“Come muore una democrazia” di Giovanni Taurasi

Nel Novecento ci sono state democrazie che sono state soffocate perché si discuteva poco e il tasso partecipativo e democratico era ridotto al minimo, fino a scomparire, ma ce ne sono molte altre che sono morte perché non si decideva nulla. In Italia oggi, e da un po’ di tempo per la verità, il rischio è proprio quest’ultimo, e non il primo.
Possiamo anche assistere a tutti i dibattiti in streaming, vedere perfino la politica dal buco della serratura come negli incontri PD-M5S di qualche settimana fa, far partecipare tutti coloro che lo desiderano alla discussione attraverso il web, coinvolgere di più e più attivamente i cittadini (ed è senz’altro giusto e opportuno farlo), ma se tutte quelle discussioni non producono una decisione, oltre a produrre un danno, paralizzando il sistema, mi spiegate a cosa servono?
Ho iniziato a fare politica attivamente nei primi anni Novanta. Tra tangentopoli, crisi dei partiti e fine delle ideologie, in quel torno di tempo la democrazia italiana, peraltro sotto attacco da parte della criminalità organizzata e mafiosa, attraversò una fase cruciale. Venni eletto in Consiglio comunale nel 1995, nelle elezioni che videro per la prima volta eleggere direttamente dai cittadini il Sindaco della mia città. Ricordo come l’elezione diretta dei Sindaci (istituita nel 1993) avvicinò i cittadini alla politica nei momenti di maggiore disaffezione legata al passaggio tra la cosiddetta Prima e Seconda Repubblica. I Sindaci non diventarono con quella riforma i ‘padroni’ dei Comuni (come qualcuno aveva paventato), perché in ogni caso avevano, ed hanno, sempre bisogno di una maggioranza nei rispettivi Consigli comunali per continuare ad amministrare e non incorrere nella sfiducia dei consiglieri.
Ecco perché io credo che una riforma semipresidenziale, o che comunque accentui la dimensione decisionale del sistema politico, REALIZZATA PREVEDENDO TUTTE LE GARANZIE DEMOCRATICHE E I CONTRAPPESI NECESSARI (lo scrivo in maiuscolo per enfatizzarlo), rafforzi l’impianto costituzionale invece di indebolirlo (insieme a questo riforma, occorre naturalmente realizzare la riduzione della spesa per la politica, attraverso la semplificazione istituzionale, il superamento del bicameralismo ‘perfetto’ che perfetto non è, la riduzione dei parlamentari…).
Nessuno dei Padri Costituenti ha mai pensato di scrivere le tavole della legge biblica nella stagione che si aprì dopo il 2 giugno 1946 (e peraltro anche la Chiesa nei suoi Concili re-interpreta i sacri testi), ed anche per questo i Costituenti avevano previsto precisi percorsi di riforma della Carta (già seguiti anche in passato per aggiornarne l’impianto e salvaguardarne lo spirito).
Le dittature prevalgono non dove non si discute, ma dove non si decide. Le democrazie si rafforzano quando si discute, ma poi si decide. Perché anche quando non si decide muore una democrazia!
GT

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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2 risposte a “Come muore una democrazia” di Giovanni Taurasi

  1. luigi anceschi ha detto:

    Craxi (B.) un tempo e SILVIO(B.) adesso, sul tema “dopo la discussione la decisione” hanno la(tua) stessa tesi.
    ecco la mia: la governabilità sta’ al governo come l’eventualità all’evento.
    auguri al PRESIDENTECHE DECIDE.
    ps.a proposito dei contrappesi; in Italia sarebbero come i controlli fiscali a campione,inefficaci e propagandistici.
    nessuna riforma è possibile con Silvio.

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  2. Pingback: “Come muore una democrazia” di Giovanni Taurasi | padre luciano in dialogo

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