“Cambiare un pezzettino di mondo. Così Barbara De Anna ci ha provato” di Mauro Covacich dal Corriere della Sera del 22.6.2013

Parlare di Barbara De Anna richiede che si parli del mondo, il globo terracqueo nel quale ognuno di noi è stato gettato come abitante con speciali funzioni di amministratore responsabile.
In realtà queste funzioni ci mettono quasi sempre in difficoltà: qualsiasi prospettiva di miglioramento ci appare utopistica, il nostro contributo personale ci sembra troppo poco rilevante per decidere anche solo di prenderlo in considerazione, inoltre l’ingenuità di un intervento diretto per cambiare il mondo ci conduce presto a un dibattito teorico che ha i connotati inestricabili di un dilemma. Da un canto, c’è il nostro relativismo culturale, che comporta non soltanto l’autodeterminazione dei popoli, ma anche il rispetto delle regole di convivenza autoctone, ovvero dei costumi radicati nella tradizione di ogni singolo Paese. Già, ma allora devo accettare anche l’acido gettato in faccia alle donne pachistane, il rito dell’infibulazione in Somalia, lo sfruttamento dei lavoratori in Cina? Devo accettare i massacri di civili in Siria, gli idranti con sostanze urticanti sparati contro i dimostranti di piazza Taksim? D’altro canto, c’è la nostra vocazione universalistica, quella ispirata da coloro che nel 1948, dopo la Seconda guerra mondiale e la Shoah, si sono messi a scrivere «La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo». Si tratta della nostra vocazione a considerare meritevoli di difesa tutti gli essere umani i cui diritti più elementari (di vita, libertà, parola, pensiero, cittadinanza, eccetera) siano oltraggiati, questo a prescindere dalle ragioni politiche, morali o religiose accampate per giustificare l’oltraggio. Già, ma allora i caschi blu dell’Onu dovrebbero imperversare ovunque? Il che, tra l’altro, sarebbe già un’ipotesi ottimistica, visto e considerato che le cosiddette missioni di pace vengono condotte dalle forze della Nato, con l’inevitabile scia di sospetti neocolonialisti a gravare sulle superpotenze occidentali. Allora che fare?

Ebbene, esiste un’esigua categoria di persone che sa sfuggire allo stallo provocato da questo dilemma e lo fa lavorando ogni giorno con le proprie mani e il proprio cervello per modificare un pezzettino di mondo. Barbara De Anna apparteneva a questa categoria. Funzionaria dell’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni), era arrivata in Afghanistan tre anni fa, aveva iniziato a lavorare a Herat, per poi proseguire a Kabul nell’ambito di un progetto di reinserimento sociale dei talebani che hanno abbandonato le armi, nonché dei cittadini fuggiti all’estero dopo il 2001, procurando loro un’occupazione o aiutandoli ad avviare un’impresa. L’Oim opera a Kabul su richiesta del governo afghano e rappresenta il sostegno pratico del settore della popolazione più inviso al fanatismo islamico: viene naturale pensare che sia un obiettivo sensibile. Ma Barbara De Anna non era certo il bersaglio della sparatoria di cui è rimasta vittima la mattina di un mese fa nel pieno centro della capitale, non «proprio lei»: qualsiasi occidentale sa di essere un obiettivo sensibile in un Paese povero e di fatto ancora in guerra. Quella guest-house dell’Onu è stata colpita per il fatto stesso di appartenere all’organizzazione che, difendendo i diritti degli esseri umani, esporta gli ideali e, subito dopo, gli stili di vita degli occidentali. Barbara De Anna incarnava quotidianamente questa contraddizione come l’unica possibilità di una missione umanitaria. A quarant’anni appena compiuti, era una funzionaria esperta con una carriera già colma di esperienze delicate. Dopo la laurea all’Università Cesare Alfieri di Firenze in Relazioni Internazionali, era stata consulente per l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ad Amman, in Giordania, e consigliere sull’educazione elettorale dell’Onu a Timor Est e in Liberia. Per tre anni era stata responsabile del programma di sviluppo per l’Onu in Honduras. Infine era venuto il momento dell’Afghanistan, il posto che forse oggi più di ogni altro rappresenta simbolicamente la scommessa in un futuro di pace.

Ho avuto la fortuna di conoscere diverse persone impegnate in attività simili a quella di De Anna negli angoli più disparati del mondo. Operatori di organizzazioni non governative, volontari di Emergency e Medici Senza Frontiere, donne e uomini preparati, colti, di solito bianchi provenienti da Paesi agiati verso i quali provano disgusto o comunque poca considerazione. Sono i Paesi in cui si sono formati, umanamente e professionalmente, ma che ora vedono come l’incarnazione stessa di un modello di sviluppo spietato, concentrato nelle mani delle multinazionali e delle lobby finanziarie e petrolifere, il modello che fa i soldi sulla disuguaglianza e che vuole la pace solo come continuazione della guerra in altre forme. Queste persone, oltre a lavorare in condizioni faticose quando non estreme, devono sopportare la frustrazione quotidiana di essere identificate dagli autoctoni con i Paesi da cui provengono, quindi di fatto di rappresentare, anche quando sono gradite, quella parte di mondo percepita sempre e comunque come nemica. Eppure parliamo della stessa parte di mondo che si è giovata della Rivoluzione francese, della resistenza al nazi-fascismo e ha concepito i diritti universalistici di cui sopra.

Rispettiamo l’autodeterminazione dei talebani o, anche a costo di apparire imperialisti, tuteliamo il diritto delle bambine afghane di andare a scuola? Non conoscevo Barbara De Anna, ma so quale sarebbe stata la sua risposta, tutto ciò che ha fatto testimonia la sua scelta. Che sia morta all’ospedale militare di Ramstein, in Germania, dopo un mese di sofferenze, sembra conciliarsi tristemente con il destino all’invisibilità a cui queste persone quasi sempre sono costrette. D’altronde, forse una maggiore eco mediatica sarebbe risultata ancora più beffarda, vista l’indifferenza con cui di solito apprendiamo simili notizie. Certo, è normale, l’apoplessia del vicino di casa colpisce mille volte di più di un attentato in Afghanistan, la lontananza raffredda, la ripetizione crea assuefazione. Ma quella giovane donna scomparsa dietro le garze asettiche del centro grandi ustioni sembra indicare, con la stessa discrezione con cui l’ha fatto in vita, una strada importante per chi abbia voglia di fermarsi a guardarla. La strada tortuosa, a tratti sepolta dagli equivoci, verso un globalismo buono, dove l’omologazione dei consumi sia connessa all’omologazione dei diritti (non importa in quale ordine), dove ogni forma di localismo, senza cadere in velleitarie prospettive ecumeniche, si perda nell’uniformità di una popolazione planetaria in cui lo stesso concetto di contaminazione risulti antiquato. Lo so, ciò che sto dicendo, ahimè, sa molto di Bono Vox e Bill Gates, sembra l’auspicio di un’umanità libera alla Gangnam Style. Ma io spero di non risultare irrispettoso se azzardo supporre che Barbara De Anna volesse che le bambine afghane andassero a scuola, al limite anche mangiando pizza e bevendo Coca-Cola. Io, in qualità di zio compromesso col Sistema, credo in un mondo in cui mia nipote di otto anni possa dire (come dice) che il suo piatto preferito è il kebab. E pazienza per i prodotti tipici.

“Cambiare un pezzettino di mondo. Così Barbara De Anna ci ha provato” di Mauro Covacich dal Corriere della Sera del 22.6.2013

La cooperante
Barbara De Anna, fiorentina, 40 anni, era una funzionaria italiana dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), affiliata all’Onu. Era in Afghanistan dal 2010 per lavorare al programma di rientro dei profughi. Prima, tra la laurea in Relazioni Internazionali e la specializzazione all’Università di New York nel 2008, aveva ricoperto diversi incarichi operativi: in Honduras per il Fondo Onu dei programmi di sviluppo, in Liberia e a Timor Est tra il 2006 e il 2007, al culmine della guerra civile, poi un incarico per l’Unhcr in Giordania, prima di essere assunta nel 2010 dall’Oim, con un primo incarico in Afghanistan

L’attentato
La cooperante italiana era rimasta gravemente ferita nell’attentato talebano compiuto a Kabul il 24 maggio scorso. Ustionata al 90 per cento dall’esplosione di due granate, è deceduta ieri all’ospedale di Ramstein, in Germania, dove era stata trasferita all’indomani dell’attacco

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “Cambiare un pezzettino di mondo. Così Barbara De Anna ci ha provato” di Mauro Covacich dal Corriere della Sera del 22.6.2013

  1. adriano1949 ha detto:

    Articolo di delicatissima poesia e di grande spessore intellettuale.
    Ti costringe a scrutare fin nel più recondito anfratto dell’anima.
    Questi sono gli articoli che vorresti leggere ogni giorno.
    Naturalmente per narrare fatti e avvenimenti di minore drammaticità.
    Barbara rappresenta un simbolo che guida molti cuori, ma che pochi hanno la forza e la competenza per affrontare.

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