“La mia Maratona” di Giovanni Taurasi

12115981_10206926781441125_6763872566924968535_n“Si corre per scappare, partire, fuggire, cambiare, cercare, sognare, arrivare. Si corre per una somma di infiniti. E spesso per fermarsi. Si corre per sentire: il cuore, gli altri, ma soprattutto se stessi. Si corre per trovare una patria, per dimenticarla, per ricordarla. Perché i passi dell’uomo che rotolano sono la continuazione di quelli del bambino che provava ad accorciare le distanze. Si corre per pazzia, dolore, mancanze e lontananze, per non pensarci, perché non solo la bottiglia fa affogare, ma anche 42 chilometri e 195 metri non sono male. Si corre per riaffiorare sulla schiuma dell’esistenza, per bere sul dispiacere, per brindare al piacere, perché il respiro affannato non è un nemico, perché qualcosa ti dice che l’unica verità è andare avanti, anche se non troverai niente.” Ha ragione Emanuela Audisio in questo suo fulminante incipit al libro ‘Maratoneti’ di Marco Patucchi. Però dimentica un motivo, quello che aveva spinto il sottoscritto, dopo più di 40 anni di insana pigrizia, a cominciare a correre, prima per le vie della mia città, Carpi, poi nelle campagne circostanti, a Santa Croce, sulle orme del mitico Dorando Pietri, che proprio in quei crocicchi si allenava più di un secolo fa.

Cominciai a fare podismo all’improvviso e come Forrest Gump non lo feci per la pace nel mondo, o per i diritti delle donne, o per l’ambiente, o per gli animali, o per i senzatetto. Tutte buone cause, per l’amor di Dio, ma io, come Forrest, avevo solo “voglia di correre”, che è il motivo che manca nel suggestivo elenco della Audisio. Tutto il resto – il benessere, l’endorfina, il dimagrimento, il buonumore – è venuto dopo. Forse cercavo qualcosa che non sapevo cose fosse, ed avevo cominciato senza mete precise a girovagare per le vie della campagna circostante, perché, come spiegava S. Giovanni della Croce, “Per andare dove non sai, devi andare dove non sai”. Poi accadde l’irreparabile. A forza di consumar suole, mi venne voglia di correre una Maratona intera, con tutti i suoi 42 chilometri e 195 metri. “Se desideri vincere qualcosa puoi correre i cento metri. Se vuoi goderti una vera esperienza corri una maratona” disse Emil Zatopek, uno che se ne intendeva, campione nei 10.000 e 5.000 metri, che alle Olimpiadi del 1952, dopo aver vinto la medaglia d’oro nei 5000 metri e nei 10000 metri piani, conquistò la terza medaglia d’oro nella maratona, gara in cui decise di competere all’ultimo minuto e che disputava per la prima volta, stabilendo in ogni gara anche il record olimpico. All’atleta cecoslovacco però non fu perdonato il sostegno alla Primavera di Praga e venne costretto a lavorare in una miniera di uranio. E insomma, non l’avrei mai detto, ma lo scorso anno, dopo qualche mese di allenamento, riuscii a completare la Maratona d’Italia, perché ‘A volte sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare’, come ricorda il film “The imitation game” sulla vita di Alan Turing. Turing era un matematico, inventore dell’omonima macchina, teorico dell’intelligenza artificiale ed è considerato il ‘padre’ dell’informatica, in una parola un genio, ma, pochi lo sanno, era anche un ottimo podista, capace di correre la maratona a metà dello scorso secolo in 2h46’03”. Quando conclusi la Maratona d’Italia del 12 ottobre 2014 ero molto soddisfatto, ma, mi dissi, che sarebbe stata la prima e l’ultima, perché sono convinto che una maratona nella vita faccia bene alla testa, ma più maratone facciano male al corpo. Non avevo considerato che tutta quella endorfina che ti circola nel corpo poi diventa come una droga, e non puoi sfuggire alla sua dipendenza. Non esiste l’Anonima Podisti o il Sert per i runner a cui rivolgerti per farti aiutare. Quando sei nel tunnel, nel tunnel del podista intendo, puoi solo continuare a correre. Ed anche quest’anno ci sono ricaduto, iscrivendomi. Nella settimana precedente alla gara, il piede destro ha cominciato a farmi un dolore pazzesco a seguito degli allenamenti, ed ho pensato che era un buon pretesto per ritirarmi, ma fu tutto inutile. La scimmia dentro di me aveva già deciso. La sera prima della gara sono andato presto a letto, addormentandomi ripensando alla frase di Eugenio Montale, “Amo l’atletica perché è poesia. Se la notte sogno, sogno di essere un maratoneta”. Mi sono svegliato all’alba, ho fatto una colazione abbondante a base di carboidrati e mi sono diretto verso il pulmino che mi ha condotto di fronte al Museo Ferrari a Maranello, luogo di partenza della Maratona d’Italia che attraversa la Provincia di Modena fino a Carpi. In sala atleti incontro alcuni amici, tra cui Gabriella e Anna. La prima ha 70 anni e si prepara a correre la mezza maratona, dopo essere stata operata in Agosto. Se pensate che sia un fatto straordinario e solo perché non la conoscete e non l’avete mai vista all’opera nelle cucine della sagra parrocchiale di Quartirolo per servire migliaia di pasti a sera; solo così potreste capire come fa una donna di quell’età, a poche settimane da un’operazione chirurgica importante, a correre la mezza maratona in appena 2 ore 28 minuti e 22 secondi, perché questo per la cronaca sarà il suo tempo. Con Anna, poco più giovane di me e con prestazioni simili, ma decisamente più in forma e con un allenamento migliore alle spalle, decidiamo di fare un tratto assieme, per sostenerci vicendevolmente. Un proverbio africano infatti recita, in una delle sue tante versioni, “Sei vuoi arrivare primo, corri da solo. Se vuoi andare lontano, corri insieme a qualcuno”. Che poi in realtà, se corri una maratona, nel tuo intimo, dentro di te, profondamente intendo, sai che farai entrambe le cose: arriverai primo con te stesso e andrai lontano dentro te stesso. Alle 9,30 siamo sotto la linea dello start e mi torna in mente il racconto di Giuseppe Pederiali sulla partenza di Dorando alle Olimpiadi del 2008 ne “Il sogno del maratoneta”. Il suo arrivo lo conosciamo tutti, è stato raccontato, fotografato, dipinto e disegnato da tanti, ma la sua partenza no, quella ci viene descritta solo dallo scrittore di Finale Emilia, che raccontava di un uomo gigantesco, coi baffi a manubrio e lo sguardo cattivo che “punta la pistola proprio su Dorando, come se lo avesse scelto tra i cinquantacinque corridori pronti alla partenza davanti al castello di Windsor. Anche se Dorando sa benissimo che la pistola è caricata a salve, gli dà fastidio il gesto, accompagnato da un sorriso beffardo, di sicuro una provocazione per innervosirlo – come se non fosse già abbastanza nervoso! – o soltanto per dileggio, come capita spesso all’estero, quasi gli italiani fossero qui apposta per farsi prendere in giro”. Più che nervoso, io mi sento eccitato e quando viene dato lo start comincio a correre in questo stato, ma subito l’infiammazione al piede comincia a gridare, implorandomi di fermarmi e dopo pochi passi già penso che non sarei riuscito ad arrivare nemmeno a metà del percorso. Capisco che per allontanare il dolore devo dimenticarmi che sto correndo, farlo e basta, senza pensarci, come raccontava Alan Sillitoe ne “La solitudine del maratoneta”, quando scriveva “Io correvo con passo regolare e sostenuto, e presto la mia falcata divenne talmente regolare da farmi dimenticare che correvo, e sapevo solo che le gambe si alzavano e si abbassavano e le braccia oscillavano avanti e indietro, e i polmoni non sembravano lavorare affatto, e il cuore smise di battermi all’impazzata come fa sempre all’inizio di una corsa. Perché, vedete, io non gareggio mai; io corro soltanto, e in qualche modo so che se dimentico la gara e mi limito a tenere un buon asso finché non so più che sto correndo, vinco sempre”. E così facendo, dopo circa 40 minuti, verso l’ottavo chilometro, mi accorgo che il dolore è svanito, forse perché la fatica ha anestetizzato il piede, forse perché le chiacchiere scambiate con Anna nel percorso mi hanno distratto dal dolore, forse perché l’infiammazione è miracolosamente scomparsa, e non mi importa sapere che il giorno dopo quel piede si vendicherà, facendomi vedere i sorci verdi. Io corro, vado avanti, anche se i chilometri passano sempre più lentamente, soprattutto dopo il passaggio più suggestivo, quello nel quale si attraversa l’Accademia militare di Modena, con tutti i cadetti in fila a incitare gli atleti, e di lì a poco l’arrivo della mezza maratona. Quando cominci a vedere le tappe intermedie ti chiedi quanto manca al tuo di arrivo, e vai avanti, ma i chilometri si allungano sempre più, e senza neanche accorgertene hai smesso di parlare con gli altri corridori, pur continuando a procedere uno di fianco all’altro come automi. Intanto la fatica cresce, in particolare quando arrivi nel breve tratto tra Ganaceto e Soliera, un pezzo di strada che percorro tutti i giorni da pendolare in auto e mi sembra sempre uno sputo da tanto che è corto, anche quando ci sono le code, ma che adesso sembra non finire mai e mi fa comprendere il reale senso di quel fenomeno geologico che viene chiamato “deriva dei continenti”, perché anche tra Ganaceto e Soliera qualche placca terrestre deve essersi allontanata poco prima della corsa e quel pezzo di appena sette chilometri ha assunto dimensioni enormi. Mi volto verso Anna, e le chiedo, interrompendo un silenzio che dura da almeno una decina di chilometri, “Ma dove cazzo è finita Soliera?” Poi vedo il cartello del 28esimo km e sento pesantemente la stanchezza, capisco che tiro avanti solo perché sono aggrappato alla forza che Anna ha ancora, come una scialuppa che mi traina nell’oceano sempre più largo che separa Ganaceto da Soliera. Ma capisco che rischio di diventare per lei una zavorra e mentre le gambe cedono la lascio proseguire al suo ritmo, che non è più il mio, salutandola. Scoprirò poi che proprio al 28° chilometro, un’ora prima, il vincitore della corsa aveva guadagnato la testa della gara, superando un francese (che le palle ancora gli girano, canterebbe Paolo Conte). Adesso sono solo e so che lo resterò fino alla fine della Maratona, e capisco il senso di quel titolo del racconto di Sillitoe, “La solitudine del maratoneta”, che è una condizione più dell’anima che del corpo. Mi trascino ancora per un po’ ma al trentesimo chilometro l’unico modo per resistere alla fatica è pensare di raccontare ciò che provo.

Ecco.

Stop.

Fermatevi per un attimo e dimenticate tutto quello che avete letto fin qui. Perché è appunto dal 30esimo chilometro che ho deciso di scrivere questo racconto. E adesso siete anche voi qui con me, dispersi sulla Nazionale Modena-Carpi, in un imprecisato punto tra Ganaceto e Soliera. Anna è andata (per la cronaca finirà la maratona in 3h49’16”, 27esima tra le donne: ottimo tempo, bravissima). Il gruppo dei corridori è ormai diradato. Il podista precedente quaranta metri addietro, quello successivo quaranta metri avanti. Siamo solo io e voi. Tutto quello che leggerete da adesso in poi l’ho pensato mentre correvo. E ho trovato la forza di proseguire proprio nella convinzione che voi lo avreste letto. Insomma, vi ho immaginato lì con me. Perciò fate finta di aver fatto 30 chilometri di corsa, se volete continuare a leggere. Altrimenti lasciate perdere, non riuscireste a capirmi. Superato il cartello del trentesimo chilometro, quei giocherelloni degli organizzatori della Maratona hanno previsto un bel cavalcavia, che separa la nazionale Modena-Carpi dalla strada per Soliera. Non so se potete immaginarvi cosa significhi attraversare un cavalcavia con 30 chilometri nelle gambe? Non ci sono abbastanza Santi da invocare. E così fermai la mia corsa e cominciai a camminare per salire sul cavalcavia. E sperai in un segno della provvidenza per farmi ripartire. Mi superò un podista, poi un altro, poi un altro ancora. Conoscete la storia del Rabbino che nel pieno di un’alluvione sale sul tetto della Sinagoga e continua a leggere il Talmud ed invocare l’aiuto di Dio, mentre il livello dell’acqua cresce rapidamente? Arrivano soccorritori che gli lanciano un salvagente e lui dice che attende la salvezza per mano di Dio. Arrivano pompieri con una scialuppa e lui dice che aspetta la salvezza per mano di Dio. Vengono con un elicottero e gli lanciano una fune e lui dice che aspetta la salvezza per mano di Dio. Finché il livello dell’acqua non lo raggiunge sul tetto della Sinagoga. Poco prima di affogare il rabbino chiede a Dio perché non l’ha salvato e Dio gli risponde “ma se ti ho mandato salvagenti, scialuppe e perfino elicotteri. Accidenti”. Ecco, al terzo podista che mi sorpassa comprendo finalmente che quelli erano tutti segni della provvidenza e se non voglio affogare tra Ganaceto e Soliera devo ricominciare a correre. Riparto. Al 33esimo chilometro vedo finalmente l’arrivo intermedio di Soliera. Varco l’arrivo e sento amici che mi incitano e qualcuno urla “Dai Giovanni, dai”, ma ho un’altra crisi. Più interiore che fisica questa volta. E mi viene da piangere. Le lacrime del podista sono un segreto. Perché si confondono col sudore e nessuno se ne accorge. Però state correndo con me, e mi sembrava giusto rivelarvi questo segreto. Dopo l’arrivo intermedio di Soliera si transita sotto a Castello Campori e lì mi fermo di colpo. Proprio fermo. Preso dallo sconforto. Mi asciugo le lacrime, o il sudore, e mi guardo intorno. Alla mia destra c’è la chiesa del paese. Alzo lo sguardo e vedo la Croce. Mi faccio il segno e proseguo. Esco faticosamente dalla città. Dal centro al cartello di uscita da Soliera sono 2 chilometri. Comincio ad avere il terrore dei crampi. Sento che devo trovare altre motivazioni per proseguire e ripenso a Colin, il protagonista del racconto di Sillitoe, che finì al riformatorio perché, per quanto correva veloce, non riuscì a seminare i poliziotti: “Appena finii al riformatorio mi misero a correre la maratona. Immagino pensassero che avevo proprio il fisico adatto perché ero lungo e magro per la mia età (e lo sono ancora) e in ogni caso non mi dispiaceva troppo, a dirvi la verità, perché nella nostra famiglia si era sempre corso molto, soprattutto per sfuggire alla polizia. Sono sempre stato un buon corridore, veloce e dotato di un’ampia falcata: l’unico guaio fu che, per quanto corressi, e vi garantisco che tenevo una buona andatura, anche se me lo dico da solo, la cosa non mi impedì di farmi prendere dai poliziotti dopo quel colpo al panificio”. Cominciai a immaginare di aver fatto anche io come Colin un piccolo furto in un panificio e di avere la polizia alle calcagna, per trovare la forza di correre, ma già al trentaseiesimo chilometro avevo voglia di consegnarmi direttamente alla polizia. Vado avanti. Supero un podista estenuato che cammina e lo incito a riprendere la corsa. Mi risponde che questa è la quarta maratona in un mese che fa. Quarta. In un mese. Quarta. Capisco che la mia Maratona una volta all’anno rientra ancora nella modica quantità. Al 37esimo chilometro c’è una rotonda con un gruppo di persone. Le saluto come se ci conoscessimo da sempre. Anche se probabilmente non ci siamo mai visti. Mi ritorna in mente quell’episodio che mi raccontò un amico, che arrivò stremato alla fine della maratona, non riconobbe la moglie che lo osservava smarrito mentre cercava tra la gente la sua ex fidanzata con la quale si era lasciato molti anni prima, ma con cui credeva di essere ancora insieme. Supero il cartello del 38esimo chilometro e lo tocco come un napoletano scaramantico che impugna un corno portafortuna. Proseguo, ma sento di avere due legni al posto delle gambe. Vedo una podista che ai bordi della strada vomita nel fosso e poi comincia a correre. Quando arrivo al 39esimo chilometro comincio a pensare di averlo già superato. Sta a vedere che quei giocherelloni dell’organizzazione hanno messo anche due cartelli successivi con scritto 39 km per prendersi gioco di noi, mi dico. Le gambe adesso sono due tronchi adesso. Comincio a pensare che il traguardo è vicino. Che lì mi aspettano i ragazzi e Susanna. Sono loro adesso che mi danno forza. Recito i loro nomi come uno scioglilingua “Susanna, Gabriele, Viola e Tommaso. Tommaso, Viola, Gabriele e Susanna. Susanna, Gabriele, Viola e Tommaso…” e così via per un chilometro intero. Dai che ce l’hai fatta, mi dico. Ormai ci siamo, anche se le gambe adesso sono di cemento armato. Mi sbaglio. Non so perché mi sono convinto che la Maratona è lunga 40 km. Che delusione quando al cartello del quarantesimo non trovo l’arrivo, ma solo un punto di ristoro. Prendo un gatorade, ma mi salgono i conati e dopo pochi metri butto la bottiglia ancora quasi piena. Un sottopasso. Ma questi sono proprio dei giocherelloni eh. Più lentamente di un bradipo risalgo il sottopasso come se stessi salendo sulla mulattiera del Cimone. Ritorno sul pari e ricomincio a correre, perché se mi si raffreddano le gambe non riparto. Cartello del 41esimo chilometro. Ma stiamo scherzando? Sono sicuro di averlo passato almeno tre volte questo cartello. Vorrei abbatterlo, ma lascio perdere. Mi consolo pensando che sono in centro a Carpi e ormai manca poco. Mentre corro verso il 42esimo chilometro ripenso all’arrivo di Dorando. dorando_pietri Al racconto che Conan Doyle ne fece sul Dayli Mail e che avevo riletto nei giorni precedenti: “Da quell’arco di accesso spuntò un piccolo uomo, con pantaloncini da corsa rossi. Una piccola giovane creatura. Sobbalzò al suo ingresso nello stadio quando sentì il ruggito dell’applauso. Poi si voltò debolmente verso sinistra e cominciò a trotterellare stanco lungo la pista. Intorno a lui si accalcarono amici e altre persone vogliose di incoraggiarlo. Improvvisamente tutto questo gruppo si fermò. Si videro gesti disperati, con persone che si inchinavano e poi si rialzavano. Santo cielo il corridore è svenuto; è possibile che proprio all’ultimo momento il premio possa sfuggirgli dalle mani? […] Grazie a Dio egli si è rialzato e le sue piccole gambe hanno ripreso a correre, con uno stile incoerente. Tuttavia spinge più forte che può, sospinto da una suprema volontà interiore. Si sente un boato di rammarico quando egli cade di nuovo e un applauso quando si rialza. È orribile ma anche affascinante questa battaglia fra un obiettivo da raggiungere e una figura oramai esausta. Di nuovo, per un tratto di circa 100 yards, egli corre alla solita maniera, con andatura furiosa ma incerta. Poi ha di nuovo un collasso e mani generose lo salvano da una caduta più seria. Egli era a poche yards dal posto dove io ero seduto. Fra figure di persone che si inchinavano con le mani protese, ebbi uno squarcio di quel viso giallo e sofferto, di quegli occhi quasi vitrei e senza espressione, di quei capelli neri che scendevano sulla faccia”. Ecco il cartello del 42esimo chilometro. Ricordo le parole di Augusto Frasca in “Dorando Pietri. La corsa del secolo” che racconta proprio questo ultimo tratto della sua corsa “È la prima pagina di un capitolo destinato a fissare, nell’immagine di uno stadio londinese, tra le vicende illuminate o ferine di quell’inizio di secolo, il volto spento e le membra tremanti di un piccolo uomo estratto di peso dalla campagna emiliana. Negli ultimi frammenti di sofferenza, il cervello riuscì a trasmettere solo linguaggi sconosciuti, maledicendo il fiato mozzato, il cuore impazzito, le gambe legate, stringendo nella mano destra un fazzoletto e un buffo tubolare di sughero. Una macchia nera allungata dal corpo di Dorando a uno stadio impenetrabile e sordo”. Supero il cartello del 42esimo chilometro, sentendomi così. Vedo l’arrivo. Gabriele tra il pubblico allunga la mano e ci diamo il cinque. Supero l’arrivo. Ma non faccio in tempo a gioire che scopro che non è l’arrivo, che invece è 50 metri più avanti. Era l’ultimo scherzo di quei mattacchioni. Ci sono due linee di arrivo. Poco male. Apro le braccia e spicco il volo, planando nei successivi 50 metri. E stavolta è finita davvero…

Mi consegnano la medaglia e si stringe la bocca dello stomaco. Questa volta è l’emozione, non i conati. Mi viene da piangere. Questa volta è la gioia, non il dolore. Come Forrest, “Sono un po’ stanchino, e credo che tornerò a casa”.

Ho cominciato poco più di un paio di anni fa a fare podismo. Per me era importante arrivare alla fine della Maratona. Però anche il risultato mi dà molta soddisfazione. Nel 2014 impegnai un tempo reale di 3 ore 58 minuti e 40 secondi, quest’anno i dati ufficiali danno 3 ore 57 minuti e 53 secondi. Ho migliorato di quasi 1 minuto. Nel 2014 arrivai 299esimo nella classifica totale (274esimo in quella maschile, 73esimo categoria sm40, ovvero nella fascia anagrafica tra i 40 e i 44 anni), quest’anno 298esimo nella classifica totale (266esimo in quella maschile, 65esimo categoria sm40), scalando la classifica definitiva di 1 posto. Tutto questo avendo un anno in più sul groppone.

Da questi dati si deducono due cose molto semplici ma indiscutibili:

1) sono molto abitudinario e preciso

2) con questa media, esattamente tra 297 anni, non prima e non dopo, io vincerò la Maratona d’Italia.

P.S. Per spiegare come ci si sente dopo una Maratona, la testa viaggia come quella di Christopher Walken in questo strepitoso mashup… il corpo no, quello reagisce diversamente.

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
Questa voce è stata pubblicata in /. Contrassegna il permalink.