“La politica prossima al default” di Elisabetta Gualmini da La Stampa del 13.9.2013

La politica è in default. Le larghe intese – l’unica soluzione possibile, forse, per dare un senso alla XVII legislatura – segnano il punto più basso di credibilità dei partiti. E il grado più alto di deviazione dalla normalità democratica.
Con anomalie su anomalie, pronte a scaricarsi sui piedi di un Governo dai piedi di argilla, sempre sul punto di accasciarsi, dietro alle minacce e poi ai ritiri e poi alle minacce di un Pdl allo stremo.
C’è un premier capace, con nervi saldissimi, ma nominato e non scelto dai cittadini, al contrario di quanto siamo stati abituati a vedere negli ultimi vent’anni. Che sarebbe stato forse vice in un governo con Pd e SeL, oppure nel «governo del cambiamento», ed è invece primo della diarchia con Alfano. Ci sono poi i parlamentari nominati, truppe di discepoli fedeli ai rispettivi capicorrente, con la parzialissima eccezione di alcuni tra quelli scelti con le primarie Pd (organizzate a capodanno!).
Deputati e senatori che sembrano vivere nell’iperuranio. Arrivati là con il teletrasporto, ogni tanto mandano un tweet (i più arditi anche foto con Instagram) e si mettono il cuore in pace, pensando di aver ricucito con il popolo che sta giù.
E ci sono infine gli elettori che, rispetto ai moltissimi volati via al grido di battaglia grillino o rimasti a casa sdegnati, si erano presi la briga di andare a votare per il centrosinistra anche o soprattutto perché non volevano questo centrodestra, e viceversa, ai quali è stato consegnato un esito esattamente contrario alle aspettative. Ce lo spiegano bene Paolo Segatti e Paolo Bellucci anticipando, nell’ultimo numero del «Mulino» (4/2013), alcuni risultati delle indagini condotte dal consorzio italiano di studi elettorali Itanes. Da un lato la volatilità è stata altissima: il 49,1% degli elettori ha cambiato il voto tra il 2008 e il 2013, il record storico, maggiore anche del 1994. Dall’altro solo il 2,7% degli elettori si è spostato da un blocco all’altro, dal Pd al Pdl e viceversa (un muro granitico e insuperabile tra i votanti dei due partiti che proprio non ne volevano sapere gli uni degli altri e che poi si sono trovati incredibilmente a governare insieme!). Ad abbandonare il Pd e il Pdl, continuano gli studiosi di Itanes, sono stati gli elettori più distanti rispetto alle posizioni dei partiti di provenienza. Quelli in fuga dal Pdl non hanno gradito la campagna urlata ai quattro venti sull’abolizione dell’Imu, quelli in fuga dal Pd sono più anti-tasse rispetto al partito e meno europeisti. Tutti e due i gruppi dei fuggitivi condividono poi sentimenti anti-establishment. Al contrario, chi nel 2013 ha votato per Pd o Pdl si rispecchiava nella linea e nella narrazione ufficiale. E oggi non devono essere proprio entusiasti del contrordine a corrente alternata: siamo alleati dei nostri avversari, ma anche no.
Come è noto, tra il 2008 e il 2013, il Pd ha perso tre milioni e mezzo di voti e il Pdl sei milioni e mezzo. Una crisi profondissima. Partiti ridotti a relitti. Fra un po’, anche se cerchiamo e cerchiamo, nuotando giù giù fino al fondale, non li troviamo più. Missing. Due partiti per di più senza leader. Il Pdl con un leader in esilio. E il Pd in attesa di un leader.
Pare parecchio improbabile che, in queste condizioni, una maggioranza incapace di cambiare la legge elettorale, possa portare a compimento la Grande Riforma della Costituzione. Il Grillo-guru l’ha capito perfettamente ed è di nuovo sceso in guerra. Ha rispolverato le armi, lucidato l’elmetto e ripreso in mano il kit del cittadino-indignato (urla, bordate e turpiloquio). Il leader capriccioso e «adolescenziale» (perfetto qui Massimo Recalcati) ha deciso. Ed è pronto ad appiopparci un altro psichedelico V-day.
Certo mandare al voto oggi due relitti alla deriva – sotto il cannoneggiamento di Grillo – sarebbe una follia. Trovare il modo per scavallare la legge di stabilità è un obiettivo imprescindibile. Ma anche rimanere un anno e mezzo appesi a un esecutivo prigioniero dei ricatti quotidiani non si capisce bene quanto e a chi, incluso il premier, possa giovare. La politica è andata in tilt. Si è scassata. Se le larghe intese l’aggiustano un po’, benissimo. Non sembra però questo il film degli ultimi giorni.
twitter@gualminielisa

“La politica prossima al default” di Elisabetta Gualmini da La Stampa del 13.9.2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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