“Le democrazie islamiche e i ribelli di Istanbul” di IAN BURUMA da La Repubblica del 5.6.2013

Le dimostrazioni antigovernative in corso nelle città turche potrebbero essere interpretate come un’imponente protesta contro l’islam politico.
Quella che era partita come una manifestazione contro la proposta, appoggiata dallo Stato, di radere al suolo un piccolo parco nel cuore di Istanbul per far posto a un centro commerciale di dubbio gusto, si è rapidamente trasformata in uno scontro di valori. La disputa sembra apparentemente riflettere due concezioni diverse e opposte della Turchia moderna: secolare e religiosa, democratica e autoritaria. Si sono fatti paragoni con “Occupy Wall Street”; si parla addirittura di una “primavera turca”. È evidente che molti turchi, soprattutto nelle grandi città, sono stanchi dello stile vieppiù autoritario del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, del pugno d’acciaio con cui controlla la stampa, delle restrizioni al consumo di alcol, del suo vezzo di erigere nuove, grandiose moschee e di arrestare i dissidenti politici.
E adesso della sua violenta risposta ai manifestanti. La gente teme che alle leggi secolari possa sostituirsi la shari’a, e che le conquiste dello Stato secolare di Kemal Atatürk vengano sacrificate all’islamismo. C’è poi la questione degli aleviti: una minoranza religiosa legata al sufismo e allo sciismo. Gli aleviti, che lo Stato secolare kemalista tutelava, nutrono una profonda diffidenza nei confronti di Erdogan il quale se li è ulteriormente inimicati decidendo di intitolare un nuovo ponte sul Bosforo a un sultano del XVI secolo che massacrò il loro popolo.
All’apparenza, al cuore della questione turca vi sarebbe la religione. L’islam politico è considerato dai suoi oppositori come intrinsecamente antidemocratico.
Naturalmente, però, la faccenda non è così semplice. Lo Stato secolare kemalista non era infatti meno autoritario del regime islamista populista di Erdogan. Tutt’al più è vero il contrario. Ed è inoltre significativo il fatto che le prime proteste di piazza Taksim, a Istanbul, non siano sorte a causa di una moschea, ma di un centro commerciale. La paura della shari’a si accompagna alla rabbia suscitata dalla rapace volgarità dei costruttori e degli imprenditori sostenuti dal governo di Erdogan. La primavera turca sembra animata da sentimenti di sinistra.
Così, anziché soffermarsi sui problemi del moderno islam politico, che sono certo considerevoli, sarebbe forse più proficuo osservare i conflitti in atto in Turchia da una prospettiva diversa, e oggi decisamente fuori moda: quella legata alle classi sociali. I dimostranti, che si tratti di persone di ampie vedute o di gente di sinistra, appartengono di norma all’élite urbana, occidentalizzata, istruita e secolare. Erdogan, dal canto suo, rimane invece assai popolare nelle zone rurali e provinciali del Paese, tra i cittadini meno scolarizzati, più poveri, più conservatori e più religiosi.
A dispetto delle personali tendenze autoritarie di Erdogan, che sono certo evidenti, sarebbe fuorviante credere che le attuali proteste riflettano semplicemente il conflitto tra democrazia e autocrazia. Dopotutto, il successo di “Giustizia e Sviluppo”, il partito populista di Erdogan, così come il diffondersi sempre più capillare di consuetudini e simboli religiosi nella vita civile, non sono che il risultato della diffusione della democrazia nel Paese. Le tradizioni che lo Stato secolarista aveva abolito, come l’usanza delle donne di coprirsi il capo nei luoghi pubblici, sono riemerse perché è aumentata l’influenza esercitata dai turchi delle zone rurali. Le giovani donne religiose oggi frequentano gli atenei delle città. I voti dei turchi conservatori che vivono nelle province contano.
L’alleanza tra uomini d’affari e populisti religiosi non è certo un fenomeno esclusivamente turco. Molti dei nuovi imprenditori, così come le donne che si coprono il capo, provengono dai villaggi dell’Anatolia. Sono nuovi ricchi di provincia, e nutrono nei confronti della vecchia élite di Istanbul un risentimento paragonabile all’odio che un uomo d’affari del Texas o del Kansas prova nei confronti dell’élite liberal di New York e di Washington.
Affermare che la Turchia oggi è più democratica non equivale però a dire che è anche un Paese di più ampie vedute. Questo è uno dei paradossi evidenziati dalla primavera araba. Assicurare a tutti una voce all’interno del governo è considerato essenziale in ogni democrazia. Raramente però quelle voci sono tolleranti – soprattutto in tempi di rivoluzione.
Ciò a cui assistiamo in Paesi come l’Egitto (ma anche in Turchia, e persino in Siria), è quello che il grande filosofo britannico Isaiah Berlin definiva “l’incompatibilità tra beni equivalenti”. È un errore credere che tutte le cose buone arrivino sempre contemporaneamente. Talvolta cose altrettanto buone si scontrano le une con le altre.
Ed è questo che accade durante le dolorose transizioni politiche del Medio Oriente. La democrazia è una cosa buona, così come l’ampiezza di vedute e la tolleranza. Certo: idealmente dovrebbero coincidere. Oggi però nella maggior parte del Medio Oriente non è così. Più democrazia può significare, di fatto, minore ampiezza di vedute e minore tolleranza.
È facile, ad esempio, prendere le parti dei ribelli che in Siria si oppongono alla dittatura di Bashar al-Assad. Ma quando Bashar se ne sarà andato le classi più agiate di Damasco, gli uomini e le donne in grado di apprezzare la musica e i film occidentali, che in alcuni casi appartengono alle minoranze religiose dei cristiani e degli alawiti, faranno fatica a sopravvivere. Il baathismo era oppressivo, dittatoriale e spesso violento, ma tutelava le minoranze e le élite laiche.
È forse questo un motivo per sostenere i dittatori? Solo perché tengono a bada l’islamismo? Non proprio. Poiché la violenza dell’islam politico è in gran parte il prodotto di questi regimi oppressivi. Più rimangono al potere, più le rivolte islamiste saranno violente.
Ma non è nemmeno un motivo per sostenere Erdogan e i suoi palazzinari a scapito dei dimostranti turchi. I manifestanti fanno bene ad opporsi alla sua sprezzante noncuranza dell’opinione pubblica e alla repressione che esercita sulla stampa. Ma sarebbe altrettanto sbagliato interpretare gli scontri come una lotta virtuosa contro il manifestarsi della religione. La maggiore visibilità dell’Islam è l’inevitabile conseguenza della diffusione della democrazia. Fare in modo che questa maggiore visibilità non vada a scapito della tolleranza rappresenta il compito più importante a cui i popoli del Medio Oriente devono fare fronte. Erdogan non è certo un liberale, ma la Turchia è ancora una democrazia. C’è da augurarsi che le proteste contro di lui la rendano anche più tollerante.

“Le democrazie islamiche e i ribelli di Istanbul” di IAN BURUMA da La Repubblica del 5.6.2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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