“Perché Grillo attacca il decreto che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti?” di Giovanni Taurasi

La prima risposta alla domanda sulle ragioni per cui Grillo critica il decreto sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti è naturalmente la più semplice. Con questo decreto il Governo toglie a Grillo una delle armi di distrazioni di massa più rilevanti su cui si regge il consenso al Movimento 5 Stelle e gli scava la terra sotto i piedi. Ma questo non è l’unico motivo e non il principale, ce ne sono di molti più profondi e imbarazzanti per il movimento pentastellato.
Come ha spiegato Letta, il nuovo sistema di finanziamento, con il due per mille, dà tutto il potere ai cittadini. Sono loro che sceglieranno se sostenere o non sostenere i partiti. E fin qui Grillo avrebbe, in teoria, poco da obiettare. Il decreto prevede anche un altro principio democratico e di trasparenza, che anche in questo caso dovrebbe trovare (sempre in teoria) il consenso del Movimento 5 Stelle (quelli degli scontrini e dello streaming), ovvero l’obbligo della certificazione esterna dei bilanci dei partiti.
Sennonché oggi esiste un partito, se volete chiamiamolo movimento, che è il più opaco e il meno democratico di tutti. Ed è appunto il movimento/partito che ruota attorno al blog di Grillo e al marchio a 5 Stelle, ovvero ad uno dei siti web più visitati nel mondo e dunque uno dei più redditizi(grazie all’indotto pubblicitario, spesso di prodotti di Grillo e soci).
Ma di quanto renda questo blog al suo proprietario o alla Casaleggio e Associati non si sa nulla. Di quanto l’ingresso in politica abbia arricchito Grillo in questi anni nessuno sa nulla. Eppure, visto che parla tanto di trasparenza, ricordo che c’è una legge che obbliga anche l’ultimo dei consiglieri comunali degli 8 mila comuni italiani a rendere pubblico il suo stato patrimoniale (anche sui siti web). Eppure di quello del padrone di uno dei principali partiti italiani non sappiamo nulla.
Ma c’è un ultimo aspetto contraddittorio. Ovvero il fatto che questo vero e proprio business politico ruoti tutto attorno a un marchio politico che è di proprietà di una sola persona.
Sul sito del Ministero dello Sviluppo economico alla voce “Marchi e Brevetti” è possibile vedere infatti il marchio figurativo del Movimento 5 stelle ripresa nell’immagine o collegandosi a questo link:

http://www.uibm.gov.it/uibm/dati/Titolare.aspx?load=info_list_uno&id=2026991&table=TradeMark&#ancoraSearch

Si tratta appunto del simbolo del Movimento 5 Stelle, che ha un unico proprietario come si può leggere chiaramente: Giuseppe Grillo.
Per cui, se un giorno Grillo decide che gli eletti sotto quel simbolo non lo rappresentano più, o che in un determinato comune non si può presentare una lista con quel simbolo, può farlo, decidendo d’imperio e personalmente, senza dover consultare nessuno, e nemmeno il Movimento 5 stelle locale (e ciò è già accaduto e riaccadrà: anche per questo in fondo a Grillo della legge elettorale interessa poco, tanto alla fine è sempre lui che può decidere).
Nulla di male, solo che non c’entra niente con la democrazia, e soprattutto smentisce lo slogan grillino per cui nel movimento 5 stelle “uno vale per uno”. Come ne La fattoria degli animali di George Orwell, anche con Grillo “tutti gli animali sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri”.
Ecco, diciamo che se vogliamo trovare qualche differenza tra la democrazia in franchising e la democrazia vera e propria, possiamo andare a vedere questo link

http://www.uibm.gov.it/uibm/dati/Testo.aspx?load=info_list_uno&id=1565149&table=TradeMark&#ancoraSearch

dove troviamo il simbolo del PD, che appunto non appartiene ad un padrone e ad una persona singola, ma ad un’associazione, e di fatto agli iscritti che ne decidono gli organi dirigenti e ne scelgono perfino il segretario con le primarie, coinvolgendo anche i sostenitori del PD non iscritti.
E arriviamo alla conclusione e alla risposta vera alla domanda.
Grillo sa che il suo potere si regge su questa concezione proprietaria del Movimento. Sa che solo così può proseguire il suo business. Sa anche che l’unico modo per far accedere anche il Movimento 5 stelle ad una forma di finanziamento diretto da parte dei cittadini dovrebbe trasformarne la natura. Grillo dovrebbe cioè rinunciare alla proprietà del simbolo e trasformare il Movimento in un soggetto democratico (non chiamiamolo partito, ma il senso è sempre quello). Così facendo però perderebbe il suo controllo padronale su simbolo ed eletti. E dunque è contro il decreto perché di fatto lo costringerebbe a democratizzare il Movimento e dare trasparenza ai suoi bilanci. Molto meglio la finta democrazia in franchising.
Rende di più… anche se non sappiamo quanto.
GT

Annunci

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
Questa voce è stata pubblicata in / e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a “Perché Grillo attacca il decreto che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti?” di Giovanni Taurasi

  1. francesca valensise ha detto:

    non sapevo. grazie. molto interessante. conferma la mia opinione sul M5S.

    Mi piace

    • massimiliano meletti ha detto:

      il 2 permille e’ comunque un finanziamento pubblico ai partiti (se consideriamo trattarsi di minore gettito fiscale per lo stato), inoltre la riduzione e’ graduale, il 2013 (2014,2015,2016,2017) non viene restituito, ai partiti verranno concessi affitti delle sedi gratuiti e utenze gratuite (un po’ come a scajola): insomma mi pare la solita pagliacciata elettorale.

      Mi piace

      • QuintoStato ha detto:

        è graduale perché la dichiarazione fiscale la fai l’anno successivo a quella del reddito percepito e si deve prevedere un periodo per la messa a regime. Il cittadino decide se destinare o meno la cifra, per cui è una forma di finanziamento diretto. l’inoptato rimane allo Stato. Se non vogliamo lasciare solo ai miliardari come Berlusconi e Grillo la possibilità di fare politica non vedo altre soluzioni. L’uso di risore pubbliche per finanziare il mondo politico rilase al movimento operaio e socialisa di fine Ottocento. Io non voglio certo tornare alla politica fatta solo da aristocratici e notabili.

        Mi piace

  2. Danielle ha detto:

    molto interessante!! Grazie dei chiarimenti! Sono pienamente d’accordo con il concetto di Democrazia espresso dall’autore!!

    Mi piace

I commenti sono chiusi.