“RISCOPRIRE IL TALENTO PER SALVARE LA SCUOLA” di ANDREA ICHINO dal Corriere della Sera del 21.10.2013

Tre scelte strategiche sulla scuola perché l’Italia torni a competere

L’allarme lanciato sabato al Forum del libro di Bari dal Governatore Visco, riguardo al ritardo di «competenza alfabetico funzionale» che ci impedisce di competere sul piano delle tecnologie avanzate, impone al Paese almeno tre scelte strategiche.
Non sono scelte facili, ma la decisione non può essere ritardata.
La prima riguarda l’equilibrio tra due esigenze: quella di «non lasciare nessuno indietro» e quella di investire nel capitale umano di coloro che hanno le doti migliori per sfruttare pienamente l’investimento.
Il sistema formativo italiano, dopo il ’68, ha privilegiato la prima esigenza, ben rappresentata dal principio ispiratore della Scuola di don Lorenzo Milani a Barbiana: «Il programma scolastico si ferma fino a che tutti hanno capito». Questo principio ha posto fine a una odiosa scuola classista in cui solo i «Pierini» figli dei ricchi andavano avanti senza difficoltà, indipendentemente dalla loro capacità e intelligenza. Ma dalle macerie del sistema precedente è nata una scuola di pessima qualità per tutti, come lo stesso Governatore ci ricorda sulla base delle numerose indagini internazionali che lo dimostrano. E questo risultato non è certo andato a beneficio dei poveri. In Usa avere un padre laureato aumenta di 6 volte la probabilità di laurearsi piuttosto che fermarsi al diploma.
In Italia l’aumento è di 24 volte, tanto che mentre in Usa conviene, se si può, laurearsi piuttosto che scegliersi la famiglia giusta, in Italia è vero il contrario. E questo perché, come disse Margareth Thatcher: «People from my sort of background needed Grammar schools to compete with children from privileged homes» (La gente della mia origine sociale aveva bisogno di buone scuole secondarie per competere con i ragazzi delle famiglie privilegiate). Una scuola di bassa qualità per tutti toglie ai poveri uno strumento per annullare il vantaggio dei ricchi. Quindi, dato che le risorse sono scarse, dobbiamo decidere quanto investire in scuole e università di qualità per quelli che davvero le meritano, poveri o ricchi che siano.
La seconda decisione difficile riguarda l’equilibrio tra cultura classica e cultura tecnico scientifica, ossia quella di cui il Governatore lamenta maggiormente la mancanza. Che io sappia, siamo rimasti l’unico Paese al mondo in cui, nella scuole tradizionalmente di élite , gli studenti dedicano il massimo delle loro energie a studiare latino, greco e materie umanistiche invece di dedicare più tempo ed energie a materie scientifiche. Si sente spesso dire che questo è un bene e lo dimostrerebbe il fatto che i diplomati del liceo classico, che poi vanno a studiare materie scientifiche all’università, non hanno problemi e anzi sono i migliori. Questo argomento non mi ha mai convinto perché se gli studenti che decidono di iscriversi al liceo classico sono i migliori già prima di iscriversi,
è ovvio che poi siano i migliori anche dopo.
La correlazione non implica necessariamente causazione. Anzi, sorge naturale il sospetto che se questi studenti avessero potuto modulare meglio il loro curriculum in preparazione di futuri studi scientifici il loro risultato sarebbe stato ancora migliore. Purtroppo le ore di lezione sono limitate anche per gli studenti più bravi. Cosa vogliamo che studino? I mitocondri o l’aoristo passivo? Anche perché se vogliamo retribuzioni elevate abbiamo bisogno di investire in tecnologia ad alto valore aggiunto nell’interesse di tutti, a ogni livello della scala sociale.
L’allarme del Governatore ci impone poi di decidere se continuare ad affidare solamente allo Stato il compito di migliorare il sistema formativo. È lo stesso Visco a dire che lo Stato non spende poco per la scuola italiana. Ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti, e quindi il sospetto è che spenda male. Non dovrebbe sorprendere, perché è difficile gestire dal centro una organizzazione più grande quasi dell’esercito americano. Per questo è necessaria una forte dose di autonomia e concorrenzialità reali, a tutti i livelli del sistema scolastico, riguardo alla gestione dell’offerta formativa e delle risorse, soprattutto umane. Questo proprio perché anche l’amministrazione pubblica più efficiente al mondo farebbe fatica a governare l’immensa struttura che il Miur (Ministero dell’istruzione, università e ricerca) pretende di gestire da viale Trastevere a colpi di «concorsoni» e circolari. Avete mai visto un anno scolastico in cui ogni classe abbia iniziato con tutti i suoi professori al loro posto o senza una girandola di supplenti?
In questo caso, però, la scelta è più facile. Non è necessario abbattere la scuola pubblica, anzi. Basta accettare il principio che la scuola è pubblica anche quando chi la gestisce non è lo Stato in prima persona, ma chi localmente ha le informazioni migliori per farlo, sottostando alle regole e alla valutazione che la collettività ritiene necessarie .
andrea.ichino@eui.eu

“RISCOPRIRE IL TALENTO PER SALVARE LA SCUOLA” di ANDREA ICHINO dal Corriere della Sera del 21.10.2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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3 risposte a “RISCOPRIRE IL TALENTO PER SALVARE LA SCUOLA” di ANDREA ICHINO dal Corriere della Sera del 21.10.2013

  1. chiara ha detto:

    non capisco l’ultima affermazione di Ichino.
    Parla delle scuole pubbliche parificate, che possono offrire servizi di assistenza e custodia più ampia ai bambini e un percorso più facile agli adolescenti, rispondendo così ad esigenze della collettività non certo di carattere culturale e formativo, o parla della possibilità da parte delle scuole statali di avvalersi di insegnanti assunti non sulla base di graduatorie rigide e spesso non basate su competenze e capacità, ma sulla verifica di effettive capacità didattiche?

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    • QuintoStato ha detto:

      Io l’ho intesa come l’applicazione della riforma del titolo V che prevede la legislazione concorrente tra regioni e stato sull’istruzione e sull’organico. Una questione molto dibattuta in questi anni. Ma potrei aver frainteso.
      GT

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  2. Maria Laura Bufano ha detto:

    È. quella che propone Andrea Ichino, la solita alternativa fra una scuola per alti ingegni e una scuola per tutti. In realtà è una falsa alternativa. Non so se le “scuole per superdotati”, che pure esistono, abbiano dato risultati rilevanti: non se ne sente parlare. Almeno fino a un certo grado di studi, a mio parere, le due cose non sono in alternativa. Le energie, il lavoro, la capacità di progettazione e di innovazione, lo studio e l’approfondimento che richiede una scuola tendenzialmente per tutti o per il più gran numero di persone (non dimentichiamoci che la scuola per tutti è storicamente una neonata, e necessita di molta ricerca e molti sforzi per diventare davvero efficace), sono funzionali anche alla promozione e allo sviluppo dei ragazzi che rivelano ottime capacità, qualunque sia l’origine – sociale, culturale, naturale – di tali capacità. La coincidenza fra le due cose è totale nella scuola di base. Poi, via via che si va avanti e soprattutto nell’università e nella ricerca certamente una selezione si impone. Ma non va scambiata, la selezione, con la qualificazione del percorso. O meglio, sarebbe utilissimo che la selezione e la competizione ci fossero, a partire dagli insegnanti. Concorsi in carriera per avanzare, in base a risultati, a documentazione del lavoro svolto, ai progetti, alle conoscenze ecc.. L’insegnamento ha anche un importantissimo e ineludibile versante individuale, nelle capacità e nel lavoro individuale e questo nessuno vuole valorizzarlo. Meglio stracciarsi le vesti per la massificazione della scuola che abbasserebbe il livello e mantenere intatto lo spirito corporativo, a volte l’omertà professionale. Questi discorsi non sono di oggi; ricordo che tanti insegnanti li facevano già negli anni sessanta, dopo l’avvento della scuola media unica.

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