“A proposito del piano scuola” di Giovanni Taurasi

Sul Piano Scuola del Governo credo ci siano molte proposte interessanti e innovative, ma si commetterebbe un enorme errore se si partisse dal falso problema dell’orario di lavoro degli insegnanti, un errore così grave che comprometterebbe tutto il piano e le proposte più innovative e giuste, e sono certo che, al di là delle prime dichiarazioni, il Governo guidato da Matteo Renzi, che tra l’altro conosce personalmente il carico di lavoro degli insegnanti, non lo commetterà.

Molto è da cambiare nel mondo della scuola, a cominciare dall’introduzione significativa di elementi di meritocrazia a tutti i livelli, ma questo va fatto, come ha sempre detto giustamente Renzi, con il coinvolgimento diretto degli insegnanti e del mondo della scuola. E con l’obiettivo di cambiare senza aver paura di scontrarsi con corporativismi anche sindacali, va detto. Ma il problema della scuola non è certamente l’orario di lavoro dei docenti. Partiamo dalle risorse a disposizione, anche se finalmente negli ultimi anni si è bloccata la tendenza decennale di usare la scuola come bancomat dei Governi Berlusconi e si sono dati finalmente segnali in controtendenza (a partire dall’edilizia scolastica). Come ho già scritto in altra veste, ci sono però ancora insegnanti che oltre ai loro attrezzi di lavoro devono comprare anche quelli della scuola, perfino i gessi per la lavagna. Gli insegnanti italiani sono già i meno pagati d’Europa (e la pausa estiva di luglio non è certamente sufficiente a riparare questo danno).
E sanno tutti che le 18 ore di lezioni in classe non esauriscono il loro lavoro (chi le prepara le lezioni? Chi corregge i compiti? Chi partecipa alle decine di ore per i collegi docenti, incontri insegnanti, eccetera? Chi affronta l’esplosione burocratica e certificatoria di questi anni). Parliamo di laureati (alcuni anche addottorati) che dopo numerosi anni di lavoro (comprensivi di corsi di formazione) hanno stipendi che si aggirano sui 1.200 euro. Gli stipendi di maestre e professori italiani sono più bassi e si incrementano più lentamente (sono perfino bloccati da anni) di quelli percepiti dai colleghi europei. Un insegnante della scuola media all’inizio della carriera guadagna 600 euro l’anno in meno rispetto ai professori europei, dopo 15 anni di servizio il divario aumenta per arrivare a 5 mila euro a fine carriera.
In più, per arrivare al massimo della retribuzione, in Italia, occorre rimanere dietro la cattedra per 35 anni, contro i 24 della media europea. Oltre a questo gli insegnanti si trovano ad aver a che fare con studenti (e genitori) che non riconoscono sempre il loro ruolo. Per forza: dopo vent’anni di televisione pubblica e privata che ci hanno raccontato che ciò che conta nella vita è il tuo stipendio, che cosa volete che pensino i ragazzi davanti a uno “sfigato” che si presenta a scuola, se va bene, su una Punto di seconda mano, dopo aver speso una vita intera a studiare? Meglio sarebbe stato per lui che avesse fatto altro nella vita, che tanto di sapere non ce n’è bisogno per avere successo. Basta il Grande Fratello. No dico, ma di che stiamo parlando?
Ma c’è qualcuno che ha il coraggio di dire che i paesi che avranno futuro dopo questa crisi saranno quelli che investono in formazione, sapere, scuola, istruzione, ricerca e non quelli che stanno a sparare sulla Croce Rossa, perché di fatto è questo che la scuola è ormai chiamata a fare: tentare di rianimare un paese esanime.
Ho già detto e ribadisco che ci vorrebbe in Italia il Teacher Pride, la giornata dell’orgoglio per gli insegnanti, calpestato da ministri che non si vergognano nemmeno di dire di aver fatto l’esame di avvocato a Reggio Calabria dove era più facile, statisticamente e furbescamente, essere ammessi. Alla faccia del merito, dello studio e della competenza.
Si cambi, si investa, si scommetta sulla scuola, ma per favore, evitiamo di partire con il piede sbagliato o di procedere col passo del gambero.

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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