“Yara, 3 anni, in fuga dalla guerra diventa mamma dei suoi fratellini” di FRANCESCO VIVIANO da La Repubblica del 17.10.2013

Arrivano dalla Siria e sono scampati al naufragio nel Canale di Sicilia. Dei genitori nessuna traccia.

LAMPEDUSA. Come ce l’abbiano fatta a salvarsi questi tre fratellini siriani che hanno commosso chiunque ha avuto la ventura di trovarseli davanti forse non si capirà mai davvero. A riconsegnarli alla vita è stata la catena umana degli altri sopravvissuti di quel terribile naufragio che li hanno tenuti a galla fino a quando gli uomini della nave Libra della Marina Militare non li hanno tratti in salvo.
Che quei tre bambini soli fossero fratelli è apparso subito evidente: gemellini i due più grandi, un maschietto e una femminuccia — due anni e mezzo, forse tre — dieci mesi il piccolino, riccio e cicciottello, letteralmente covato come un pulcino dagli altri due trasformatisi in un attimo nei suoi “genitori”. Quelli veri, con tutta probabilità, sono finiti in fondo al mare o in una delle 38 bare divise tra Italia e Malta dopo quel maledetto 11 ottobre in mezzo al Canale di Sicilia.
Li abbiamo seguiti nella loro odissea siciliana, dallo sbarco a Lampedusa dalla nave Libra, poi a Porto Empedocle e infine nell’orfanotrofio del mare a Menfi.
Yara e Joseph, forse si chiamano così i due gemellini siriani diventati orfani durante la loro fuga dalla guerra. Chi abbia detto che questi sono i loro nomi non si sa, forse altri profughi che sulla Libra sono riusciti a raccogliere qualche parola tra i singhiozzi. Ma oggi se li chiami così non rispondono. Il piccolo, invece, ha un nome tutto nuovo, Salvatore, sicilianissimo: quello del marinaio che per primo lo ha tirato su dal mare.
Yara è diventata “mamma” a bordo della Libra. «Non si è allontanata mai dai suoi fratelli, neanche per un momento, nessuno poteva avvicinarli, toccarli — racconta il comandante della nave Katia Pellegrino — era come un gattino che protegge i suoi micini appena nati, li teneva stretti stretti per mano, li abbracciava e con quegli occhioni blu, che in quel momento sembravano canne di una pistola, allontanava chiunque volesse parlare con loro, confortarli, anche solo prenderli in braccio».
Chi siano, da dove vengano, se abbiano o meno familiari in Italia o in Europa, forse non lo si saprà mai. Fino ad ora nessuno ha cercato questi tre bimbi che adesso, insieme ad altri piccoli sopravvissuti dell’ultimo naufragio, sembrano aver trovato un minimo di tranquillità nella casa famiglia che li sta ospitando. La prima notte hanno dormito tutti e tre insieme su un divano, impossibile dividerli. Ed anche ieri, quando Salvatore si è messo improvvisamente a piangere, Yara lo ha abbracciato, se lo è messo sulle gambe e lo ha cullato cantandogli una nenia e dandogli colpetti sul sederino fino a quando non ha preso sonno. Poi ha cominciato a piagnucolare anche Joseph e lei gli ha preso la mano, si sono abbracciati e si sono addormentati insieme. Nessuno ha osato muoverli per portarli nelle loro brandine. «È la prima volta che dormono così profondamente », dice la pediatra del Centro.
I “segni” della tragedia sono tutti lì: in quel faccino circondato da una cascata di riccioli castani, in quegli occhioni blu che non perdono mai di vista i fratelli, in quelle due ferite sotto il mento che — secondo la pediatra che l’ha visitata — sono ferite di guerra, segni di una scheggia di bomba. Chissà da dove scappavano, Yara, Joseph, Salvatore e i loro genitori: ammesso che siano in grado di raccontarlo a qualcuno. Per ora, l’unica cosa che si capisce è quando, molto spesso, invocano «Mam».
È Joseph a farlo quasi continuamente. Corpicino esile affogato in una tuta bianca e blu, è quello che mostra più di tutti la sua sofferenza. Piange, cerca la mano di un adulto, sembra distrarsi solo dietro il cancello bianco che lo separa da tre cagnolini. Lui li guarda, gli dice qualcosa in arabo e i cani sembrano capirlo, quasi che parlino la sua stessa lingua, perché si avvicinano infilando i loro musi dentro l’inferriata per permettere a Salvatore di toccarli. Poi lui fa “bau, bau” e sorride. È l’unico sorriso della giornata».
Come molti profughi siriani, questi tre bimbi forse appartenevano a un ceto medio alto. Sicuramente sanno maneggiare un iphone, sono incuriositi, si avvicinano al display e con il ditino provano a sfogliare l’album fotografico. Si vedono ritratti, sorridono, chissà forse cercano lì dentro i fotogrammi di una vita che ormai
non gli appartiene più.

“Yara, 3 anni, in fuga dalla guerra diventa mamma dei suoi fratellini” di FRANCESCO VIVIANO da La Repubblica del 17.10.2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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