“Un manifesto antideclinista: chi investe sull’ottimismo?” di Giovanni Cocconi da Europa del 16.10.2013

La rassegnazione è di destra e di sinistra, ed è maggioranza. Ma qualcuno prova a sfatare certi «luoghi comuni». Vince chi cambia l’umore dell’Italia depressa

Aver scoperto di essere l’unico paese d’Europa tecnicamente ancora in recessione certo non aiuta. Ma non è un problema di numeri, di tabelle, di statistiche.

C’è un sentimento collettivo molto profondo che si coglie anche nelle conversazioni private e che ha fatto precipitare il discorso pubblico in un’atmosfera cupa, rassegnata, come se il paese fosse finito in un vicolo cieco. Da un po’ di tempo siamo diventati ipersensibili nel cogliere i segnali della crisi, ma la domanda che ci poniamo ora è quella fino a poco tempo fa impronunciabile: finirà davvero?

Sì, è diventato difficile credere nella ripresa. Nel senso che il sospetto che si è fatto strada è che “la più grave crisi dal dopoguerra” vada misurata uscendo dallo schema del ciclo economico, cioè l’alternanza di espansione e recessione, ma seguendo un’altra traccia, quella del cambio di paradigma, il declino irreversibile di un paese che per troppo tempo ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità e oggi si trova a saldare un conto arrivato tutti insieme. Oggi i declinisti sono di destra come di sinistra, e sono la maggioranza.

Contro questa «retorica dell’Apocalisse» è nato il manifesto presentato ieri da Fondazione Edison, Unioncamere e Symbola, che ha il merito di osare dove nessuno prova più. “Oltre il declino” è il titolo del manifesto e, al di là delle adesioni anche importanti che ha raccolto, è interessante misurarne il potenziale politico. Perché non c’è dubbio che la vera uscita dalla stagione che ci stiamo lasciando alle spalle (il “ventennio berlusconiano” citato da Enrico Letta) arriverà solo quando un imprenditore politico (un leader, una generazione, una squadra, un governo) riuscirà a riscattare il sentimento collettivo del paese da quella cappa di pessimismo che lo domina, da quella sindrome del vicolo cieco nella quale è precipitata, anche per colpe bipartisan. Qualcuno capace davvero di voltare pagina.

Gli autori del manifesto (Ferruccio Dardanello, Ermete Realacci, Marco Fortis) non vivono su Marte. Riconoscono che il paese è «zavorrato da guai che vengono da lontano, e che vanno ben oltre il debito pubblico: le diseguaglianze sociali, l’economia in nero, quella criminale, il ritardo del Sud, una burocrazia spesso persecutoria e inefficace». Però, aggiungono, «la tesi dell’inarrestabile declino italiano manca del sostegno dei fatti». Perché? Il boom dell’export e del turismo sfatano «i luoghi comuni sbandierati dalla propaganda declinista». Non solo. «L’Italia non è una delle vittime della globalizzazione, anzi: ha profondamente modificato la sua specializzazione internazionale, modernizzandola e “sincronizzandola” con le nuove richieste dei mercati». Secondo il manifesto abbiamo saputo costruire valore aggiunto sia nei settori tradizionali del made in Italy (abbigliamento, calzature, mobili, cibo) sia nella meccanica, nei prodotti innovativi per l’edilizia, nella chimica-farmaceutica.

Il manifesto, insomma, non insegue solo un generico ottimismo della volontà. In nome di un patriottismo economico che nessuno osa più evocare (nel paese di Alitalia e Telecom, ma anche di Parmalat, Bulgari, Loro Piana, Edison) prova a contrastare la rassegnazione diffusa, l’egemonia del declinismo nel discorso pubblico.

Chi conosce il lavoro di Ermete Realacci riconoscerà lo sforzo di valorizzare l’Italia dei talenti che anima da anni la sua fondazione Symbola. Anche la Leopolda di Matteo Renzi si è sempre mossa in questa direzione. Negli ultimi tempi il sindaco di Firenze ripete spesso che alla politica bisogna restituire la dimensione del futuro e della speranza, parole che non basta citare per essere credibili. L’età gioca dalla parte del sindaco, ma il debutto di Bari in questo senso è stata una falsa partenza. Renzi non salverà quasi nulla dell’ultimo ventennio politico, già lo ha fatto capire. Più difficile sarà risollevare l’umore di un’Italia depressa, che non crede più in se stessa.

@GiovanniCocconi

“Un manifesto antideclinista: chi investe sull’ottimismo?” di Giovanni Cocconi da Europa del 16.10.2013

Annunci

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
Questa voce è stata pubblicata in / e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.