“La mancata alleanza fra generazioni che limita l’orizzonte dei giovani” di Vincenzo Paglia*

In un convegno presso il Dicastero della Famiglia del Vaticano (15 – 16 novembre) si discute sul rapporto fra le generazioni. Vi partecipano studiosi di diversi Paesi e di diverse discipline per fare un po’ di luce su un tema che manifesta la profonda crisi in cui oggi versa la società.
È difficile sopravvalutare l’importanza del rapporto tra le generazioni, perché si tratta di una struttura antropologica fondamentale sia sotto il profilo dell’esperienza personale sia sotto quello dei legami sociali e quindi della configurazione della civiltà stessa. In effetti, se rappresentassimo il susseguirsi delle generazioni come i piani di un palazzo, noi stiamo correndo il rischio di costruire i diversi piani del palazzo senza mettervi più gli ascensori né realizzare le scale. I piani restano tra loro isolati e costretti all’autoreferenzialità. Ma è angosciante viverci. Potremmo paragonare questo stato di cose a quel «disagio della civiltà» di cui parlava Freud. Per questo è molto urgente che le generazioni ritrovino la via per comunicare. Le cronache nere e quelle rosa sono sempre più tristemente segnate da drammi umani che coinvolgono adulti e ragazzi in un vortice drammatico. Basti pensare a quel che sta accadendo in questi giorni in quell’angolo di Roma dove giovani sono adescati da adulti in una normalità avvelenata che si gioca tra denaro e internet.
Occorre francamente riconoscerlo: la generazione adulta attuale ha in larga misura mancato la sua responsabilità. Spesso semplicemente non c’è stata, occupandosi solo di se stessa oppure pensando di saturare di merci e di consumi il paesaggio in cui le nuove generazioni sono nate e hanno cominciato a muoversi. La scena di quel «misterioso appuntamento tra le generazioni» non deve essere disertata dagli adulti e neppure occupata per intero. Nella scena occorre starci, ma con la consapevolezza del proprio limite e nella prospettiva di lasciare il campo.
La questione del rapporto positivo tra le generazioni è decisiva perché costitutiva della civiltà, di tutte le civiltà. Dobbiamo fermarci e riflettere, esaminare e individuare nuove prospettive. Il disagio dei giovani di oggi non sembra non più causato da una eccessiva presenza del padre, come poteva accadere nel recente passato quando si sentiva l’urgenza di liberarsi dal padre. Oggi il padre sembra «evaporato». E il dramma appare l’opposto: i giovani si sentono abbandonati e attendono un ritorno della paternità, un punto su cui poggiare il loro domani. In effetti c’è come una inedita domanda di padre. Per riprendere l’immagine della mitologia greca, assieme a Massimo Recalcati, si potrebbe dire che i giovani si sentono come Telemaco: stanno in riva al mare e scrutano l’orizzonte aspettando che il padre ritorni e metta ordine nell’isola dominata e saccheggiata dai Proci. Mi chiedo, tra l’altro, se qualcosa del padre non sia tornato con Papa Francesco che non a caso, certo, continua a raccogliere persone provenienti da ogni dove e di qualunque età. È ri-iniziata un’alleanza? Ovviamente ce lo auguriamo. E comunque fa riflettere che questa alleanza si riaccenda in un contesto religioso che appare più fresco, più largo.
Nell’intera tradizione biblica, sia giudaica che cristiana, l’alleanza tra le generazioni è centrale. Basti pensare al fatto che la trasmissione della fede nella Scrittura assume la forma della narrazione dei padri ai figli di quanto Dio ha fatto per il suo popolo. Generare è narrare: «Ciò che abbiamo udito e conosciuto, che i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai nostri figli, che racconteranno alla generazione seguente le lodi del Signore, e la sua potenza, le meraviglie che egli ha compiuto» (Sal 78) .Tutta la storia biblica è innervata sulla trama del succedersi delle generazioni.
La difficoltà nel rapporto tra generazioni riguarda anche semplicemente la trasmissione dei valori fondamentali dell’umano. In un’epoca di vertiginoso cambiamento sociale, economico, valoriale, la generazione adulta rischia di vivere come inutile o irrealizzabile il passaggio del testimone, consegnare ai giovani gli “attrezzi” per vivere. Qualcuno parla anche di un inedito nella storia dell’Occidente, di una sorta di cesura nella successione tra le generazioni. Quando i figli sono capaci di utilizzare le tecniche infinitamente meglio dei genitori, si può trasmettere ancora qualcosa a chi viene dopo di noi, ai nostri figli? C’è qualcosa che vale la pena di trasmettere? Sono domande radicali che spesso inquietano i padri e le madri di oggi, mettendone in discussione l’impegno e la tenuta nella dedizione. Il rischio è che i padri e le madri si percepiscano come l’ultimo anello di una catena ormai spezzata. E tuttavia, la nitida percezione della crisi in atto non deve indurre alla tentazione di idealizzare il passato o di coltivare l’illusione di un suo possibile ritorno. Infatti, l’atto stesso della trasmissione in ogni tempo e in ogni luogo è ‘a rischio’ per l’intrinseca precarietà che lo caratterizza. Si tratta cioè di un “meccanismo” molto delicato perché è il luogo in cui il nuovo e l’altro si fanno strada oltre ciò che lo precede. Il succedersi delle generazioni non è come un lungo fiume tranquillo. C’è poi un’altra considerazione che aiuta a non indulgere al catastrofismo, sempre così facile quando si parla di questo tema. La parola stessa “crisi” allude sì a un rischio, all’esposizione al pericolo, ma insieme essa annuncia la possibilità del nuovo. Il momento della crisi può essere un varco generatore di futuro inedito, l’incubazione di una rinascita attraverso la distretta.
Il convegno mira ad entrare con consapevolezza e fiducia in questo territorio così importante, delicato e difficile, che tocca acutamente l’esperienza concreta delle famiglie.
La ricognizione del tema aiuterà poi una sua ripresa nella prospettiva della fede cristiana e più precisamente nell’ottica del compito che si dischiude per la missione della Chiesa. La comunità dei credenti è chiamata a svolgere un suo ruolo prezioso per promuovere la buona qualità del legame tra le generazioni, così essenziale per la sua stessa vita come per il futuro della nostra società.
La Chiesa, “esperta in umanità”, ha oggi più che mai da mettere in gioco quel tesoro prezioso che continuamente riceve dal suo Signore: la sapienza dei legami che tengono in vita e aprono la storia. Per trafficare questi suoi talenti, deve continuamente mettersi in presa diretta con la realtà così come essa si dà, lasciarsene coinvolgere e interrogare. La sua parola può allora risuonare persuasiva e dischiudere un cammino. Così saprà evitare il tono del rimpianto, della lamentazione o della rimozione, per abbracciare quello di intelligente accompagnamento, critico se necessario, ma insieme sempre cordiale. La crisi, soprattutto quella che tocca l’alleanza tra le generazioni, ci domanda un sagace discernimento dei segni di questo tempo, compito certo laborioso ma da svolgere con piena fiducia. Sappiamo infatti che la storia umana è abitata senza pentimento dallo spirito di Dio e che la fine di un mondo non è la fine del mondo, che i momenti critici misteriosamente preludono alla nascita del nuovo.

*Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia
“La mancata alleanza fra generazioni che limita l’orizzonte dei giovani” di Vincenzo Paglia*

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “La mancata alleanza fra generazioni che limita l’orizzonte dei giovani” di Vincenzo Paglia*

  1. Effebi ha detto:

    Piú o meno condivido tutto, magari con qualche “vabbé sí beh..” ma mi dissocio qui: “Occorre francamente riconoscerlo: la generazione adulta attuale ha in larga misura mancato la sua responsabilità. Spesso semplicemente non c’è stata, occupandosi solo di se stessa oppure pensando di saturare di merci e di consumi il paesaggio in cui le nuove generazioni sono nate e hanno cominciato a muoversi”. Quando un figlio non ti va a scuola se non ha le scarpe giuste che il suo clan pretende, quando non fa i compiti se non gli si compera il telefonino, quando uno arriva a casa sfatto di fatica e non puó, umanamente e fisicamente, stare dietro a tutto (che ci sono anche spesa, lavo&stiro, genitori, nonni, nipoti, commercialista, banca… e una Fornero che dice che a 60-5 anni ancora si puó), quando questo, dicevo, allora non avanza nulla per fare ulteriore resistenza a quella che é una pretesa da ‘born to buy”, allora per forza cede. Ma santa pace, lo faceva la mia generazione per farsi comperare i jeans dai nonni! La resistenza al genitore stile cane col c.lo per terra che si fa tirare é largamente collaudata. E nella famiglia nucleare, spesso mononucleare, la forza di tirare il cane a sera non c’é. Per cui non ci si accorge (vuole? puo’?) del figlio che prima bigia, poi passa le ore sui messaggini, poi gli gira nelle tasche qualche pastiglia, poi dalle pastiglie ne ricava utili, allora scopre che le pastiglie danno un reddito facile e via e via fino al prostituirsi delle minorenni (che c’é sempre stato. Pure la mia vicina di stanza all’Universitá…e noi scesi dal pero che non si capiva dove si comperava tanti bei vestiti..haha.) Quindi basta con l’induzione di sensi di colpa nel singolo che fan presa sull’essere stati cattivi padri/madri. Basta chiudere dinamiche collettive generate da sistemi nel privatistico. E’una operazione profondamente scorretta. Lo é anche perché alimenta il linguaggio oppositivo del clan: a fronte degli adulti, con le colpe di default, ci sta un mare di lamentazioni dove anche il benestante Giuseppino deve lamentarsi ed essere contro, altrimenti é un diverso e il clan lo respinge. Oggi il clan respinge i “fortunati”, quelli che han studiato, si sono skillati e il lavoro lo trovano e tutto sommato sono relativamente contenti della vita che fanno, tesi solo a migliorarsi. Questa gente e il loro quadro formativo non sta contando pú nulla.

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