“Cenni su art. 18 e contratto a tutele crescenti” di Giovanni Taurasi

Forse scrivo così perché appartengo anche io alla mia piccola casta protetta. E dunque è giusto che espliciti la mia posizione, anticipandola con un po’ di storia personale e spiegandola come la spiegai pubblicamente oltre una decina di anni fa. Così almeno mi risparmierete le solite accuse di essermi piegato al ‘renzismo’.

Io e l’articolo 18 ci conosciamo da una vita perché ha più o meno la mia età. È nato pochi mesi prima. Io l’ho avuto a lungo al mio fianco, ma per fortuna non ne ho mai avuto bisogno. Non ci siamo mai incontrati. Per altri sicuramente è stato invece un amico essenziale e determinante. Parte significativa dei miei coetanei però non lo ha mai incontrato nella sua vita. La generazione appena successiva alla mia non sa nemmeno chi sia.
Ma più che il passato oggi interessa il presente.
Il contratto a tutele crescenti del Governo di Matteo Renzi non toglie diritti a chi li ha già, semmai non ne riconosce pienamente a chi il lavoro non ce l’ha ed ai neoassunti (insomma, non riconosce a loro alcuni diritti che a me ha riconosciuto).
Ho avuto diritti e in cambio ho accettato salari molto più bassi di quanto il mercato offrisse, ma sono il primo a comprendere che parlo da una posizione, per quanto traballante come per tutti in questo momento di transizione, certamente privilegiata. Potrei mettermi qui a parlare di privilegi degli altri o di chi mi ha preceduto, ma non ne usciremmo, cerco perciò di dire la mia con umiltà, ma franchezza.
Di fronte alla scelta, che la crisi determina, tra avere un lavoro senza la tutela dell’articolo 18 (o altri diritti) o non avere un lavoro, insomma, se devi scegliere tra un buon contratto che non puoi firmare o un pessimo contratto che ti viene proposto, penso che la scelta dei giovani e in particolare di coloro che adesso sono fuori dal mercato del lavoro, ricada su quest’ultima ipotesi. Ed è del tutto comprensibile. Qualcuno potrebbe dire che è un ricatto del capitale al quale la politica, e la sinistra, si dovrebbe ribellare, ma nella crisi devi ottenere il miglior risultato per il mondo del lavoro e non attardarti in battaglie ideologiche. Non so se il fronte sindacale scenderà in piazza. Ne ha diritto e lo capirei, ma quando guarderemo quella piazza, che sarà indubbiamente piena, non ci troveremo coloro a cui viene posta questa domanda: preferisci non firmare un contratto che prevede l’art.18 o preferisci firmare un contratto che non prevede l’art.18?
Coloro a cui è rivolta questa domanda non saranno in piazza.
In quella piazza ci saranno coloro che quell’articolo lo hanno nei loro contratti oppure che hanno terminato, con grandi sacrifici ma terminato, il loro percorso di lavoro. Non quei giovani che non hanno ne’ l’uno, l’art.18, ne’ l’altro, il contratto.
E questo dovrebbe farci riflettere, se pensiamo di rappresentarli.

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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2 risposte a “Cenni su art. 18 e contratto a tutele crescenti” di Giovanni Taurasi

  1. Serena D'Arbela ha detto:

    Ottima l’analiisi,ma giusto anche che qualcuno potrebbe dire che è un ricatto del capitale.Penso di sì come lo è la crisi che ci ha investito.Allora possibile che non ci sia altra via tra le due scelte? Prechè ci lasciamo sempre incapsulare dagli avversari? Non credo che l’art 18 sia la ragione di tutti i nostri disastri!

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  2. andrea ha detto:

    Il grande Problema dei sindacati è che si rifiutano di prendere atto che il mondo è cambiato e cambia continuamente e che non si può contrastare o arrestare questo cambiamento.
    la dimostrazione è nel fatto che oramai gli unici sindacati numerosi sono quelli dei pensionati e di giovani non ce ne è nemmeno l’ombra. se non si accetta di cambiare il diritto del lavoro e se una parte del pd e i sindacati non lavorano per un cambiamento non ideologico ma realistico non andremo da nessuna parte.

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