“Il peggio di noi” di Giovanni Taurasi

Ennesima sciagura del mare. In questi casi pensiamo sempre che di fronte a tali immani tragedie la reazione peggiore sia l’indifferenza.
No. C’è qualcosa di molto peggio. E come sempre è il web a tirarlo fuori.
Mi capita di vedere il commento di un ‘amico’ (ex da oggi) su Facebook al profilo di Libero. Non è proprio il mio giornale di riferimento, e dunque non seguo il sito, ma trascinato dal commento di questo (ex) amico finisco nel girone infernale dei commenti dei lettori alla notizia della tragedia data da Libero. Eccone una casuale selezione: “sporchi negri maledetti parassiti…. metteteli al rogo!”, “E vabbe’ …. Tanto ce ne stanno tanti!!!!”, “Poco”, “ma poverini!! erano quasi arrivati….. mannaggia”, “e chi se ne frega…”, “HANNO Rotto il CAZZO”, “GRAZIE AL CIELO”, “io avevo gia tempo fa la mia idea dai primi barconi dell albania facevo partire un missile e affondavo ne arriva un altro stessa tattica oggi nn si era in queste condizioni!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!”, “cazzi loro stavano a casa sua era meglio”, “sono sempre pochi”, “Grazie natura”, “Meglio così… Dovevano essere di più”.
Non voglio parlare delle soluzioni possibili. Non so quali siano. Non so se ce ne siano. So solo che quando leggi questi commenti capisci che in mare insieme a quei poveri disgraziati è affogata anche la coscienza civile del nostro Paese.

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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7 risposte a “Il peggio di noi” di Giovanni Taurasi

  1. KnockOut ha detto:

    Non meravigliarti: questo è un paese “guasto”, marcio, fatto da una società avariata, decomposta … Non ci sarà mai fine ad un peggio

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  2. andrea ha detto:

    tristemente e vergognosamente devo darti ragione, ma prova a chiedere a queli che scrivono cosa significa Ellis Island e dalle risposte capirai perchè l’ignoranza è il peggiore dei mali

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    • Fede ha detto:

      @ andrea. I miei bisnonni passarono per Ellis Island come metá dei miei cugini: emigrazione dall’area veneta/austroungarica.
      La comparazione é uno stereotipo.
      1. Da Ellis Island passarono bianchi, ebrei e cristiani (luterani, cattolici, ortodossi, quellochevuoi). Parliamo di culture simili che provocarono una instabilitá sociale inesistente comparata a quella di oggi che confronta islamismo (povero e quindi talebano) con il cattolicesimo dell’accoglienza a tutti i prezzi. Quell’area in cui se violentano mia figlia da tutte e due le parti “tanto é una donna”.
      2. Ellis Island fu un filtro per tutto, per i nullafacenti, i malati, i delinquenti. Ben diverso dal filtro molle di oggi.
      3. Tutti si integrarono e la maggior parte finí nelle miniere, nel Delaware, in Florida, in Pennsylvania. Lavoravano. Patirono certo, ma l’incidenza nei tribunali fu scarsissima e i tribunali furono feroci. Qui solo fra vicini ci son due morti e un paralizzato da furto in casa. Ovviamente l’imputato non c’é o é assolto. Le campagne della Lombardia, del Piacentino sono devastate. In paesetti del Piemonte c’é il coprifuoco. Vogliamo vederlo o continuiamo a mescolar budini?
      4. Prevengo l’altro stereotipo: obiezione mafia. Chicago, Brooklyn/Litte Italy, sono film rispetto alla globalitá delle vicende immigratorie. Lí fu un mix esplosivo di Black, cultura meridionale, notabili e potere che impedí la bonifica ed é uguale a quella che oggi governa al sud Italia il traffico umano.
      Morale: non posso picchiare mio figlio se non sta nelle regole, devo chiedermi cosa ho fatto io perché lui faccia questo.

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      • QuintoStato ha detto:

        Il post non è relativo alle politiche di immigrazione, che come è evidente devono essere modificate. Ma alla pietà che è morta nel nostro Paese, se di fronte ad una tragedia del genere i commenti sono del tenore di quelli che ho ripreso nel post. Per il resto, avendo anche io avuto un nonno immigrato negli USA negli anni Venti e Trenta, riporto quanto scriveva un Ispettore all’immigrazione americano negli anni Dieci sugli immigrati italiani. Così, giusto per fare qualche analogia col presente:
        “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
        Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
        Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
        Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
        Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
        Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
        Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
        Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
        Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
        Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
        I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali…”

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  3. Roel ha detto:

    Non è solo “la coscienza civile dell’Italia che è affogata”, ma quella di tutto il mondo cosiddetto “civilizzato” e a dominio capitalistico. Significando che i totem del denaro e dei “vitelli d’oro” hanno sostituito la centralità dell’uomo e delle coscienze. I poveri migranti in gran parte provengono dai territori colonizzati e sfruttati per secoli dall’Occidente che, senza scrupoli ha particato ferocemente anche la schiavitù.
    A tanto si aggiungono le conseguenze dalla cosiddetta “democratizzazione” dei paesi costieri dell’Africa settentrionale, i cui abitanti, al di là dell’affarismo petrolifero, vengono . Un saluto, Roellasciati al loro destino

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  4. fausto spegni ha detto:

    Molti piangono davanti al televisore a vedere le immagini della tragedia che si svolge in mare. E poi non pagano i contributi a colf e altri lavoratori immigrati. Malvagità, indiffreenza, morte della pietò. E aggiungiamo ipocrisia. Che non fa affrontare le politiche migratorie, nazionali e internazionali.

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  5. fede ha detto:

    “riporto quanto scriveva un Ispettore all’immigrazione americano negli anni Dieci sugli immigrati italiani’.
    Ok, anche se servirebbe un link ;-). E’ troppo difficile in 10 righe. Uffa 😉
    Io per l’emigrazione del triveneto, allora austriaco, ho dati decisamente piú morbidi. E dire che l’immigrazione irlandese e la tedesca furono ben piú massive di quella italiana e avrebbero dovuto generare maggiori attriti. Sono le assonanze culturali, temo, che fanno la differenza.
    Seguendo il pensiero analogico: l’allora col qui-e-ora non mi pare comparabile. Come detto, parliamo di popolazioni con un potenziale integrativo alto, in maggior parte irlandesi e tedeschi, che entrano in un territorio enorme (10-15 ab/kmq?) con una crescita economica spaventosa che necessita di moltissima forza lavoro.
    Invece di fronte al “troppo-diverso-da me” é ovvio ci sia resistenza e anche stereotipo difensivo
    L’obiezione é “non dovresti”.
    Diamine, io cittadino terrorizzato dal non-noto, sento minate le mie radici, la mia cultura, la mia storia, trovo pure riscontri oggettivi sempre maggiori (giacché io parlo dalla strada e non dal sofá dei garantiti) e di fronte a un’ emozione difensiva mi si oppone la Norma, il Super Io, “cosa devi sentire e cosa devi pensare” che fa rima col “ti impongo di essere spontaneo”.
    E’ il Genitore Autoritario che non incontra l’emozione ma impone codici, é il pensiero rigido di ultima generazione, pari a quello sugli animali, i vegani, il bio assoluto e tutte le curve sud. Chiaro che fallisce e il bambino ripara in cortile dove trova grilli o leghe.
    Allora, per esasperazione (tralasciando la questione narcisismo che non é poco) io cittadino non daró alcuna pietas finché tu (tu generico) non incontri la mia emozione, non rispetti le mie radici, non tuteli la mia famiglia e non accetti che un percorso di integrazione chieda generazioni. Come ben sapevano i Romani: chiede matrimoni.
    Invece alla prima casa popolare quando “vince lui che ha sei figli e io che per generazioni ho vangato questa terra ne sono fuori”, lí vien fuori un bordel, lo scollamento fra il sofá e la strada.
    E per chiudere il cerchio: pretendere pietas e accoglienza non é che sfiora l’onnipotenza e la pretesa narcisistica, ossia ció per cui la pietá é morta?

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