“Il destino dell’islamismo” di BERNARD GUETTA da La Repubblica del 12.6.2013

RECEP Erdogan ha fatto la sua scelta contro la Turchia. Facendo evacuare, ieri, piazza Taksim, e rispondendo con la forza alla rivolta pacifica delle giovani generazioni che respingono in massa il suo autoritarismo e puritanesimo.
Il primo ministro turco ha preferito il rischio di aggravare la divisione del suo Paese a quello di deludere i duri dell’Akp, il partito islamo-conservatore da lui portato al potere tredici anni fa.
In tal modo ha demolito una volta per tutte il relativo consenso di cui godeva grazie ai suoi successi economici. Si apre così in Turchia una nuova pagina politica; ma al di là dei suoi confini, in questa crisi è in gioco la sorte dell’islamismo.
All’inizio della sua lunga storia, nell’Egitto degli Anni 20, l’islamismo era un movimento non violento fondato da un religiosissimo insegnante, con l’obiettivo di combattere la laicità europea e l’imitazione dell’Occidente. Era convinto che nessuna delle ideologie europee, di destra o di sinistra, avrebbe consentito all’Islam di ritrovare la perduta grandezza; e che il rinascimento del mondo arabo dovesse passare per un ritorno alla sua identità religiosa. In sintesi, si trattava di contrapporre all’Occidente la riaffermazione di una religione capace di cementare l’unità dei credenti, in un panarabismo senza altri confini che quelli della vera fede.
Quest’ambizione ebbe un tale successo che partendo da zero, alla fine della guerra i Fratelli musulmani egiziani contavano più di 200.000 militanti. La loro influenza si era estesa a tutto il Medio Oriente.
Tra le forze politiche panarabe, erano i più coerenti; ma il loro programma, a fronte di un così rapido progresso e delle grandi attese suscitate, non era più all’altezza della potenza internazionale che ormai rappresentavano.
Come orientarsi? Allearsi con gli Stati Uniti contro il comunismo? Perseverare nel rifiuto della violenza contro gli Stati laici nati dalla decolonizzazione, che li combattevano dopo il fallito tentativo di integrarli? Brandire rivendicazioni democratiche contro quelle dittature, o arroccarsi nel rifiuto della democrazia, convinti come sono che il potere da instaurare sia quello di Dio, e non del popolo?
I Fratelli non hanno risposte chiare a queste domande. Sono esitanti, e al tempo stesso rafforzati dalla repressione nei loro confronti, quando quattro eventi di vasta portata mutano radicalmente le prospettive dell’islamismo.
In primo luogo, il clero iraniano confisca la Rivoluzione democratica che aveva rovesciato lo scià. È lo sciismo, l’altra grande religione dell’islam, a realizzare il programma dei sunniti – cioè dei Fratelli musulmani – creando una teocrazia che seduce anche nel mondo arabo, esporta la sua rivoluzione a colpi di attentati e lancia una sfida strategica, oltre che agli Stati sunniti, agli stessi Fratelli, inventori dell’islamismo.
In secondo luogo, Al Qaida, «la rete» nata nei ranghi delle brigate internazionali dell’islam organizzate a suo tempo dagli Stati Uniti, dal Pakistan e dall’Arabia Saudita per contrastare l’Urss in Afganistan, dichiara guerra all’Occidente e ai suoi alleati arabi. Il sangue scorre a fiumi, innanzitutto nelle terre dell’Islam. Trasformato in jihadismo assassino da Osama Bin Laden, l’islamismo suscita repulsione. E i Fratelli, benché non implicati, subiscono una repressione crescente, soprattutto dopo l’11 settembre.
Terzo: alla fine degli Anni 90 gli islamisti turchi rompono con la violenza e aderiscono alla democrazia, grazie alla quale accedono al potere nel 2002; da allora sono costantemente rieletti e presiedono, in alleanza col padronato, alla spettacolare crescita economica della Turchia. È il «modello turco », che affascina i Fratelli per il suo successo, ma al tempo stesso li divide perché ha accettato la laicità.
Infine, le primavere arabe, frutto delle tensioni sociali e della rivolta di una gioventù urbana che aspira alla libertà: un movimento che non deve nulla ai Fratelli, i quali però se ne avvantaggiano, vincendo le prime elezioni libere celebrate da allora – dato che oggi le società arabe sono in maggioranza tradizionaliste e religiose.
Eppure, benché i Fratelli siano al governo in Egitto e in Tunisia, l’islamismo è sempre più in affanno, in tutte le sue versioni.
Quasi ovunque sconfitto, il jihadismo è in declino. La teocrazia iraniana sopravvive solo
usando la forza, contro una popolazione con un alto livello di istruzione, che la respinge massicciamente. Al Cairo come a Tunisi, l’esercizio del potere logora i Fratelli, sempre più divisi tra chi ha optato convintamente per il modello turco, e chi lo considerava solo come una via traversa. Nulla più regge in questa crisi, che ha raggiunto ormai anche la Turchia.
Divenuti «islamo-conservatori », gli islamisti dell’Akp sono oggi divisi in due correnti la cui convivenza appare sempre più difficile. Gli uni si propongono di ricentrare questo partito liberale e puritano per farne una formazione di lungo corso, sull’esempio delle democrazie cristiane europee. Gli altri, Recep Erdogan in testa, vorrebbero invece riaffermare la loro identità religiosa re-islamizzando la società, e instaurando un ordine morale che almeno metà dei cittadini turchi rifiuta assolutamente.
Credendosi immune dalle contestazioni in ragione del notevole miglioramento del livello di vita dal 2002 ad oggi, Recep Erdogan si era lanciato troppo avanti, e con troppa fretta, in questa direzione. E ha suscitato così le spettacolari manifestazioni contro una destra dai sentori ottocenteschi. Quali che siano gli sbocchi di questa prova di forza, il modello turco, speranza degli islamisti, si sta incrinando.
Traduzione di Elisabetta Horvat

“Il destino dell’islamismo” di BERNARD GUETTA da La Repubblica del 12.6.2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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