“Serve un leader che cambi il Pd per cambiare il Paese” di Enrico Morando da l’Unità del 15.6.2013

Secondo Bersani,quella che abbiamo subito il 24-25 febbraio non è una sconfitta-resa bruciante dal dimezzamento dei voti del nostro avversario- ma la «dimensione numerica insoddisfacente » del risultato elettorale del Pd.
Nelle fitte nove pagine del documento- contributo al Congresso emerso dalla riunione dei «federatori» – per carità, non una corrente – convocati dall’ex segretario, non si trova altro giudizio severo sul voto, se non quello espresso nelle prime righe – dove si definisce l’esito elettorale «diverso da quello auspicato». Mentre nel capitolo terzo del documento si torna a parlare di «vittoria elettorale», per quanto «dimezzata ». Tanta sottovalutazione – così poco corrispondente al sentimento diffuso tra i nostri militanti ed elettori – non può sorprendere. Essa infatti è un approdo quasi obbligato, se si vuole sostenere – come vogliono gli autori – che la causa determinante del voto-assolutamente prevalente su ogni altra sia stata la politica di austerità impostaci dall’Europa (e il sostegno al governo Monti). È una tesi che non sta in piedi. Non perché l’incapacità delle istituzioni comunitarie di guidare un aggiustamento simmetrico degli squilibri interni all’Unione monetaria – con politiche fiscali espansive nei Paesi creditori e in surplus di bilancia commerciale, e politiche di riforme strutturali nei Paesi debitori e in disavanzo- non sia fonte di delusione, rancore e rabbia verso il processo stesso di integrazione europea. Ma per la banale ragione che il solco che ci divide dai Paesi del nord-Europa si è venuto scavando e approfondendo ben prima dell’esplosione di quella che viene impropriamente chiamata crisi dell’Euro: tra il 1999 e il 2011 il Prodotto per occupato e aumentato del 10% nel nord e solo del 3,5% nel sud. E il divario e cresciuto, nel decennio, anche per tutti gli altri indicatori di buongoverno usati dalla Banca mondiale: rispetto della legalità, efficacia della P.A., qualità della regolazione, stabilità politica. Se da vent’anni non riusciamo a realizzare- quando governiamo – e non riusciamo a proporre credibilmente – quando siamo all’opposizione – riforme in grado di rilanciare qualità e quantità dello sviluppo, non è colpa né della (giustamente ) vituperata austerità a senso unico, né del governo Monti (che ci ha salvato dal default e ha fatto anche scelte «di sinistra», che noi non eravamo stati capaci di fare: imposte patrimoniali e interventi per l’equità intergenerazionale nel sistema previdenziale). Quanto alle condizioni dei lavoratori, basterà ricordare che tra il 2000 e il 2010, in media, i salari si sono aggiudicati, in Italia,solo il 72% del valore aggiunto. Mentre in Germania questa quota e stata pari all’83% e in Francia all’83,3%. Colpa delle tasse? In parte: in Italia – che vanta il record mondiale del total tax rate, la pressione fiscale sul lavoro e sul l’impresa – esse si sono divorate l’11,5 % del valore aggiunto, contro il 5,7 della Germania e il 6 della Francia. Salari bassi, tasse alte, profitti cresciuti più dei salari (quando l’economia andava bene): anche questo colpa della Merkel e di Monti? Via… Se invece di cercare, oltre confine, le colpe della «mezza vittoria», si fa lo sforzo di trovare le cause della pesante sconfitta, tutto diventa più chiaro: il Pd ha pensato di poter rispondere ad una domanda di cambiamento radicale, in tutti i campi, con una proposta di aggiustamento ai margini. Il sistema politico costituzionale? Sì, ma a suo tempo. Ora vinciamo col Porcellum, che ’stavolta conviene a noi, poi si vedrà. L’occupazione per i giovani? Intanto facciamo costare di più il lavoro precario, poi vedremo. Le tasse? Intanto diciamo anche noi che toglieremo l’Imu, poi vedremo se c’è modo di ridurre la pressione fiscale sul lavoro e sull’impresa. La spesa pubblica? Per ora diciamo che taglieremo gli sprechi, che va sempre bene e non allarma nessuno. Poi, dal Governo, cercheremo di essere più precisi. Si è così aperto uno iato drammatico tra la domanda degli italiani – in particolare produttori del settore privato, donne, giovani, precari e disoccupati – e la nostra offerta politica. Loro,assai più e assai prima dell’Europa, ci chiedevano radicali riforme strutturali e stabilità politica: noi abbiamo risposto con l’usato sicuro e l’alleanza – forse,e in ogni caso per il dopo voto, perché prima dovevamo vedere se, col pieno dei «nostri» e grazie alla protesi del Porcellum, potevamo farne a meno- tra i Progressisti (l’unità della sinistra) e i Moderati (il Centro organizzato intorno a Monti). Non poteva funzionare, e non ha funzionato. Perché allora Bersani insiste? No, non è questione personale. Attraverso la sottovalutazione della sconfitta, che viene fatta derivare dal solo vincolo esterno, Bersani vuole indirizzare il prossimo Congresso: «Sonfronto sui contenuti politici prioritario rispetto a quello sulle candidature». Come se leader e linea politico-programmatica non fossero due inscindibili componenti di un unico progetto. Come se il Pd,che ha perso le elezioni per deficit di innovazione e di ambizione del suo progetto, potesse ora candidarsi a governare l’Italia senza far incarnare la sua Agenda 2020 da un leader vero, scelto da milioni di persone, esplicitamente orientato a cambiare il Pd, per poter poi cambiare il Paese. Come se fosse stato possibile «pensare» il new labour senza Blair.Ola Spd della neue mitte e di Agenda 2010 senza Schroeder… Separazione dei «contenuti» dalla leadership ; primarie aperte… «agli iscritti»; prima i congressi dei circoli e l’elezione dei segretari provinciali e poi la presentazione delle mozioni e dei relativi candidati a Segretario nazionale (con l’obiettivo di impedire che una forte proposta nazionale informi di se è faccia da linea guida del prossimo congresso). Proposte legittime, ovviamente. Ma, una per una e complessivamente, del tutto contrastanti con l’esigenza di ricostruzione del Pd che tutti ci anima.

“Serve un leader che cambi il Pd per cambiare il Paese” di Enrico Morando da l’Unità del 15.6.2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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