“Non dimenticate il soldato numero 53” di PAOLO GIORDANO da LA LETTURA del Corriere della Sera del 16.6.2013

Il capitano Giuseppe La Rosa ha un’altra missione: aiutare l’Italia a ricordare

Ciò che meno riesco a spiegarmi sono le fotografie. Figurarsi, poi, se si tratta di ragazzi vicino ai trenta, e di militari, che di norma vanno pazzi per le diavolerie tecnologiche; figurarsi se ognuno di loro non teneva in tasca almeno un apparecchio elettronico in grado di scattare immagini di qualità decorosa, o decisamente elevata.
Eppure no, le fotografie che circolano dei nostri caduti in guerra sono sempre sgranate, in risoluzione così bassa da doverle ridurre alla superficie di francobolli. Sembrano i ritagli maldestri da istantanee delle ultime vacanze al mare, oppure i soldati se ne stanno impettiti nell’uniforme da cerimonia, l’aria spaesata. Mai che si trovi un ritratto nitido, in posa, da cui il soggetto pianta con decisione gli occhi nei tuoi, rendendosi indimenticabile.
Non è la sciatteria nelle illustrazioni il solo dato sintomatico della generale noncuranza nei confronti del conflitto in Afghanistan. Sembra proprio che, all’aumentare del numero di caduti italiani, il tempo medio di attenzione che dedichiamo loro vada riducendosi. Allo stato attuale (53 vittime, giovedì 13 giugno), non supera le ventiquattro ore. L’iter è codificato: quando un militare muore, la notizia irrompe come apertura sui siti Internet dei quotidiani, quindi perde posizioni nel corso della stessa giornata; il mattino dopo è in prima pagina sul giornale cartaceo, ma quello successivo, nel migliore dei casi, si è ridotta a un trafiletto che tenta di ravvivare le braci della discussione politica, alquanto fiacca e immobile, sul futuro da impartire alla missione. Poi silenzio, fino all’annuncio, fra un servizio e l’altro del telegiornale, dei funerali solenni che si sono svolti in Santa Maria degli Angeli, i familiari confortati da personalità eminenti dello Stato o da loro delegati. La conduttrice sposta il foglio dalla pila di sinistra a quella di destra, il suo tono di voce riacquista vigore e anche la morte numero X è archiviata.
La serialità fredda con cui il nostro Paese affronta la perdita dei suoi soldati descrive un perimetro invisibile, un recinto fatto di cronaca monocorde dentro il quale le conseguenze etiche di tali morti restano confinate. All’edificazione di questa cinta muraria concorrono in uguale misura lo stile comunicativo oltremodo affettato delle forze armate, il lassismo dei mezzi di stampa e il nostro personale comodo. Si sa, dalle foto opache e dai resoconti vaghi le nostre coscienze non vengono più di tanto sollecitate, le emozioni neppure (e dire che siamo una nazione incline all’emotività, soprattutto a quella mediatica), così il senso di colpa collettivo viene processato e smaltito senza ch’esso attraversi il cuore di nessuno. L’unico valore a essere protetto davvero in questa interminabile guerra, con strategie sofisticate e armi di ultima generazione, sembra essere la nostra pretesa di non c’entrarci nulla — la nostra confortevole illusione d’innocenza.
Un’ulteriore prova ne è che i romanzi e i film recenti di maggior successo popolare in Occidente, tra quelli che lambiscono l’oscenità della guerra, adottano la prospettiva molto particolare dei bambini, innocenti per definizione: i campi di concentramento de La vita è bella e de Il bambino con il pigiama a righe, l’Afghanistan de Il cacciatore di aquiloni. Ci sentiamo meglio dietro gli occhi di chi non ha torto, insomma. E se, a questo punto, non doveste essere ancora persuasi sull’indifferenza che ci accomuna, ecco un test estemporaneo: a eccezione dell’episodio più recente, quello che ha fornito l’impulso a questo articolo e che risiede ancora nella memoria a breve termine, riuscite a nominare in questo preciso istante almeno una fra le 53 vittime italiane? Un nome e un cognome vi affiorano alle labbra?
Non è un problema di scarsa memoria. Basta affondare la mano nei nostri ricordi televisivi per tirarne fuori una manciata abbondante di fatti di cronaca nera, certi risalenti anche a dieci, quindici anni fa, dei quali nessuno avrebbe difficoltà a elencare i protagonisti, con relative descrizioni facciali. Sono, quelle, morti che hanno sicuramente goduto di maggiore visibilità, ma che — dettaglio assai più importante — ci hanno per qualche via penetrato. La differenza non risiede nel mistero, nel fascino morboso che scaturisce dalle une e non dalle altre (chissà quanti retroscena titillanti si potrebbero spremere da ognuna delle morti militari, pensate a quanti personaggi di cui indagare le dinamiche: che ci facevano i soldati proprio in quel posto e quali attività, forse nefandezze, si celano dietro una dicitura rassicurante come «attività di sostegno dell’esercito afghano»). Neppure si tratta della maggiore o minore efferatezza — le circostanze delle morti in teatro di guerra sono abbastanza atroci perché chiunque, se decide di immergervisi per pochi secondi con la fantasia, non se le scordi più. La questione vera è un’altra: perché non lo facciamo? Perché non spingiamo la nostra visione così in là, come ci accade per molti sipari truculenti di cronaca nazionale? Non sarà che ci conviene trattenere l’immedesimazione, considerato che una percentuale non nulla di responsabilità in quella morte è nostra — nostra nel senso proprio di mia e di tua e di tua — e il percorso che ci rende evidente tale appartenenza è assai più diretto di quello che ci lega, per dire, a un infanticidio perpetrato in alta montagna? E non sarà, poi, che il meccanismo di comunicazione delle morti-in-missione-di-pace è tutto congegnato in modo tale che la nostra partecipazione resti tiepida, dalle foto sgranate, al lessico artificioso dei comunicati stampa, al tempo rapido di evaporazione?

Almeno per questa volta, vorrei rompere la consuetudine e tornare a parlare del decesso numero 53, quello del capitano Giuseppe La Rosa, a una settimana dal suo verificarsi e a quattro giorni da quando i parlamentari hanno espresso alla perfezione il disinteresse comune, lasciando l’Aula «amaramente» vuota durante il resoconto del ministro Mauro. La particolarità dell’ultimo avvenimento tragico — si cerca sempre un elemento che distingua una morte dalle precedenti: la vicinanza con il Natale, il fatto che il militare fosse prossimo al rientro o al suo compleanno, che si fosse sposato da poco… altrimenti non vi sarebbe differenza con una semplice enumerazione —, la particolarità risiede nella dinamica dell’attentato subito da La Rosa e dai suoi: è stato riferito, all’inizio, che la mano a lanciare la granata piovuta dentro l’abitacolo del Lince apparteneva a un bambino di undici anni. La notizia è stata poi bollata come una spacconata propagandistica dei talebani ma, sebbene smentita, aveva già adempiuto al suo scopo di scandalizzarci. In questo senso, la fine del capitano La Rosa ha davvero qualcosa di diverso rispetto alle precedenti: ci ha scandalizzato, seppure per un attimo. E a poco è servito il tentativo di dirottare subito l’attenzione verso una sfaccettatura nuova dell’antica polemica sulle dotazioni dell’Esercito italiano, ovvero sul motivo per cui le mitragliatrici montate sopra i Lince hanno bisogno di un uomo che le manovri invece di essere comandate dall’interno con un joystick (non bisogna essere un fine stratega per supporre che, se da un buco può passare una granata, presto o tardi una granata ci passerà: Achille era invincibile in tutto il corpo a eccezione del tallone, e proprio lì arrivò a colpirlo la freccia di Paride). Vero o falso che sia, è il simbolo a contare e, quando l’assassino è un bambino di undici anni, un ragazzino partorito nella e dalla guerra cui prendiamo parte, allora non esiste più riparo alcuno per la nostra verginità. Le nostre mani grondano sangue italiano, afghano, talebano, pashtun, civile, militare… copioso e tutto mescolato insieme.
È per questo che la scomparsa di Giuseppe La Rosa, come ogni morte che ci riguarda — e le perdite in Afghanistan ci riguardano, tutte — merita un percorso approfondito dentro di noi, un’elaborazione luttuosa che chiami in causa il sentimento, a prescindere dalle opinioni personali sull’opportunità della nostra presenza lì (che poi, a dirla tutta, l’opinione è ormai quasi una soltanto, da ogni parte condivisa e affine alla pura incredulità per il trascinarsi di una missione le cui cause abbiamo all’incirca dimenticato e i cui scopi mai davvero compreso). The Tree of Life, il film che Terrence Malick ha realizzato tredici anni dopo La sottile linea rossa, si apre con la comunicazione a una coppia di genitori — Brad Pitt e Jessica Chastain — del decesso di uno dei loro figli al fronte. Il riverbero generato da quella morte, assimilabile a una qualunque fra le 53 dei nostri soldati, si allarga gradualmente dal nucleo famigliare fino ad abbracciare il cosmo intero e tutto il passato, dall’origine della materia universale. Lo strappo che un’uccisione violenta crea nel tessuto dello spazio-tempo lacera l’anima di coloro che restano, segna un passaggio, un attraversamento irreversibile.
Nei giorni scorsi mi sono trovato spesso a pensare ai tre colleghi di Giuseppe La Rosa che si trovavano sul Lince insieme a lui, i «feriti», coloro che rimangono senza nome e la cui storia, per noi, non ha seguito. È probabile che, appena rimessisi in forze, quei ragazzi tornino in Italia. O magari no, decideranno testardamente di portare a termine i sei mesi di incarico — in ogni caso rientreranno, dopo. Li accoglierà una civiltà che pensavano di conoscere, alla quale erano certi di appartenere, e che tuttavia non riconosceranno più. Lo choc ancora così presente in loro — un evento che ha cambiato la velocità della luce, l’avvicendamento del giorno e della notte e la rotazione degli astri sulla volta celeste — sarà rinnovato e acuito dalla scoperta che quello stesso sconcerto è del tutto assente nella coscienza di chi è rimasto a casa, al sicuro. L’Italia non mostrerà un segno del cambiamento che loro hanno subito per renderle un servizio, niente, neppure una cicatrice microscopica. Si può impazzire trovandosi reduci in un mondo così, che non ha legame alcuno con il tuo dolore, quando è per la salvaguardia di quello stesso mondo che hai mutilato te stesso. Per difenderci dal disorientamento di quegli uomini, noi gli affibbieremo il nome di una malattia: disturbo postraumatico da stress. Per problemi del genere ci sono dei bravi psichiatri e una varietà sterminata di farmaci stabilizzanti dell’umore.

Questo è ciò che succederà, anche se un’alternativa ci sarebbe. Potremmo decidere, ognuno, di vivere nel nostro intimo i pochi secondi che hanno rovesciato quelle esistenze, sfruttando le poche informazioni a nostra disposizione. Sarebbe un tributo personale al sacrificio di Giuseppe La Rosa e dei suoi commilitoni, oltre l’obolo versato per i funerali di Stato e le indennità. Per farlo, basta entrare con loro dentro quel Lince, soffermarsi sui fatti con l’immaginazione, trasformandoli da cronaca sterile in racconto, finché qualcosa non c’invade e allaga le nostre convinzioni personali, le rigidità, i capricciosi ma-non-sono-stato-io-a-volerlo — un fiotto di pietà, forse. È mattina, la luce è già forte, i mezzi blindati che procedono in colonna vengono rallentati dalla manovra azzardata di un’automobile; tutt’intorno, il deserto polveroso e la confusione di un centro abitato; i soldati a bordo s’insospettiscono, entrano in allerta, ma la sequenza di eventi è rapida; un bambino dagli occhi castani e acquosi, o forse un ragazzo di vent’anni, balza sul cofano del Lince e scaglia una granata dentro l’abitacolo asfittico; la bomba atterra sul grembo del capitano, lui ha il tempo di comprendere cosa sta per accadere e capisce anche che non può scongiurarlo; ciò che fa è cingere con il corpo quel frutto esplosivo, abbraccia la propria morte, per risparmiare i compagni.
Assistere a un evento del genere, com’è successo ai colleghi di La Rosa, è sufficiente per avvelenarti il sonno per il resto della vita; figurarselo nei dettagli una volta soltanto è abbastanza, credo, per non dimenticare il nome di quell’ufficiale: Giuseppe La Rosa. È necessario volerlo però, perché nessuno ci obbligherà a immaginare ciò che non vogliamo. Anzi, faranno di tutto perché ciò non accada. Purtroppo, vige fra gli uomini una crudele legge di conservazione: ogni volta che qualcuno vuole mantenere la propria innocenza intatta, è l’innocenza di qualcun altro a pagarne le spese.

“Non dimenticate il soldato numero 53” di PAOLO GIORDANO da LA LETTURA del Corriere della Sera del 16.6.2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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