“No al congresso senza politica” di ALFREDO REICHLIN da l’Unità del 17.9.2013

Che congresso vogliamo fare? La risposta a questa domanda non mi è ancora chiara. Noi non siamo una associazione ricreativa la quale deve rinnovare i suoi dirigenti perché si è arrivati a una scadenza statutaria.
Siamo un partito politico, anzi il solo che bene o male è tale, non essendo nato da una avventura personale ma essendo l’erede delle storie secolari del socialismo e del cattolicesimo democratico. Una storia grande. Saremo pure una piccola cosa rispetto alla grandezza del mondo nuovo e alle sue inedite sfide ma dopotutto siamo nani seduti sulle spalle di giganti. Nessuno però lo dice e assistiamo invece a vecchi dirigenti in fuga. Io sono molto colpito. Non so separare la vicenda del Pd da quella più grande di un Paese in grande sofferenza, anche morale. Una crisi di identità sembra colpire gli italiani. La cosa che più mi preoccupa è lo sfarinarsi di quel grande deposito di valori che è la solidarietà. Il Papa ha sollevato questa questione e la grida al mondo. Mi chiedo se la crisi della sinistra sia anche causa ed effetto di questo fenomeno più grande. Eppure, piaccia o non piaccia, è solo a noi che la gente può chiedere una guida, uno sguardo sul futuro, una risposta ai suoi problemi di vita e al suo enorme bisogno di giustizia. A chi, se no? Guardiamo il panorama politico che ci sta intorno: Grillo gioca allo sfascio e il mondo moderato sembra incapace di separare la sua sorte da quelle di Berlusconi. È per tutte queste ragioni che io mi chiedo se ci rendiamo conto del danno enorme che fanno le nostre beghe interne. Non possiamo continuare a parlare solo di noi stessi. Ripeto dunque la domanda: che congresso vogliamo fare?In altre parole, quale grande proposta politica facciamo a questo Paese. Non solo come parliamo con efficacia nei comizi ma come facciamo la cosa essenziale che deve fare un partito politico, cioè una proposta politica, una scelta qui e ora sul come far leva sulle forze reali, come tornare a schierarle e portarle all’azione e alla lotta. Questa è la politica. E quindi è dall’Italia che dobbiamo partire, non da noi. E allora: quale Italia? Basta alzare un poco lo sguardo per rendersi conto della grandezza dei problemi che ci interrogano. Con l’uscita di scena di Berlusconi finisce una intera fase della vita italiana, un ventennio. Ma non è come se si chiudesse una parentesi. Si aprono nuovi scenari, e il terreno è coperto di macerie. Nulla tornerà come prima. Le responsabilità di Silvio Berlusconi sono evidenti ma, dopotutto, costui non è arrivato dall’estero. Bisogna quindi fare i conti con problemi più di fondo – la struttura dello Stato, il vecchio modo dello stare insieme degli italiani – cioè con quei problemi da gran tempo irrisolti e che non sono separabili dalla straordinaria avventura del Cavaliere. Poniamoci con freddezza e realismo di fronte alla realtà. Il dato di fondo è che l’Italia si è impoverita ed è diventata più piccola in tutti i campi dello sviluppo economico scientifico e culturale. Solo rispetto al 2007 abbiamo perso dieci punti di ricchezza, ma è dai primi anni Novanta che avevamo cessato di crescere. Perché? Alla base c’è la sostanziale incapacità della compagine statale e dei compromessi sociali e politici che ne sono l’ossatura, di riformarsi in rapporto alle nuove sfide dell’internazionalismo. Noi abbiamo sottovalutato la grandezza e la natura di quella vera e propria mutazione rappresentata dalla mondializzazione dell’economia. Sono state ridisegnate le identità collettive e i saperi diffusi, non solo le forme dell’economia. Sono state investite le figure sociali, i poteri dello Stato e i vecchi diritti di cittadinanza. Sono venute meno le armi fondamentali del mondo del lavoro, come il sindacato e lo Stato sociale, si è rotto il compromesso del capitalismo con la democrazia. E, come risposta, ognuno ha cercato di difendersi da solo a scapito di quel cemento essenziale che è la solidarietà con gli altri. È vero anche che si sono allargate le conoscenze e che nuovi popoli sono venuti alla ribalta. Ma la società è diventata più egoista e più ingiusta. Il potere politico ha ceduto il passo di fronte alla potenza senza limiti dell’economia finanziaria e alla sua logica del breve periodo: prendi i soldi e scappa. L’Italia è finita ai margini perché investire sul futuro, sui giovani, sul meraviglioso patrimonio umano e culturale italiano è meno conveniente. Questo a me pare il cuore del problema politico italiano. I programmi restano vani annunci se non partiamo dall’anima della nazione, se non ridiamo una identità agli italiani, una nuova idea di sé, un nuovo orizzonte e quindi una fiducia nella politica e nel cambiamento. Non si va da nessuna parte con questa rissa continua. Guardare i talk show televisivi fa orrore: una marea di fango, di insulti, di risse senza capo né coda. In quale Paese del mondo civile un uomo politico condannato per frode allo Stato, invece di dimettersi, può ricattare il Paese minacciando il caos? Dunque, non piccoli cambiamenti ma una grande svolta è necessaria. Ma nella realtà in cui siamo la condizione di una svolta (ecco ciò che voglio dire) è come spostare le risorse che nonostante tutto esistono e sono grandi perché sono le risorse umane, le conoscenze, il capitale sociale italiano verso l’investimento produttivo, i beni pubblici, la difesa dell’ambiente, i nuovi bisogni. Ma come? Io credo che c’è un solo modo, ed è quello di mettere in campo non solo un leader ma una forza reale, un movimento civile, una soggettività organizzata, una forza politica, un partito, cioè lo strumento che trasforma una somma di individui in una comunità pensante. Questa è la grande responsabilità che pesa su tutte le correnti del Partito democratico. Cerchiamo di vedere il grande spazio che si apre dopo il berlusconismo. È lo spazio nuovo che la crisi del vecchio ordine ultraliberale dovrà per forza restituire alla politica. È l’enorme bisogno di guida, di certezze, di valori. È il bisogno di luoghi dove si possa costruire uno stare insieme e un nuovo alto compromesso civile e sociale tra gli italiani. Questo è il tema di fondo del Congresso, il banco di prova di questo partito. Il Pd non può esistere come grande partito se non è utile al Paese e se non ridefinisce il suo ruolo a fronte di questa crisi di identità, di valori e di prospettive. È qui che io vedo, nel concreto, nel qui e ora, la necessità e il realismo di una grande proposta politica che il nostro congresso dovrebbe avanzare. La proposta di un nuovo patto tra gli italiani. Qualcosa di analogo a ciò che ispirò Berlinguer nel suo assillo di tenere insieme la politica con la società e con la cultura. Non quella dei libri e dei dotti, ma quella di un popolo che si fa Stato e crea, non gli «inciuci», ma una religione civile. Fummo sconfitti, prevalse un’altra idea della politica. Più la grande politica perdeva basi popolari e il potere delle grandi decisioni veniva assunto dall’economia, più i leader si illudevano di difendersi puntando tutto sul potere personale e sul consenso dei «media». Cominciava l’era degli uomini soli al comando (Craxi, Berlusconi, Di Pietro, Grillo, ecc.). È questa la vera «roba vecchia». Il mondo è inondato dai debiti e i ricchi sono diventati più ricchi. Mentre il nuovo, a mio parere, sta nel dare agli uomini strumenti capaci di restituire ad essi la padronanza delle loro vite. Penso che bisognerebbe dare voce al «primo popolo» (come lo chiama De Rita), cioè quelli che stanno sotto. Non è solo con le primarie che si forma un popolo, qualcuno deve pur dirlo. Io non credo che il Pd possa avere un grande avvenire isolando le forze che vengono dalla lunga storia del socialismo.

“No al congresso senza politica” di ALFREDO REICHLIN da l’Unità del 17.9.2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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2 risposte a “No al congresso senza politica” di ALFREDO REICHLIN da l’Unità del 17.9.2013

  1. stefano ha detto:

    Alfredo Reichlin è del 1925. Si vede. Gli suggerirei di dialogare di più con la figlia, riconosciuta esperta di economia, per avere una visione più realistica delle cose. Sicuramente ci sarà stato uno strapotere dell’economia finanziaria, che ha fatto danni, ma c’è anche un mondo che è vissuto sul DEBITO e sul proprio primato economico e tecnologico. Quel mondo a quanto pare è finito, nuovi paesi ci fanno le scarpe e dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo. Le parole d’ordine di un vecchio uomo del PCI abbiano questa valenza.

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  2. casar46 ha detto:

    Si questo PD non va bene, anche al suo interno si e formata la stessa distorsione che abbiamo visto negli ultimi 30 anni, dato dal liberismo individuale. In cuor mio pensavo, che il pensiero rinnovatore di sinistra avrebbe trainato un conservatorismo democristiano pur sempre democratico, ma cosi non e stato, ha avuto il sopravvento la visione democratica cristiana delle correnti, e si e riformata l’antica Balena Bianca….frutto anche di una personalizzazione del tempo attuale che sta morendo, ed esempi di politicanti senza il senso dello stato, anche tra i nuovi/vecchi politici, semplici opportunisti che straparlano, e ripercorrono le gesta di un noto imbonitore. Il risultato e un elettorato di pancia, ed un elettorato di testa, che si va via, via riducendosi. Oggi sono talmente tante le cose da risolvere che e arduo raggiungere una piattaforma da cui ripartire, molto più semplice e raddrizzare una nave.

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