“Se l’intellettuale balla da solo” di MICHELE CILIBERTO da l’Unità del 3.11.2013

Chi sono gli intellettuali? La domanda è tornata di moda perché su un autorevole quotidiano italiano si è ripreso a parlarne, sostenendo tesi abbastanza discutibili. Penso che si possa abbozzare una risposta con un riferimento storico. Intellettuali per antonomasia sono stati gli illuministi, d’Alembert, Diderot: cioè i direttori della Enciclopedia delle scienze, delle arti e dei mestieri. Figure che hanno saputo intrecciare nella loro esperienza saperi particolari e interessi generali. Terreno di incontro e di mediazione fra gli uni e gli altri è stata la politica.
Non per nulla gli illuministi si dichiaravano eredi degli umanisti italiani che fra il ’400 e il ’500 realizzarono in Italia un simile intreccio e tale mediazione: Machiavelli era segretario della seconda cancelleria e ha scritto i «Discorsi »; Guicciardini, commissario generale dell’esercito pontificio, è autore dei «Ricordi» e della «Storia d’Italia». Nè questo intreccio, in forme volta a volta differenti, è venuto menonei secoli successivi: basta pensare a Genovesi, a Beccaria, al Manzoni autore della «Storia della colonna infame» o, in altri campi, a una figura eccezionale come Bertrando Spaventa, professore a Napoli e autore delle lezioni sui rapporti tra filosofia italiana e filosofia europea. Se si volesse individuare, sul piano morfologico, quando gli intellettuali entrano in crisi, si potrebbe dire che ciò avviene quando si incrinano i loro contesti di riferimento generale – si tratti della nazione oppure del partito – e quando viene meno la politica come luogo complesso di mediazione entro cui vengono riconosciute e coordinate le loro, legittime istanze di autonomia (attraverso i saperi particolari) e di partecipazione (attraverso i «corpi » intermedi). In quelle circostanze e in quelle condizioni, gli intellettuali tendono o a separarsi o a costituirsi come «coscienza» critica della nazione, con forme di «protagonismo » cetuale che hanno avuto in genere effetti deleteri, anche nella nostra storia nazionale. La storia della Repubblica mostra però come la dinamica della storia degli intellettuali possa essere complessa e a quali esiti differenti essa possa dare luogo. Faccio due esempi. Subito dopo la guerra, un’intera generazione di «intellettuali» riconobbe nella politica la propria vocazione, e scelse la politica – anzi il partito – come terreno principale della propria esperienza umana e intellettuale. Mi riferisco alla generazione nata negli anni Venti del Novecento, alla quale appartengono molti dei dirigenti dei partiti della sinistra italiana attivi nella prima Repubblica. Questa scelta – che scaturiva da intricati itinerari intellettuali entro cui avevano un ruolo centrale complesse motivazione di ordine etico – venne stimolata anche dal significato che i partiti di sinistra, e specie il Pci, assegnavano alla «quistione degli intellettuali» come centro nevralgico della costruzione in Italia di una democrazia antifascista e «progressiva ». Né è difficile comprendere quanto in questa posizione abbiano inciso le analisi – svolte da Gramsci, da Togliatti, da Morandi – delle cause che in Italia avevano condotto all’avvento e al trionfo del fascismo. Nella seconda Repubblica il quadro è completamente mutato: la «quistione degli intellettuali » è ormai finita e gli intellettuali stessi o si sono distaccati, anzi separati dalla politica, o si sono ridotti a tristi comprimari di talk show televisivi. Neppure in questo caso è difficile individuare le cause profonde di questo processo che, in maniera diretta o indiretta, hanno a che fare con il berlusconismo e l’affermazione nel nostro Paese di una forma di dispotismo democratico che ha bruciato la funzione della politica come luogo di mediazione di valori, competenze e interessi, compresi quelli degli intellettuali. Se si guarda alla situazione attuale, si vede che essi sono oggi arroccati nelle tende dei loro saperi particolari, come monadi senza finestre e senza contatti con il mondo «grande e terribile». Oggi, quando un intellettuale assume ruoli politici lo fa solo in quanto e perché «tecnico». E del resto anche i politici che oggi guidano il Paese si configurano anzitutto come «tecnici».La separazione tra intellettuali e politica è piena, da qualunque parte la si consideri. Come giudicare questa situazione e come uscirne?La via più sbagliata, a mio giudizio, è quella di ricorrere alla categoria del «trasformismo », come è stato fatto per spiegare la conversione di molti intellettuali italiani dal fascismo, in cui si erano formati, all’antifascismo. Significa non avere capito niente della trasformazione morfologica della politica che si compie nella prima metà del secolo con l’insorgere per tutti – anche per gli intellettuali – della centralità della dimensione di massa della politica contemporanea. Allo stesso modo, non ha senso esprimere oggi giudizi moralistici sul «silenzio» degli intellettuali. Significa non comprendere quali siano gli effetti della fine della politica, e dei partiti, di massa sulla condizione e sul lavoro intellettuale. Il problema è assai più vasto e complesso: riguarda le trasformazioni radicali della Costituzione «interiore» del nostro Paese. Gli storici futuri avranno molto da lavorare su questo terribile ventennio. Né, se tale analisi ha un senso, è pensabile che gli intellettuali decidano un giorno di uscire dalle loro tende per rimettersi in cammino verso la «rivoluzione » o, più modestamente, verso l’impegno politico. Sarebbe pura illusione. Bisogna rovesciare il punto di vista tradizionale e sottolineare con forza che gli intellettuali non sono un «intero» ma una «parte»: questa è stata sia la loro forza che la loro, strutturale, debolezza. Per riaprire la «quistione degli intellettuali» (uso una formula) bisogna dunque rimettere in moto la Nazione, l’Italia. Anzi, l’Europa. Non possono esserci cultura, e funzione e significato della cultura, se non si mettono in gioco e in movimento tutte le energie – interne ed esterne – di un Paese, di una nazione, di un continente, ricostituendo «vincoli» e visioni in cui anche gli intellettuali possano riconoscersi, ristabilendo un rapporto con il mondo e la realtà. Ma per far questo è pregiudiziale prendere atto di quanto è accaduto, delle trasformazioni che si sono prodotte rinunciando alle forme del passato. È possibile, oggi, porre in modi nuovi il problema degli intellettuali senza affermazioni di tipo moralistico? Ce ne sono le condizioni? È difficile dirlo, ma certo non si fa un passo avanti suonando la canzone – assai vecchia- del «trasformismo» degli intellettuali italiani. Per questa strada si va poco lontano: si confonde la «parte» con l’«intero», mentre il problema è esattamente il contrario: distinguerli con rigore e comprendere, sine ira et studio, cosa questo «intero» sia ormai diventato. Come insegna Spinoza, «sognare il secolo d’oro dei poeti, o una favola», non serve.

“Se l’intellettuale balla da solo” di MICHELE CILIBERTO da l’Unità del 3.11.2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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