizioni scolastiche. Le linee d’azione del piano di decentramento presentato da Triva prevedevano l’istituzione di sezioni di Istituti Professionali e Tecnici in tutti i comuni capo distretto, in modo da evitare un eccessivo pendolarismo e attenuare la grande pressione sul capoluogo. Inoltre la Provincia si impegnò nell’edilizia scolastica con la costruzione del nuovo Istituto Tecnico Commerciale Barozzi, stanziò il finanziamento per l’Istituto Corni, promosse la nascita a Finale Emilia di un Istituto per Periti Agrari.

L’obiettivo del Consorzio per la distribuzione del gas metano consisteva invece nell’abbattere, grazie al rilevante volume di acquisti, il prezzo del metano su tutto il territorio provinciale. La distribuzione del gas metano da parte del Consorzio avrebbe consentito di aggirare la politica dei metanodotti, legata alla presenza delle grandi industrie e sorda alle richieste delle piccole e medie imprese dislocate sul territorio emiliano ed in particolare modenese. Fu proprio Triva a guidare la battaglia per la costituzione del Consorzio, ostacolata dall’autorità di controllo fiancheggiata dall’Ente Nazionale Idrocarburi. Gli amministratori locali si scontrarono però con la politica dello Stato che assegnò all’Eni l’esercizio in monopolio degli idrocarburi della pianura padana, il trasporto degli stessi e la distribuzione alle grosse utenze industriali, trascurando di fatto la distribuzione del gas metano per il riscaldamento, le utenze domestiche, degli artigiani e delle piccole imprese[xxvi]. Insomma, il monopolio di Stato fece solo gli interessi della grande industria alla quale fu garantito metano a basso prezzo. L’ENI peraltro era molto diffidente sull’istituzione del Consorzio. Fu necessario più di un anno per ottenere l’approvazione del Consorzio da parte della GPA (mentre si persero 14 mesi per ricevere l’approvazione al Consorzio per la Viabilità minore[xxvii]), ed anche in seguito gli ostacoli opposti al loro funzionamento furono enormi. Ne dà conto lo stesso Triva che, insieme all’On. Dozza, tenne la relazione introduttiva ad un convegno regionale su Industrializzazione dell’Emilia Romagna e utilizzo del Metano. Triva era consapevole di quanto l’esistenza di grandi giacimenti metaniferi della pianura padana ed in particolare dell’area emiliano-romagnola non fosse sufficiente di per sé a promuovere un meccanismo di crescita economica di una regione ancora legata all’industria primaria e con una presenza di piccole e medie industrie significativa ma non ancora diffusa. Tuttavia riteneva che l’uso del metano come fonte energetica incentivasse le condizioni di sviluppo dell’industria locale in modo da elevare gli indici di occupabilità, favorisse una più diffusa distribuzione domestica e consentisse alle piccole e medie imprese di avere disponibilità di una risorsa che la politica dei prezzi dell’azienda di Stato sembrava precludere[xxviii].

Dalla ricostruzione di questi anni emerge dunque come, seppure la cultura autonomista non appartenesse al bagaglio genetico dei comunisti, una volta emarginate dal gioco politico nazionale col voto del 18 aprile 1948, le sinistre cominciarono a rendersi conto delle potenzialità del governo locale. Ricordava Rubes Triva a questo proposito pochi anni fa:

 

“Dopo il ’48 dovemmo constatare che i comuni erano l’unica sede in cui i comunisti potevano esprimere una politica di governo nell’interesse delle masse popolari, ma che in tempi ravvicinati, non era realistico ipotizzare di poter fare altrettanto a livello nazionale”[xxix].

 

Il tema dell’autonomia e del decentramento dei poteri diventò centrale nelle azioni, e nelle rivendicazioni, degli amministratori socialcomunisti. Le sinistre interpretarono l’ente locale come un ente politico, fortemente interventista, anche a costo di farne crescere l’indebitamento.

Va detto che nella pratica quotidiana alcune volte le differenze con la minoranza democristiana sfumavano e spesso scomparivano nelle nebbie di fumosi ed aspri dibattiti ideologici. Lo ricordò lo stesso Triva, in occasione della medesima intervista[xxx].

In generale però, relativamente alle politiche di spesa, le politiche delle amministrazioni progressiste e moderate divergevano. A fronte dell’impegno dei moderati nel controllo della spesa, nel risanamento finanziario del comune e nella politica attenta e parsimoniosa di contrazione dei mutui, i comuni modenesi finanziavano il loro interventismo municipale con il ricorso all’indebitamento fino a teorizzare il deficit spending come asse portante del governo locale. Il governo locale era diretto a dotare la città di infrastrutture e servizi che essa non avrebbe avuto col solo intervento del mercato[xxxi]. L’amministrazione socialcomunista modenese vedeva nel bilancio in passivo una strategia politica, interpretando l’indebitamento come disavanzo sociale.

Dopo dieci anni di governo degli enti locali Rubes Triva ricordava ad una platea di amministratori comunisti che la predisposizione dei bilanci non doveva essere dettata da “preoccupazioni contabili”:

 

“A me sembra che nella politica della spesa, e nella politica dell’entrata noi dobbiamo portare avanti la [nostra] politica quale che sia e quali che siano le risultanze contabili di bilancio”[xxxii].

 

L’azione di amministratori lungimiranti come Triva deve dunque essere inquadrata nel contesto nazionale e nel quadro degli orientamenti politici delle sinistre del tempo.

Quando Rubes Triva, poche settimane dopo le elezioni del 1956, presentò al comitato federale del suo partito un bilancio dell’azione svolta dai comunisti modenesi negli enti locali, ne rintracciò i legami con la battaglia condotta a livello nazionale dal Pci per l’attuazione della Carta Costituzionale. I principi di autonomia sanciti dal documento fondante della Repubblica italiana non erano stati compiutamente realizzati. Le politiche delle sinistre al governo degli enti locali, sosteneva Triva già mezzo secolo fa con straordinario anticipo rispetto alle culture politiche coeve,

 

“devono essere considerat[e] nel quadro dello schieramento generale delle forze democratiche che si battono in Italia per un governo nuovo e per una politica nuova, come strumenti di attuazione di una politica democratica e come strumenti di una rivendicazione democratica nel paese”, e continuava affermando che gli enti locali dovevano “essere considerati come il terreno sul quale le forze popolari riescono a dare un contenuto nuovo alla politica locale nei confronti dei problemi di fondo e delle esigenze delle grandi masse popolari e devono essere considerati strumenti di una rivendicazione politica democratica di fondo nella vita del paese” [xxxiii].

 

Volgendo lo sguardo indietro verso i dieci anni trascorsi alla guida degli enti locali, Triva s’interrogava su quanto fosse stato efficace per i comunisti questo duplice impegno, rivolto da un lato a soddisfare le esigenze delle masse popolari e dall’altro a modificare gli orientamenti del Governo nazionale mettendo in campo politiche alternative. Ma proprio su questo secondo aspetto Triva rilevava i limiti dell’azione di governo locale: l’opera di sollecitazione nei confronti del Governo centrale perché si istruissero le politiche di riforma strutturale necessarie al Paese non era risultata sufficientemente efficace. Secondo Triva la lotta per l’autonomia degli enti locali venne condotta troppo spesso per ottenere una maggiore capacità di risposta alle esigenze pressanti della popolazione, mentre veniva sottovalutato l’aspetto politico di queste rivendicazioni; si trascurava cioè, per dirla con le sue parole, il profilo “strutturale di fondo che apre prospettive politiche nuove nella vita del Paese”[xxxiv], sacrificando “sull’altare della realizzazione immediata qualche nostro principio fondamentale di politica democratica”[xxxv].

Triva portava un esempio illuminante rispetto al senso della battaglia per l’autonomia da condurre. Rilevando quanto la sinistra modenese si fosse impegnata per ottenere un tracciato favorevole dell’autostrada Milano-Bologna-Roma a fronte di un impegno più limitato sul progetto di Longo per l’esenzione del vino dall’imposta di consumo, Triva sottolineava come il tracciato autostradale fosse un problema rilevante e di grandissima importanza, ma fosse altrettanto urgente la questione tributaria. Così, nel bilancio di fine mandato del 1960, Triva in un editoriale su “La Provincia” sottolineava che, “se un’amministrazione democratica riducesse tutto il suo impegno all’asfalto delle strade, compirebbe azione destinata a fallire gli obiettivi fondamentali del rinnovamento democratico del nostro paese” e lamentava come vi fosse una enorme sproporzione nel “rapporto fra capacità di intervento e la dimensione del bisogno”[xxxvi], a causa della mancata realizzazione dei principi autonomistici previsti dalla Costituzione.

Emergeva la differenza fra una concezione dell’autonomia comunale come possibilità di governare la realtà locale secondo la propria volontà (e quindi predisponendo un programma sulla base del quale stabilire delle priorità di governo, accertare le risorse, deliberare le azioni amministrative adeguate per realizzarle), ed un’idea del governo dell’ente locale ridotta al semplice negoziato con il centro statale per ottenere erogazione di risorse, sussidi e stanziamenti straordinari[xxxvii].

Agire dentro l’orizzonte segnato da quest’ultima prospettiva significava avere un’idea prettamente assistenziale del governo locale, mentre a parere di Triva non si doveva cercare il negoziato col centro su questioni particolari, ma modificare il rapporto fra centro e periferia: esemplare appunto l’azione tesa ad esentare dalle imposte di consumo i generi di più largo consumo popolare, recuperando tale perdita applicando supercontribuzioni sui generi di lusso. Contro questi provvedimenti non a caso intervenivano le autorità statali di controllo impegnate a soffocare ogni barlume di autonomia locale, rinviando le delibere relative poiché esse stravolgevano i tradizionali assetti fra centro e periferia e ne modificavano la sostanza.

Dopo dieci anni di lotte contro il secolare centralismo italiano, Triva, ricordando come fosse sempre rimasta inevasa la richiesta di una nuova legge comunale che esaudisse quei desideri di autonomia sanciti dalla Costituzione, affermava a metà degli anni cinquanta:

 

“Ed oggi ancora, non solo l’autonomia non ha trovato leggi codificatrici, né la libertà dei Comuni e la dignità degli amministratori hanno trovato il riconoscimento e la tutela che prescrive la legge della Repubblica; oggi non solo è con la legislazione della dittatura che si vorrebbe regolare la vita dei Comuni e degli Enti locali, benché restituiti agli organi rappresentativi della volontà popolare; oggi c’è anche la ricerca minuziosa, capziosa, cavillosa di ogni norma, di ogni inciso della legge condannata, di ogni precetto, anche se caduto in disuso, solo che serva a comprimere la vita locale, a svuotarla di contenuto, a negare alle rappresentanze reali il diritto di essere le rappresentanze legali dei cittadini. […] Ed a questo tendono l’attuale disobbedienza costituzionale, gli interventi, gli ordini, le nomine dei commissari, la modificazione degli statuti, l’imposizione di appaltatori in servizi che sono prerogativa dei Comuni, le sospensioni dei sindaci, i giudizi per responsabilità contabile, le ispezioni a catena, i tagli di bilanci, gli annullamenti delle delibere”[xxxviii].

 

La normativa centralistica e vincolistica del paese, la complessità delle regole del gioco politico, la disperata necessità di inserirsi nella fitta trama di relazioni fra centro e periferia per accedere al mercato delle risorse statali, avevano costretto gli amministratori locali ad adeguare il loro metodo di governo e ad instaurare rapporti utili con un centro nazionale, nonostante le parti nutrissero profonde diffidenze reciproche.

L’ostilità fra i due poli del binomio centro-periferia trasformerà il ceto politico locale, lo spingerà a dedicarsi maggiormente al negoziato con le istituzioni statali e ne accentuerà le capacità di imprenditore[xxxix] politico teso a sfruttare al massimo le potenzialità della collaborazione con lo Stato centrale.

Alla 2° Conferenza d’Organizzazione della Federazione comunista modenese Rubes Triva, pur riconoscendone le ragioni, criticava appunto questo atteggiamento in virtù del suo profondo sentimento autonomistico:

 

“è mancato da parte delle amministrazioni comunali la denuncia dell’opinione pubblica degli ostacoli che vengono alle realizzazioni di una politica democratica […] Ad un certo momento nello sforzo di volere realizzare certi obiettivi di fronte alle resistenze delle autorità prefettizie i compagni stessi invece di chiamare a raccolta le masse popolari hanno avuto la tendenza di rinunciare […] C’è invece la tendenza di ricercarne la soluzione possibile attraverso quelli che sono [le] forme della burocrazia statutaria e i funzionari di Ministeri. Queste sono le forme che sono state ritenute le più adatte. In fondo a questa insufficienza politica però c’è una profonda aspirazione di realizzazione. [Dietro] a questo tentativo di sfuggire alla denuncia pubblica di questi ostacoli che vengono frapposti alla realizzazione di una politica democratica, c’è dall’altra parte una determinata volontà di realizzare”[xl].

 

L’onnipresenza dell’ente locale guidato dalle sinistre si spiegava dunque con la volontà degli amministratori di trasformarlo in soggetto politico capace di interloquire con lo Stato nazionale, pur non identificandosi nei suoi indirizzi.

Dalla diversa interpretazione del ruolo dell’ente locale discendeva una divaricante concezione della sua natura. Se l’ente locale doveva essere un soggetto che istruiva politiche locali anche non omogenee rispetto a quelle di indirizzo nazionale, assolvendo compiti che altri livelli istituzionali trascuravano, e lo faceva persino a costo di caricare sui propri bilanci pesanti indebitamenti, allora è evidente che esso assumeva un ruolo squisitamente politico, alcune volte anche in totale contrasto con le istituzioni nazionali e con le direttive da esse emanate.

Al contrario, chi guidava una Provincia o un Comune limitandosi all’amministrazione del bene pubblico – procacciando risorse utili allo sviluppo della comunità locale – interpretava ovviamente il suo ruolo di governo secondo un profilo politico (la scelta delle priorità fra le azioni amministrative da intraprendere è di per sé una scelta di carattere politico), ma non riconosceva all’ente che dirigeva la natura di ente politico autonomo, bensì di semplice organo amministrativo. L’agire politico di Triva apparteneva decisamente alla prima opzione, più propriamente autonomistica. Si tratta di una strategia amministrativa che riecheggiava le battaglie del municipalismo socialista di inizio secolo.

Al quarto congresso provinciale del Pci modenese, Rubes Triva, davanti ad una platea piena di amministratori, ricordava proprio l’esperienza del socialismo riformista di inizio secolo, paragonandola con il governo locale dei socialcomunisti nel secondo dopoguerra, evidenziando come da un lato

 

“c’è stata […] la tendenza di ritenere che sia possibile instaurare una nuova democrazia nel nostro Paese, attraverso […] una forma di socialismo municipale o di socialismo comunale”[xli], d’altro lato c’è stata la tentazione “di ritenere inutile ogni attività comunale […] se non si ha nelle mani la direzione del Paese. Entramb[i] questi giudizi sono errati”[xlii],

 

e concludeva affermando che le municipalità sono una forma di potere ed è possibile, partendo da questo potere, arrivare a forme nuove di democrazia. In coerenza con la sua opera di amministratore, dunque, Triva recuperava una grande esperienza riformista quale fu quella dei socialisti in epoca liberale. A questa tradizione Triva si richiamava più volte nei suoi discorsi pubblici e nelle sedi di partito.

Sotto questa luce va ricordata la battaglia condotta da Triva in qualità di vice Presidente della Provincia per modificare il rapporto fra membri elettivi e membri di nomina prefettizia dell’organo di controllo (la GPA). I decreti prefettizi contrari ai provvedimenti presi dalla Provincia per favorire la quota elettiva vennero impugnati dal Consiglio provinciale producendo l’ennesimo ricorso gerarchico al Ministero dell’Interno[xliii]. Il ricorso dell’Amministrazione destò parecchie preoccupazioni negli uffici ministeriali, poiché, se fosse stato accolto, avrebbe significato che tutte le GPA d’Italia erano illegittime. In quell’occasione Triva sottolineò come

 

“nelle due interpretazioni vi sia un problema di fondo. V’è da una parte un organo collegiale che sostiene la legittimità delle norme che prescrivono la prevalenza della rappresentanza elettiva sulla rappresentanza di diritto nello spirito della Costituzione e delle leggi che regolano per espressa dichiarazione e per espresso riconoscimento dei massimi organi della giustizia amministrativa la vita dei Consigli Provinciali, e vi è dall’altra parte l’interpretazione restrittiva accentratrice, la vecchia impostazione del T.U. del ’34, che vuole il numero dei membri elettivi in minoranza nei confronti di quello dei membri di diritto”[xliv].

 

Il prefetto annullò le delibere e l’Amministrazione provinciale modenese fu costretta a cedere, ma indubbiamente la vicenda attesta l’impegno di Triva contro il centralismo statale. Emergono posizioni autonomiste che solo alla fine degli anni novanta del novecento sono diventate patrimonio condiviso delle forze politiche.

A fianco della battaglia per le autonomia, altro tema caro a Triva fu indubbiamente quello della finanza locale, peraltro strettamente connesso con quello di un maggior decentramento di poteri. In comune Triva aveva ricoperto le deleghe relative ai tributi e la materia finanziaria rappresentò per lui uno dei temi più cari. Gli sforzi per rendere il più possibile progressivo un sistema fiscale arretrato ed iniquo caratterizzò infatti tutta la sua azione amministrativa.

Dalla lettura delle vicende di quegli anni emerge come la democraticità ed equità del sistema fiscale non fosse perseguita dalle sinistre semplicemente attraverso la modifica delle tariffe (rese il più progressivo possibile con una modulazione delle aliquote), ma anche cambiando il metodo di riscossione, gestito in economia anziché in appalto, in modo da eludere l’aggio.

Lo sottolineerà proprio Triva dichiarando che

 

“Occorre ricordare sempre il principio fondamentale: non esiste sistema tributario giusto od ingiusto; tutto dipende dal modo in cui viene applicato”[xlv].

 

Triva si riferiva alla discussione parlamentare sui provvedimenti in materia di finanza locale:

 

“Un sistema tributario segue sempre un sistema politico ed è conseguenza di un determinato regime sociale. Quello attualmente vigente- con tutta la sua impalcatura burocratica – è stato creato dalla borghesia per esercitare – anche in questo campo – il suo predominio politico”[xlvi].

 

È su questa analisi che poggiava la posizione del Pci contraria al progetto di legge di Vanoni. Per Triva

 

“Questo nuovo sistema fiscale che si vuole infatti instaurare non gioverà a cambiare nulla se sarà controllato nella sua esecuzione dalla vecchia burocrazia statale instaurata dalle vecchie classi dirigenti, nata per sanzionare la forma tipica dell’evasione fiscale dei grandi redditi”.

 

Con le elezioni amministrative del 1960 Triva lasciò l’Amministrazione Provinciale e venne rieletto in Consiglio comunale e nominato Assessore. Il 10 ottobre del 1962 diventò sindaco del capoluogo, carica che ricoprì sino al febbraio del 1972. La scelta di chi avrebbe dovuto ereditare il ruolo di Corassori non era scontata, ma avvenne dopo una “vivace” discussione interna del partito di maggioranza relativa[xlvii]. Probabilmente pesavano sulla candidatura di Triva le valutazioni interne del partito che lo descrivevano come un accentratore nel lavoro e con alcune difficoltà a “legarsi alle masse”. Va detto che si trattava di un problema comune a molti amministratori più giovani che non godevano del carisma dei primi amministratori provenienti dalla lotta partigiana e scontavano qualche limite nei rapporti con i cittadini. Ne dà conto proprio una sua lettera al segretario del PCI modenese nella quale Triva esprimeva la sua preoccupazione relativamente ai non buoni rapporti che i dipendenti della Provincia lamentano nei confronti degli amministratori[xlviii]. Nel corso del suo mandato in Provincia, e poi nel decennio da Sindaco del capoluogo, si impegnerà peraltro con successo proprio per superare quei limiti iniziali legati al rapporto con i cittadini e con i dipendenti pubblici: oggi, nella memoria dei modenesi, è ritenuto uno degli amministratori più disponibili al confronto ed all’ascolto[xlix].

Nonostante alcune riserve, prevalsero dunque altre valutazioni nella scelta del successore di Corassori, ossia doti possedute da Triva come la “viva intelligenza” e la “prontezza”, lo “spirito di sacrificio indiscutibile” e i “buonissimi risultati del suo lavoro di amministratore”.

La società modenese nel corso del quindicennio postbellico aveva attraversato una fase di grande trasformazione economica, sociale e demografica. Il Comune contava circa 140 mila abitanti, la zona urbana si era allargata notevolmente e le profonde trasformazioni della composizione sociale dei modenesi avevano influito sulla tendenza, ormai inarrestabile, all’ampliamento del centro residenziale ed in qualche caso all’estensione delle frazioni. Era necessario adottare nuove misure che varcassero la soglia della “buona amministrazione” e delle necessarie risposte alle emergenze della ricostruzione. Ci si doveva misurare con un contesto sociale radicalmente diverso da quello di pochi lustri precedenti.

Triva appare agli organi dirigenti del PC modenese, che aveva gestito la selezione del candidato in pectore di concerto con gli organi nazionali, la persona più adatta a ricoprire tale ruolo. Si apre un decennio caratterizzato dal boom dei consumi e da un forte protagonismo dell’ente locale impegnato nel rispondere alle nuove domande di una popolazione in continua crescita (dal 1961 al 1971 i residenti passarono da 140 mila ad oltre 170 mila). Muta ulteriormente in questi anni la struttura demografica e socioeconomica, con l’ingresso impetuoso delle donne nel mercato del lavoro e la presenza diffusa di nuovi immigrati. Diventa urgente affrontare la domanda di nuovi nuclei famigliari che non possono più contare sulle reti parentali caratteristiche della famiglia contadina allargata come accadeva negli anni cinquanta[l]. Sono gli anni dell’utopia, come li ha definiti Stefano Magagnoli[li], nel corso dei quali le politiche sociali del comune modenese si dispiegano ora a tutto campo in nuovi settori (cultura, spettacolo, sport, socialità) e si intensificano nei settori tradizionali, come la sanità e l’assistenza all’infanzia (con l’istituzione di decine di nuove sezioni di scuole per l’infanzia), gli anziani e la casa, fino all’impegno per la realizzazione della Facoltà di Economia e Commercio nel 1968 grazie all’azione di Provincia, Comune e Camera di Commercio.

L’amministrazione Triva si impegnò a fondo poi per rilanciare la vita culturale del capoluogo investendo in particolare sul ruolo del teatro con l’organizzazione di importanti iniziative[lii].

Proprio mentre si apprestava a sostituire Corassori al vertice del Comune, Triva in qualità di Assessore svolse una relazione alla Conferenza Comunale sulla scuola del 1962 nella quale illustrò la volontà dell’amministrazione comunale di dare risposte alle nuove domande della società modenese, anche quando le competenze sarebbero spettate ad organi superiori eccessivamente latitanti. Triva, proseguendo nel solco della sua precedente attività amministrativa, riteneva invece che si dovesse superare la tendenza a “delegare superiormente” compiti che invece il comune doveva affrontare direttamente. Al centro del suo intervento il problema della scuola e della formazione, proprio nell’anno cruciale del 1962 che vedeva nascere la scuola media unica. Anticipando l’impegno del comune che caratterizzerà tutto il decennio delle sue amministrazioni, Triva sottolineava la necessità di istituire nuove scuole materne, ma non tralasciava di occuparsi anche degli altri ordini di scuola, spingendosi perfino a sostenere che, davanti alla necessità di un Istituto Magistrale, qualora l’intervento dello Stato non si fosse manifestato, il Comune doveva prendere in considerazione l’ipotesi di un intervento analogo a quello dell’Amministrazione Provinciale con l’istituzione del Fermi[liii].

Parafrasando lo slogan del riformismo anglosassone che accompagnava i cittadini dalla “culla alla tomba”, Triva prefigurava un ruolo del comune capace di seguire “l’individuo dal momento del concepimento al termine della vita ed in una visione globale dei problemi dell’uomo”[liv].

Con Triva salì ai vertici dell’amministrazione modenese un ceto politico cresciuto all’ombra dei protagonisti della Resistenza. Una generazione maturata negli anni della ricostruzione ed istruita alle scuole di partito. Con loro l’azione amministrativa perse alcuni caratteri di episodicità che la contraddistinguevano, seppure in un quadro di risultati molto positivi e propedeutici all’azione amministrativa successiva. La settorialità delle amministrazioni precedenti, dettata dalla necessità di dare risposte immediate alle emergenze del dopoguerra, poteva finalmente essere superata. Le giunte di Triva pianificarono e programmarono politiche a medio e lungo termine capaci di accompagnare e sostenere la rapida trasformazione della città. Il processo di rinnovamento delle classi dirigenti locali caratterizzò un po’ tutto il territorio regionale agli inizi degli anni Sessanta. La vecchia guardia dei sindaci della Liberazione, che pure ha avuto un ruolo determinante nella preparazione di amministratori della generazione di Triva, mostrava crescenti difficoltà a comprendere le necessità di città che si trasformavano così rapidamente e faticava a progettare soluzioni adeguate ai nuovi bisogni di società sempre più complesse.

L’apice della riflessione sul nuovo ruolo che il comune doveva svolgere viene individuato nel Piano regolatore. Triva eredita e porta a compimento il tormentato iter del PRG, avviato nel 1953 ed approvato definitivamente nel 1965[lv]. Il suo travagliato parto è parecchio significativo di quanto permanga, nelle relazioni con le autorità di controllo e con gli organi statali, una situazione di tensione fra il centro e la periferia rossa.

L’assetto urbanistico sotto l’amministrazione Triva fu ripensato per consentire una maggiore integrazione fra i villaggi artigiani e le principali arterie di comunicazione. L’amministrazione comunale progettò la realizzazione di una nuova grande circonvallazione di scorrimento.

Il comune, sulla scorta dell’esperienza precedente, predispose altre due nuove aree attrezzate da mettere a disposizione dell’imprenditoria locale. Il secondo villaggio venne localizzato a Saliceto Panaro (Villaggio Modena Est, i cui lavori vengono avviati nel 1962, l’anno del passaggio del testimone fra Corassori e Triva). A dieci anni dalla nascita del Villaggio della Madonnina, ora l’esperienza acquista i connotati di una scelta più consapevole e meno sperimentale. Essa fu perseguita in stretto rapporto con le categorie sociali: la concertazione, per usare un termine attuale, con un tessuto associativo ormai molto fitto è infatti una delle caratteristiche delle amministrazioni guidate da Triva negli anni sessanta. Due anni dopo, questa volta a nord-est della città, il comune iniziò la realizzazione del terzo villaggio artigiano, il Villaggio Torrazzi che venne completato nel 1972.

È dunque in questa prospettiva meno frammentata e più organica che il Comune proseguì il suo interventismo[lvi], mentre continuò la battaglia per le autonomie locali, proprio alla vigilia della nascita dei nuovi enti regionali. Il nesso tra autonomia e riformismo che caratterizza tutta la biografia politica di Triva si conferma ancora assolutamente inscindibile; l’ente locale assume le vesti di ente di governo autonomo, capace d’incidere sulla fisionomia dello sviluppo territoriale.

 

Bisogna allora che ricerchiamo insieme – dichiarò nel 1964 il sindaco Triva – il momento della unità sul valore e sul peso dell’istituto comunale; sul suo ruolo, sul suo diritto-dovere di essere momento primario di elaborazione di una politica che contribuisca di livello in livello dal comprensorio alla Regione e dalla Regione allo Stato, a formare scelte economiche e piattaforme di programmazione democratica. Di un ente locale che, alla periferia, è preposto ad attuare quelle scelte e quei programmi adattandoli e verificandoli nella concreta realtà umana, sociale ed economica di tutto il paese[lvii].

 

È dunque negli anni sessanta che il Comune diventa il perno di un sistema di potere fortemente concertato fra istituzioni pubbliche, associazioni di categoria, imprenditoria diffusa, singoli cittadini[lviii]. Le modalità con cui sono stati avviati gli atti amministrativi principali testimoniano la volontà degli amministratori dell’epoca di costruire percorsi e azioni condivise. Il frutto di questo approccio è rintracciabile anche nella decisione di istituire nella seconda metà degli anni sessanta i Consigli di quartiere e la volontà di dare sostanza a nuove forme di democrazia nel decennio caratterizzato dall’affermazione di un forte desiderio di partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Si trattava di una delle prime esperienze di questo tipo in Italia, realizzata nonostante la contrarietà degli organi governativi.

L’ente locale modenese esercitava addirittura funzioni mediatrici pseudo-sindacali. Diverse vertenze sindacali trovarono nel consiglio comunale un luogo di dibattito fra le forze politiche locali. Ricordava Triva:

 

“Non esisteva lotta – dalle lotte mezzadrili dell’immediato dopoguerra, ai licenziamenti nelle fabbriche, alle serrate della Valdevit, della Padana, della Crotti – che non vedesse protagonista anche il consiglio comunale”[lix].

 

L’amministrazione Triva intervenne negli anni sessanta a tutto campo per supplire all’azione di altri livelli istituzionali o per coprire i vuoti lasciati dal mercato: dagli interventi per la casa all’avvio del Piano per l’edilizia economica e popolare del 1964, fino alla costituzione di un vero e proprio “demanio comunale” che si rivelò un efficace strumento per calmierare la speculazione fondiaria; un’azione che se nel breve periodo comportò oneri notevoli per le finanze pubbliche, in prospettiva produsse straordinari effetti benefici in tutta la società locale, promuovendo risparmio e soddisfacendo la crescente domanda abitativa[lx].

 

Il costo della casa – scriveva il sindaco Triva – è una delle componenti più serie nella determinazione del salario indiretto; apre il discorso sulle presenze monopolistiche nel settore come il cemento e ripropone il tema dell’abitazione come servizio sociale[lxi].

 

Anche l’idea tradizionale di assistenza subisce una radicale trasformazione nel decennio in corso, con lo sviluppo di una moderna politica dei servizi sociali che si dipana su più campi: diritto al lavoro, all’istruzione, all’aggregazione ricreativa, alla casa, alla tutela della salute, alle stesse opportunità culturali. Ne rimane traccia in alcune realizzazioni volute da Triva: nel Festival nazionale del libro economico, nell’obiettivo di realizzare una rete di biblioteche ramificata in sedi decentrate sul territorio e nella costituzione dell’Ater. Assistiamo ad una vera e propria svolta culturale nell’approccio del comune modenese al tema dei servizi sociali che accompagna le trasformazioni sociali in corso: scuola dell’infanzia, asili nido, servizi per l’infanzia costituiscono così la risposta che l’amministrazione comunale offre alla crescita esponenziale di occupazione femminile.

Il Comune modificò anche l’approccio alle politiche per gli anziani, con il superamento della vecchia idea fondata sull’esclusiva realizzazione di strutture residenziali a favore di nuove forme di intervento, che vanno dalla predisposizione di piani per l’assistenza domiciliare agli interventi a favore dei nuclei familiari di anziani, fino al sostegno allo sviluppo della rete di polisportive modenesi, fondamentali luoghi di socializzazione e aggregazione per una fascia di popolazione che rischiava l’emarginazione sociale.

Viene cioè superato quell’approccio “caritatevole” che aveva caratterizzato le azioni di assistenza nel primo quindicennio repubblicano per passare ad un nuovo modo di intendere i servizi sociali che poggia ora sul riconoscimento di veri e propri diritti di cittadinanza[lxii].

L’azione amministrativa delle giunte guidate da Triva si inquadra inoltre in un processo di trasformazione sociale e di grande partecipazione politica, frutto della stagione dei movimenti di fine anni sessanta. L’amministrazione Triva interpretò questa prospettiva politica, elaborando un’idea di città decentrata, ‘democratica’, capace di dare vita a un modello sociale coeso e solidale basato sui diritti dei cittadini alla partecipazione attiva e reale alle decisioni pubbliche.

In questo contesto nasce il grande impegno per il decentramento democratico. La realizzazione dei quartieri rappresentava un’idea di politica dal basso che si opponeva al tendenziale accentramento burocratico della pubblica amministrazione ed era diretto, per dirla con le parole di Triva nel 1969, “a costruire e a conquistare un’organizzazione del potere e una democrazia nella quale gli aspetti formali non siano […] semplice copertura di sostanze nient’affatto democratiche”.

Nel 1972 Germano Bulgarelli, già assessore nella precedente giunta, subentrava a Triva. L’amministrazione comunale prosegue nel solco delle strategie amministrative delineate nel corso degli anni sessanta: le politiche programmate nel precedente decennio vengono adeguate alla nuova fase storica, ma rimane costante la strategia di fondo volta ad ampliare la sfera dei diritti dei cittadini. Fra gli anni sessanta e settanta si avviarono infatti scelte e politiche che ancora oggi caratterizzano il comune modenese.

Triva viene eletto deputato per il Pci per quattro legislature, sino al 1987. Per la grande competenza acquisita come amministratore (ha anche fatto parte della presidenza dell’Anci), si occupò per il Pci di enti locali come deputato[lxiii], fu Questore della Camera fra il 1983 e il 1987 e svolse le mansioni di vice responsabile degli enti locali a livello nazionale per il suo partito. Gli atti della Camera dei Deputati testimoniano il suo impegno in Commissione Bilancio contro i decreti legge che, alla fine degli anni settanta, procrastinavano la soluzione dei problemi dei comuni facendoli naufragare nella crisi della finanza locale. Fra le altre cose fu anche il protagonista, come primo firmatario e poi come relatore per il PCI, del disegno di legge di istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Sostenne con forza nei suoi interventi una riforma degli enti locali che sancisse l’autonomia proclamata dalla Carta Costituzionale: fu in particolare primo firmatario della riforma delle autonomie locali destinata a tradursi in Legge solo con la 142 del 1990. Ma si segnalano anche iniziative volte alla salvaguardia dell’ambiente (fra le altre cose si impegnò contro il disegno centralistico sotteso alla Legge per la Salvaguardia di Venezia del 1973). Proseguì anche in sede parlamentare il suo impegno per la cultura con la presentazione, come primo firmatario nella Legislatura 1972-1976, di una proposta di Legge per un nuovo ordinamento a sostegno del teatro di prosa.

Triva ha ricoperto inoltre la carica di Presidente della Federambiente dal 1987 al 1993, contribuendo in modo decisivo all’affermazione ed allo sviluppo dell’associazione nei campi della gestione dei rifiuti e dell’igiene ambientale in Italia.

Anche negli incarichi nazionali non trascurerà però mai la sua città, come dimostrano le numerose iniziative in cui si è impegnato da parlamentare: ancora oggi Triva è ricordato come esempio di figura pubblica capace di coniugare visione politica e capacità amministrativa.

 

[i] Discorso celebrativo del Sindaco Rubes Triva, Modena, Sala del Consiglio comunale, 20 aprile 1966.

[ii] L’Ente, costituito il 17 ottobre 1946, rimarrà attivo fino al 15 settembre 1947.

[iii] Fu il principale strumento di programmazione urbanistica fino al varo del PRG che come vedremo subirà un iter particolarmente travagliato.

[iv] Il progetto di costruzione venne approvato dall’Automobil Club e dai Ministeri competenti nel marzo 1948 e alla fine del 1949 cominciarono i lavori.

[v] Un’indagine conoscitiva dell’amministrazione comunale dell’aprile 1946 aveva rivelato l’enormità dei danni di guerra. Il 13% dei fabbricati era danneggiata, i senzatetto erano circa 10.000, 604 i fabbricati distrutti o danneggiati, mentre i vani nelle medesime condizioni salivano a circa 10.000. Cfr. La costruzione della libertà. Modena nel dopoguerra 1945-1948. Strumenti per la ricerca a cura dell’Istituto Storico della Resistenza in Modena e Provincia (d’ora in poi ISRSC), Carpi 1996, Nuovagrafica, p. 37.

[vi] Cfr. Luciana Bedogni, Alfeo Corassori. Sindaco e uomo di partito (1945-1951), «Rassegna di storia», nuova serie, anno VIII, n. 7, ottobre 1988, p. 109.

[vii] Nel settembre del 1947 aprì al traffico il primo tronco della strada circondariale a Sud della città.

[viii] Ivana Vecchi, L’attività della Giunta Popolare e dell’Amministrazione comunale modenese per la ricostruzione della città, «Rassegna di storia», nuova serie, anno VIII, n. 7, ottobre 1988.

[ix] Su tale argomento mi permetto di rinviare alla tesi di dottorato Giovanni Taurasi, Comuni, prefetture e partiti. Mediazione e controllo nel governo locale di democristiani e socialcomunisti (1946-1956), tesi discussa nell’ambito del dottorato di ricerca di Storia Costituzionale ed amministrativa dell’età contemporanea (secoli XIX e XX) dell’Università di Pavia, XIV ciclo. Copia della tesi è conservata presso l’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Modena.

[x] La Giunta Provinciale Amministrativa era l’autorità di controllo presieduta dal Prefetto, antenata dei comitati regionali di controllo degli anni settanta, che bocciava tutti i provvedimenti sgraditi al potere centrale.

[xi] Sulle proteste delle sinistre per l’insufficienza dei finanziamenti agli enti locali e, più in generale, sulle posizioni in materia di Finanza locale Cfr. L’assetto della finanza locale. Insufficienza tecnica e politica delle nuove norme del Governo, in «L’amministratore democratico» edito a cura del centro di consulenza per gli enti locali del P.C.I., anno II, maggio 1948, n.2.

[xii] La costruzione del nuovo Policlinico venne finanziata attraverso una legge speciale del Parlamento proposta dai deputati democristiani Alessandro Coppi e Attilio Bartole.

[xiii] Peraltro, secondo il Testo Unico del 1934, le spese facoltative che i comuni potevano assumere, oltre ad essere una quota limitata, non erano consentite ai comuni deficitari e gli enti modenesi, come gran parte di quegli italiani, registravano uno stato di deficit permanente.

[xiv] Dalla lettura del dibattito consigliare che avviò l’iter per la costruzione del villaggio artigiano emerge come questa iniziativa fosse da un lato sostenuta come iniziativa di carattere sociale (si trattava di smobilitare dal centro diversi laboratori collocati in locali malsani); dall’altro come una vera e propria azione di politica industriale da parte dell’amministrazione comunale. Cfr. Alberto Rinaldi, La sinistra e l’industria diffusa: il ruolo delle istituzioni locali, in Pier Paolo D’Attorre, Vera Zamagni, a cura di, Distretti imprese classe operaia. L’industrializzazione dell’Emilia-Romagna, Milano, Angeli, 1992.

[xv] Per il buon fine dell’iniziativa si rivelò decisiva anche l’azione di sostegno dei parlamentari locali che formularono una prima proposta di legge in materia di villaggi artigiani nel 1956.

[xvi] L’Amministrazione Provinciale era stata guidata dall’aprile del 1945 da Gregorio Agnini che, richiamato a Roma a presiedere la Consulta Nazionale, fu sostituito dal socialista poi socialdemocratico Giuseppe Cerchiari. Nel 1951 si tennero finalmente le regolari elezioni amministrative e furono ricostituite le amministrazioni provinciali democraticamente elette.

[xvii] Comitato federale del 23.9.1954, in Archivio del PC modenese presso ISRSC (d’ora in poi APCMO), busta denominata “Verbali CF e CE 1953-1954”, b. V4.

[xviii] Ibidem.

[xix] Palmiro Togliatti, Politica nazionale e Emilia rossa, Roma, Editori Riuniti, 1974.

[xx] Atti del IX Congresso della Federazione Provinciale del PCI di Modena, Teatro Comunale, 30 novembre e 1 e 2 dicembre 1956, in APCMO.

[xxi] Ibidem.

[xxii] Lettera alla segreteria della Federazione modenese del PCI di Rubes Triva ed altri, del 28 ottobre 1956 in APCMO, anno 1956, b.1, f.14 “Naz. 1205”.

[xxiii] Nel 1952 l’Amministrazione Provinciale costituì il Consorzio per la viabilità minore che si affianca all’impegno ed alla graduale provincializzazione della Fondovalle Panaro nel corso degli anni cinquanta.

[xxiv] Giuliano Muzzioli, Modena, Roma-Bari, Laterza, 1993.

[xxv] Stefano Magagnoli, Scuola, cultura e società: un modello integrato di “welfare culturale”, in Stefano Magagnoli, Nora Liliana Sigman, Paolo Trionfini, Democrazia, cittadinanza e sviluppo economico. La costruzione del welfare municipale a Modena negli anni della Repubblica, Carocci, Roma, 2003.

[xxvi] Di ciò si lamentò Triva in una lettera all’On. Roasio in APCMO, anno 1957, b.1, f. 509

[xxvii] Intervento di Rubes Triva, in occasione della Assemblea per le libertà comunali e per l’autonomia degli enti locali nell’interesse dei cittadini, Modena, 7 marzo 1954, conservato in ASMO, Gab. 1.5.1, anno 1954.

[xxviii] Rubes Triva, Giuseppe Dozza, L’industrializzazione dell’Emilia-Romagna e l’utilizzazione del Metano, Bologna, 20-21 febbraio 1960, in APCMO anno 1960, b. 198, f. 32.

[xxix] Cfr. Emilia, Veneto e Nord- Est. Intervista a Rubes Triva e Luigi Gui, in «Rassegna di storia contemporanea», 1997, Anno 4, n.1.

[xxx] Ivi, p. 25.

[xxxi] Stefano Magagnoli, Il comune di Modena nel secondo dopoguerra: appunti per una riflessione sulla gestione amministrativa (1945-1980), in «Rassegna di storia contemporanea», 1994, n.1, p. 97.

[xxxii] Comitato federale del 12.10.1956, in APCMO, busta denominata “Verbali CF e CE 1953-1954”, b. V6, p. 5.

[xxxiii] Ivi, p. 1. Anche il segretario del Pc modenese D’Alema nel corso di un comitato federale del febbraio 1955 aveva rimarcato il ritardo dell’istituzione della Corte Costituzionale e dell’Ente Regione e sottolineato la necessità di rivendicarne l’istituzione. Cfr. Comitato federale del 7.2.1955, in APCMO, busta denominata “Verbali CF 1955”, b. V5.

[xxxiv] Comitato federale del 12.10.1956, in APCMO, busta denominata “Verbali CF e CE 1953-1954”, b. V6, p. 3.

[xxxv] Ivi, p. 4.

[xxxvi] Rubes Triva, Regione Autonomia, “La Provincia”, numero unico a cura dell’Amministrazione Provinciale di Modena, ottobre 1960.

[xxxvii] Triva concludeva questa riflessione affermando: “io non pongo un problema di precedenza, né io pongo il problema che è opportuno porre prima il problema della politica tributaria e poi il problema della politica delle opere pubbliche. Io pongo un problema di contemporaneità e di colleganza continua e costante fra i due problemi […] che devono essere costantemente presenti nell’azione che i comunisti conducono alla direzione degli enti locali”. Cfr. Comitato federale del 12.10.1956, in APCMO, busta denominata “Verbali CF e CE 1953-1954”, b. V6, p. 5.

[xxxviii] Cfr. l’intervento di Triva al «Comitato Promotore della convenzione per la difesa delle libertà democratiche», del 9 luglio 1955 in APCMO, anno 1955, f. 509.

[xxxix] Sidney Tarrow, Tra centro e periferia. Il ruolo degli amministratori locali in Italia e in Francia, Bologna, Il Mulino, 1979.

[xl] Intervento di Rubes Triva alla 2° conferenza d’Organizzazione della Federazione Comunista Modenese, 15-16 gennaio 1949, pp. 14-16 in APCMO, anno 1949, f. 1102.

[xli] IV Congresso Provinciale del PC modenese, 8/9/10.12.1950, intervento di Rubens Triva, in APCMO, anno 1950, b. C2, p. 2.

[xlii] Ibidem.

[xliii] Atti del Consiglio provinciale di Modena, Anno 1956, Vol. I, Mucchi, Modena, adunanza del 23 gennaio 1956, pp. 26-29.

[xliv] Cfr. Atti del Consiglio provinciale di Modena, Anno 1956, Vol. I, Mucchi, Modena, adunanza del 9 luglio 1956, p. 365.

[xlv] Comitato federale del 22.9.1951, in APCMO, busta denominata “Verbali CF e CE 1945-1951”, b. V1.

[xlvi] Ibidem.

[xlvii] Cfr. Emanuele Guaraldi, Paolo Trionfini, Il welfare state locale negli anni della Repubblica: attori, tempi, modelli, in Stefano Magagnoli, Nora Liliana Sigman, Paolo Trionfini, Democrazia, cittadinanza e sviluppo economico, cit., p. 71.

[xlviii] Lettera di Triva a Miana, del 21 febbraio 1956, in APCMO.

[xlix] Ne fa espresso riferimento proprio il suo successore sullo scranno di Sindaco del capoluogo, Germano Bulgarelli, in occasione della commemorazione avvenuta il trigesimo della scomparsa di Triva: “Questa è la prima costante nell’opera di Rubes Triva. La partecipazione dei cittadini, meglio: il coinvolgimento dei cittadini, meglio: il protagonismo collettivo su cui si costruiva la risposta alle esigenze di una comunità in grande sviluppo e contemporaneamente la democrazia”. Intervento di Germano Bulgarelli, Teatro comunale, 29 gennaio 2002

[l] Cfr. Emanuele Guaraldi, Paolo Trionfini, Il welfare state locale negli anni della Repubblica: attori, tempi, modelli, cit.

[li] Stefano Magagnoli, Scuola, cultura e società: un modello integrato di “welfare culturale”, cit.

[lii] Fra le tante si ricorda un convegno regionale di cui si trova traccia perfino nell’Archivio Fo-Rame. È conservata infatti una lettera del Sindaco modenese che invitava Dario Fo a parteciparvi. Cfr. Lettera di Rubes Triva a Dario Fo, del 29 maggio 1969 in Archivio Rame e Fo, (www.archivio.francarame.it).

[liii] R, Triva, Relazione alla Conferenze comunale sulla scuola del Comune di Modena, Modena 1963, in APCMO, b. 139, f. 303.

[liv] L’affermazione del sindaco modenese risale al convegno sulla medicina preventiva. Cfr. Rubes Triva, Presentazione al volume La medicina preventiva nell’età lavorativa nel Comune di Modena, Modena 1971, p. 8. cit. in Cfr. Emanuele Guaraldi, Paolo Trionfini, Il welfare state locale negli anni della Repubblica: attori, tempi, modelli, cit., p. 84.

[lv] La vicenda del PRG (ovviamente il Piano approvato fu molto diverso da quello originario, sia per gli interventi degli organismi di controllo che per la necessità di modificare un piano predisposto quasi dieci anni prima), del nodo autostradale e del Consorzio del gas metano modenese è ricostruita in Stefano Magagnoli, Autorevolezza municipale e architettura istituzionale intermedia, in Alessandro Arrighetti, Gilberto Seravalli, a cura di, Istituzioni intermedie e sviluppo locale, Roma, Donzelli, 1999.

[lvi] Luca Baldissara, Dal «Comune interventista» al «Comune neutrale», in «Rassegna di storia contemporanea», 1994, n. 1.

[lvii] Stefano Magagnoli, Istituzioni, sviluppo e sistema sociale: il caso padano, paper presentato al Ciclo di seminari sul tema Istituzioni e sviluppo, Cavriago, 14-15-16 giugno 2001.

[lviii] Stefano Magagnoli, Autorevolezza municipale e architettura istituzionale intermedia, cit.

[lix] Emilia, Veneto e Nord- Est. Intervista a Rubes Triva e Luigi Gui, cit., p. 29

[lx] Stefano Magagnoli, Il comune di Modena nel secondo dopoguerra: appunti per una riflessione sulla gestione amministrativa (1945-1980), cit.

[lxi] Cit. in Stefano Magagnoli, Scuola, cultura e società: un modello integrato di “welfare culturale”, cit.

[lxii] Ibidem.

[lxiii] Si veda il suo dizionario in collaborazione con Enzo Modica. Cfr. Enzo Modica, Rubes Triva, Dizionario delle autonomie locali, Roma, Editori Riuniti, 1977.

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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