“Perché Putin lancia la sfida a Obama” di Roberto Toscano da La Stampa del 30.6.2013

La lunga sosta nell’area di transito di Sheremetyevo di Edward Snowden – responsabile delle clamorose rivelazioni del “Datagate” – ha palesemente esasperato Washington, già irritata per la sospettata complicità di Pechino con la mancata risposta delle autorità di Hong Kong alla richiesta di estradizione di quello che per il governo americano è oggi un traditore da catturare e giudicare.
Il superamento della Guerra Fredda, per gli americani uno storico successo da preservare, viene oggi messo in dubbio da tutta una serie di episodi che fanno emergere un atteggiamento di aperta e spesso aggressiva sfida russa alla politica e agli interessi degli Stati Uniti.
Mosca continua ad appoggiare e rifornire di armi Assad, collabora solo parzialmente con le sanzioni occidentali all’Iran, continua ad opporsi con molta intransigenza ai piani americani per lo schieramento di un sistema antimissile in Europa, ha bloccato, dopo denunce di maltrattamenti ai minori, le adozioni di bambini russi da parte di coppie americane. E non mancano le polemiche a livello politico-ideologico, con aspre critiche di Putin e di alti esponenti governativi alla pretesa americana di giudicare la politica interna russa e in particolare di fornire sostegno a Ong indipendenti, oggi obbligate da nuove disposizioni di legge a registrarsi come «agenti stranieri».
No, la Guerra Fredda non sta ritornando. Mancano alcuni presupposti fondamentali: la contrapposizione di due ideologie globali; la forza militare dell’Unione Sovietica; la sua proiezione a livello mondiale ivi inclusa la capacità di stabilire alleanze «anti-imperialiste» con i rivoluzionari dei Paesi in via di sviluppo.
Eppure quello che sta accadendo è importante, significativo e certo non superficiale. Dietro alle odierne contrapposizioni e polemiche vi sono fattori profondi che hanno a che vedere tanto con la politica interna russa che con le relazioni internazionali. Sono fattori che hanno preso corpo fin dalla prima fase della Russia post-sovietica, di quel periodo che in un diffuso sentire popolare sono gli umilianti anni di Eltsin: un periodo caratterizzato non solo dal virtuale collasso delle strutture dello Stato (con pesanti fenomeni di caos economico, miseria diffusa e insicurezza per i cittadini) ma anche dalla accettazione di una storica sconfitta, con il corollario di un passivo riconoscimento dell’egemonia americana. Mi colpì, nei colloqui che ebbi a Mosca nel 2000 con esperti di politica internazionale, il tono esasperato, quasi rabbioso, con cui – parlando di quel periodo umiliante – mi si ripeteva: «mai più».
Alla fine degli Anni 90 Vladimir Putin si è proposto, ed è stato accettato da un’ampia maggioranza dei cittadini, come il dirigente capace di riaffermare ordine interno e dignità internazionale attraverso un progetto politico che vede queste due dimensioni come profondamente legate. L’autodefinizione usata dagli ideologi del «putinismo», democrazia sovrana, appare al riguardo molto significativa nella misura in cui lega in modo originale (e inquietante per chi ha a cuore il pluralismo e teme il nazionalismo autoritario) assetto politico interno e proiezione internazionale. Sovranità dello Stato-nazione nel mondo, ma anche del Potere nel Paese.
Nell’ultimo secolo non sono certo mancati in Russia profondi rivolgimenti: dallo zarismo al comunismo alla democrazia pluripartitica; dalla rivoluzione del 1917 alla fine dello Stato, e del sistema, sovietico nel 1991. Ma la continuità nel modo di concepire il potere è piuttosto impressionante e si vede oggi, ad esempio, come il problema del rispetto dei diritti umani in Russia non dipendesse esclusivamente dal comunismo.
Putin ha dato certamente priorità all’ordine interno – fra l’altro «spezzando le reni» agli oligarchi non allineati – ma nello stesso tempo deve costantemente dimostrare che, anche dopo la fine del bipolarismo Usa/Urss, la Russia conta, la Russia deve essere ascoltata, la Russia deve essere rispettata. Visto che non è probabile che l’America riconosca la Russia come interlocutore paritario, allora creare problemi all’America è il modo più efficace per ottenere comunque il riconoscimento di uno status non secondario.
Tutto ciò ha anche una valenza di politica interna, nella misura in cui l’affermazione della «diversità russa» anche dopo l’allineamento con il capitalismo permette di mantenere un’orgogliosa rivendicazione di identità fatta di tradizione, compresa quella religiosa. Vedere in televisione Vladimir Putin con una candela in mano in occasione della celebrazione della Pasqua ortodossa dà la misura dell’importanza di questa componente. E va aggiunto che anche per chi non ha rimpianti per la fine del comunismo la fine dell’Urss, grande potenza avversaria e interlocutrice dell’America, ha lasciato la bocca amara a molti cittadini russi. Questo spiega sia la per noi incomprensibile impopolarità di Gorbaciov sia un antiamericanismo diffuso, e non solo di regime.
Chi scrive ha trascorso a Mosca, negli Anni 70, quattro anni – anni in cui quello che colpiva era la straordinaria popolarità dell’America presso la gente comune. I primi due appartamenti sovietici dove sono entrato, quello di uno studente e quello di un’anziana babysitter, avevano ciascuna una sola immagine sulla parete: lo studente aveva una foto di Ernest Hemingway e la babysitter la copertina di una rivista americana con l’immagine di John Kennedy. Non aspettiamoci oggi di trovare nelle case russe ritratti di personalità americane..
Non sarà certo facile per Washington affrontare il «problema Russia». Lo potrà fare soltanto con una sua inclusione, nella questione siriana ma non solo, e un suo riconoscimento non certo incondizionali ed indulgenti verso le derive autoritarie, ma sì rispettosi di un Paese e un popolo che – indipendentemente dalla natura del regime e dei suoi vertici – non possono rassegnarsi alla marginalità.
La Guerra Fredda non tornerà, ma a patto di evitare profezie catastrofiste, che tendono ad autorealizzarsi, e le pretese ormai oggettivamente insostenibili di egemonia unilaterale.

“Perché Putin lancia la sfida a Obama” di Roberto Toscano da La Stampa del 30.6.2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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