“Le tre spade di Damocle” di Mimmo Cándito da La Stampa del 2.9.2013

Un vecchio proverbio arabo ammonisce: «Non accendere mai un fuoco quando il vento soffia. Potresti bruciarti». La Siria oggi è un fuoco bastardo, brucia che controllarlo diventa pericoloso, perché non sai da che parte vada a soffiare il vento.
Obama, però, quel proverbio mostra di averlo appreso troppo tardi, e il rischio di non poter controllare l’escalation della guerra gli sta addosso, rendendolo ancor più titubante di quanto ormai lo accusi larga parte dei media americani.
Infatti, da qualsiasi parte si osservi quanto sta avvenendo sul terreno, ci s’imbatte ovunque in focolai potenziali di deflagrazione; e sebbene siano ancora in pochi a richiamare similitudini che ricordino la crisi dei Balcani all’inizio del secolo scorso – la crisi che poi portò alla Prima guerra mondiale – non c’è dubbio che una ulteriore drammatizzazione del conflitto siriano, quale si avrebbe con l’attacco missilistico americano, richiamerebbe sul campo tutti gli attori che potrebbero finire per allargare in termini alla lunga incontrollabili quella che tuttora resta, comunque, una crisi regionale.
Chiunque abbia viaggiato per il Medio Oriente e la sua lunga storia di conflitti conosce quanto sempre si ripete in quelle capitali: che non c’è guerra possibile nelle terre della Mezzaluna se non vi sia coinvolto l’Egitto – perché l’Egitto per la sua dimensione politica e demografica e per la sua storia ha una indiscussa centralità nel mondo arabo – e che però non c’è pace possibile nelle terre della Mezzaluna se non vi sia coinvolta la Siria, perché da sempre la collocazione geografica, l’asprezza del suo regime, la sua minacciosa contiguità con Israele, le danno in mano le chiavi con cui serrare la destabilizzazione dell’area che si aprì nel secolo scorso con la nascita dello Stato ebraico.
Quanto sta avvenendo in Siria ormai da due anni ha profondamente trasformato il profilo iniziale dello scontro militare sul terreno; e se in principio lo sfondo delle Primavere arabe raccoglieva in termini credibili la rottura tra un regime autoritario e la sopportazione d’una parte della sua società, oggi a quella guerra diciamo di democrazia si sovrappongono altre due o tre guerre, di etnie (gli alawiti contro gli altri gruppi locali), di religione (i sunniti dell’Islam contro gli sciiti), di terrorismo (le infiltrazioni di Al Qaeda che punta strumentalmente a fare della Siria il nuovo Afghanistan), soprattutto di potere (l’Iran che, passando attraverso il Libano, punta a realizzare con la Siria un conglomerato «rivoluzionario» capace di destabilizzare l’equilibrio dell’intera regione per diventarne il nuovo dominus; non a caso l’Arabia Saudita interviene ormai pesantemente nel conflitto e comunque già da tempo i regni e gli sceiccati del Golfo discutono apertamente di una possibile dotazione nucleare, in termini evidentemente anti-iraniani).
Se tutto questo è già avvenuto mentre sul terreno gli attori che intervenivano erano comunque quelli che con qualche approssimazione è possibile definire «locali», e si mantenevano al margine le componenti extraregionali (Washington e Mosca influivano certamente sullo svolgimento del conflitto, con armi e assistenza militare, ma il loro ruolo non incideva direttamente sulle operazioni belliche), una volta che invece gli Usa decideranno di mettere in pratica quello che Obama ha ormai apertamente proposto come scelta dovuta del suo Paese, appare inevitabile che lo scenario muti ulteriormente, e in misura che è davvero difficile immaginare senza rischi incontrollabili.
I fattori di destabilizzazione (quasi le «piaghe» di cui ammoniva Mosè) sono tre. Il primo è l’attivazione di un esteso programma terroristico, che coinvolga, ben al di là delle frontiere siriane, i Paesi europei e gli Usa. La rete antiterroristica del mondo occidentale è oggi ben solida e strutturata, ma – come ha dimostrato l’attentato alla maratona di Boston – la capacità di infiltrazione delle cellule e dei militanti jihadisti può superare qualsiasi sbarramento. E un futuro di nuovo molto amaro si aprirebbe per il nostro mondo.
Secondo fattore di destabilizzazione è la probabile reazione iraniana. Teheran non nasconde affatto il proprio ruolo attivo nella guerra siriana, né cela le ambizioni di potere che muovono dal khomeinismo e dal suo programma nucleare in fase ormai di completamento. L’attacco americano sulla Siria suonerebbe come una sfida diretta, alla quale l’Iran non potrebbe non opporre una risposta dello stesso livello: e qui si va su una lista di possibili tattiche di contrasto che vanno dalla chiusura dello Stretto di Hormuz (con tutte le immaginabili implicazioni sul mercato del petrolio e sulla accentuazione della crisi economica dell’Occidente) a un pesante attacco missilistico di Hezbollah contro Israele, accompagnato da operazioni siriane che muovano dalle alture del Golan. Diventerebbe allo stesso modo inevitabile la reazione di Tel Aviv, e l’escalation toccherebbe tanto il Libano quanto l’Iran, con l’attacco diretto sulle installazioni nucleari e un possibile coinvolgimento di altri Paesi musulmani.
Terzo fattore di destabilizzazione è il ruolo che la Russia si troverebbe costretta a svolgere. Sebbene siano oggi operative nel Mediterraneo alcune unità navali russe, non appare credibile che questo comporti un loro intervento diretto contro la VI Flotta, perché l’azzardo comporterebbe inevitabilmente l’esplosione, davvero, della Terza guerra mondiale. Putin sta giocando con comprensibile spregiudicatezza la carta che Obama gli ha offerto, e sfrutta in termini politicamente propagandistici le difficoltà nelle quali il governo americano si trova a doversi districare. Ma, da questo, ad arrivare a un confronto militare diretto con gli Usa ci sta di mezzo assai più della crisi siriana. Tuttavia, la Russia può sicuramente approfittare dell’attuale debolezza tattica americana per guadagnarsi uno spazio politico – tattico e strategico – negli attuali equilibri mondiali, confortando le proprie ambizioni di recuperare un credibile ruolo di competitor globale degli Usa e guadagnando, non solo nel Medio Oriente, un ruolo potenziale di partner forte, serio, comunque alternativo (il vecchio ruolo della vecchia Unione Sovietica).
I tre fattori non sono alternativi l’uno all’altro, e una loro congiunzione cambierebbe per un lungo tempo a venire la storia del nostro stesso stile di vita. Quando gli arabi ammonivano con il loro antico proverbio, una saggezza antica accompagnava le loro parole. Il fuoco ormai è stato acceso, e brucia; rischiamo tutti di bruciarci alle sue fiamme.

“Le tre spade di Damocle” di Mimmo Cándito da La Stampa del 2.9.2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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