“La Politica degli Insulti che sfregia un Paese” di GIAN ARTURO FERRARI dal Corriere della Sera del 15.9.2013

Nella loro ormai lunga vicissitudine, Giorgio Napolitano e Giuliano Amato hanno avuto in comune due tratti. Una certa idea di dignità dei comportamenti e una certa propensione alla razionalità dell’analisi e dei giudizi.
In questo si sono distinti rispetto a una scena nazionale dominata invece dalle passioni (vere o, perlopiù, artefatte) e dalla loro esteriorità, spesso apoplettica. Entrambi hanno infatti concepito la politica — cui hanno dedicato la vita — più come arte e responsabilità di governo che come conquista del consenso. È dunque particolarmente triste e persino doloroso che oggi non solo sembri prendere il sopravvento la concezione della politica che loro hanno tenacemente avversato, ma che questo avvenga come un attacco a loro rivolto in forme inusitate di sguaiatezza e, propriamente parlando, di violenza verbale. Si può certo dissentire nel giudizio sull’operato politico di Giuliano Amato, ma non si può dire, in un parossismo di insulti, che rappresenti «lo schifo, il disgusto, l’indecenza, l’obbrobrio, l’orrore, il ribrezzo perpetrato negli anni dalla Casta politica italiana». Né si può definirlo «un figuro». Così come, gioverà ricordarlo, siamo l’unico Paese al mondo dove un esponente politico può permettersi di irridere il proprio capo dello Stato dicendo che «ormai ha centoventi anni» e di liquidarlo concludendo che «ha proprio rotto le palle». Non si tratta di perbenismo, di buone maniere, di civiltà dei rapporti. E non si tratta neppure del fatto che questo sciorinamento di lordure e questo concerto di rigurgiti non è né necessario, né utile alla causa dei suoi autori. Si tratta di sostanza. La vita pubblica italiana, questa è la verità, sta uscendo dai binari, deraglia vistosamente. A partire dal palcoscenico primario — i talk show televisivi — prima si manifesta, poi si rafforza, poi tutto allaga un’onda di frustrazione, d’irritazione, infine di rabbia. Sono frustrati tutti. Gli antiberlusconiani che vedono svanire in lontane nebbie il sogno d’un nuovo piazzale Loreto. I berlusconiani che devono affrontare (con attrezzatura culturale, bisogna dire, modesta) il tema metafisico della caducità umana. Sono frustrate, frustratissime, le forze politiche. Il Pd e il Pdl, che non sanno che cosa — o, per meglio dire, chi — sarà di loro tra un anno. I Cinquestelle, che scoprono quanto sia labile la protesta e mobile il consenso. Tutti gli altri, incerti persino sulla loro esistenza. Le truppe d’assalto, cioè da talk show — bella presenza, aggressività, parlantina a sovrastare gli avversari —, ostentano sicurezza, ma dietro la superficie levigata, abbronzata e ben vestita si sente premere un senso oscuro di impotenza, di non sapere più che cosa fare. La partita è stata apparentemente condotta con perizia, dopo le pensioni tutto è stato contenuto e imbrigliato. Ma i problemi del Paese sono rimasti lì, immensi e irrisolti. Napolitano ha spiegato con chiarezza che cosa occorre fare e in quale ordine. Ma del finanziamento pubblico s’è persa traccia, della riforma elettorale pure e il governo, che meriterebbe ben altro, è sopportato, non certo sostenuto, tanto meno amato. Nello stallo si fa strada il terribile pensiero che i problemi oltre che irrisolti siano irrisolvibili, che il lieto fine non sia garantito. È questo tarlo nascosto e negato a generare il senso d’impotenza, è l’impotenza a generare la frustrazione, è la frustrazione a eruttare all’esterno come insulto, come volgarità voluta, come volontà plebea. Quasi che, visto il fallimento dell’alto, non ci restasse che naufragare nel basso, se possibile nell’infimo. Oppure, secondo una variante che si viene affermando, si sfodera un linguaggio bellico, quella in corso su Berlusconi (simpaticamente definito «l’innominabile» dai suoi avversari e alleati di governo) è semplicemente una guerra, ricompaiono i cappi al collo, le esecuzioni e i relativi plotoni. L’ex giudice Casson, insigne esempio di buon gusto e moderazione, prospetta al condannato (perché non ai lavori forzati?) un’espiazione consistente nel ripulire i canali di Venezia. Si comprende allora come mai a far le spese di questa nera e fangosa (è il caso di dirlo!) stagione della politica italiana siano le personalità che a un simile clima più sono state e sono estranee. Ma dietro lo sfregio, dietro l’indecenza, c’è qualcosa di ancor più preoccupante. Il nostro futuro.

“La Politica degli Insulti che sfregia un Paese” di GIAN ARTURO FERRARI dal Corriere della Sera del 15.9.2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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