“Ma c’è già una via italiana” di Gian Enrico Rusconi da La Stampa del 4.6.2013

Eleggiamo direttamente «il sindaco d’Italia». Questa espressione di Matteo Renzi non dovrebbe rimanere una bella frase. Anche se il contenuto del problema è troppo grosso per stare in una battuta.
«Eleggere il sindaco» infatti è un modo di parlare del presidenzialismo «vicino alla gente» (per usare il gergo attuale) .
Il sindaco come il presidente della Repubblica infatti deve essere una faccia nota, affidabile, non divisiva, capace di comunicazione, in grado di decidere rapidamente ed efficacemente. Se non funziona, lo si cambia per via diretta.
Questa è la sostanza del presidenzialismo, liberato dalla complessità della costruzione istituzionale che pure conta. Siamo infatti pur sempre in una democrazia, con meccanismi rappresentativi, cui il presidente deve rispondere e rendere conto, anche se nelle sue decisioni non ne dipende meccanicamente. Il punto cruciale del presidenzialismo e/ o del semipresidenzialismo è pur sempre il rapporto tra l’eletto direttamente dal popolo e le assemblee rappresentative, che pure sono elette dal popolo. Proprio qui sta la differenza tra il presidenzialismo (all’americana, per intenderci) e il semipresidenzialismo (alla francese). C’è una bella differenza. E la fanno proprio le assemblee legislative.
Non si tratta dunque di un «uomo solo al comando» come si sente dire polemicamente a sinistra, insinuando che il presidenzialismo in democrazia darebbe di per sé troppo potere ad un «uomo solo» con rischi antidemocratici. Il presidenzialismo non è però neppure semplicisticamente l’elezione diretta di una persona che assicura di voler decidere senza lacci partitici e burocratici – come fa credere la destra. Soprattutto poi se questa persona è già designata prima ancora che si affronti la riforma costituzionale. Non prendiamoci in giro: sin tanto che si parla di Silvio Berlusconi come del «presidente» , il dibattito è già finito.No, non si tratta di una variante della sua ineleggibilità. Semplicemente la sua storia e personalità sono troppo ingombranti e divisive, paradossalmente troppo legate alla storia passata, per poter incarnare un passaggio cruciale innovativo della nostra repubblica.
Il presidenzialismo è una cosa nuova e seria . Presuppone una risistemazione solidale di tutti gli equilibri democratici di rappresentanza. Il discorso diventa naturalmente più complicato, da fare in sede appropriata, ma dopo che si sono messi da parte tutti i pregiudizi oggi in circolazione pro e contro.
Tra l’altro, se l’esigenza che sottende la richiesta di presidenzialismo riguardasse semplicemente il rafforzamento delle competenze e delle prerogative di chi governa, ci sono altri sistemi e meccanismi che rafforzano il potere decisionale di chi sta al governo. Pensiamo al cancellierato tedesco che è semplicemente un forte esecutivo costruito dentro ad un sistema parlamentare e rappresentativo di tipo tradizionale. Se poi oggi la cancelliera Merkel sembra agire come se fosse un presidente, godendo di una popolarità transpartitica, lo si deve alla sua personalità e abilità.
Questa osservazione ci riporta ad un altro punto cruciale: il rapporto tra persona e istituzione, mai tanto stretto come nel presidenzialismo. Torna l’analogia con il sindaco: faccia nota, vicina, accessibile, direttamente controllabile nelle sue iniziative. Ma qui tocchiamo anche il limite di questa analogia. L’orizzonte della città, sia pure grande come Roma o Firenze, non è quella della nazione. Invece la vicinanza del presidente della repubblica, resa apparentemente accessibile dall’elezione diretta, rischia di essere una finzione. Una finzione mediatica. Conosciamo le macchine elettorali presidenziali americane. Sappiamo quali enormi possibilità di manipolazione hanno i circuiti mediatici – anche nel piccolo mondo di casa nostra.
Il presidenzialismo potrebbe esasperare queste manipolazioni. È vero, ma la mediatizzazione e la personalizzazione della politica sono ormai fenomeni irreversibili, quotidiani. Tanto vale prenderli di petto, se è in gioco una migliore e più efficiente struttura istituzionale del sistema. C’è qualcuno che oserebbe dire che il sistema democratico francese è meno democratico del nostro?
No, naturalmente. Spaventa invece l’idea che l’ipotesi presidenzialista possa da noi alimentare una nuova demagogia populista e un leaderismo pseudocarismatico. È un timore più che legittimo. Ma se il problema non è la struttura istituzionale bensì la pessima classe politica; se la nostra democrazia nonostante questo ha avuto ottimi presidenti di tipo «tradizionale», prendiamo atto dello stadio più recente cui siamo approdati.
L’attuale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con la formula del «governo del presidente» ha indirettamente indicato un percorso. Tramite tale esperienza – o meglio tramite una riflessione che non si è ancora fatto seriamente su di essa – si delinea la via italiana al semipresidenzialismo. O, detto in modo più prudente, verso un correttivo presidenziale del parlamentarismo.

“Ma c’è già una via italiana” di Gian Enrico Rusconi da La Stampa del 4.6.2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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3 risposte a “Ma c’è già una via italiana” di Gian Enrico Rusconi da La Stampa del 4.6.2013

  1. stefano ha detto:

    Condivido pienamente l’analisi di Rusconi…e ce n’è una analoga ma più critica contro il conservatorismo di sinistra , sul Corsera scritta da Polito. Mi piace pensare che anche Quinto Stato sia favorevole a questa innovazione. Del resto, e sono in molti a ricordarlo, la partecipazione insolita e forte della gente alle ultime elezioni per il Quirinale vanno in questa direzione : la gente vuole un sistema più diretto nell’eleggere i propri rappresentanti. E non può essere che qualsiasi riforma da noi sia bloccata dal fattore B, come un tempo accadde per quello K.

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    • QuintoStato ha detto:

      Quinto Stato è favorevole se si adottano i ‘correttivi’ che lascia intravedere il commento di Rusconi. Personalmente credo che oggi il problema più rilevante della politica italiana non sia di tipo democratico-partecipativo, ma più di tipo democratico-decisionale. Una democrazia rischia di morire se si discute poco, ma rischia di morire anche se non si decide mai nulla… nel bene e nel male. Naturalmente resta un problema rilevante di estraneità, diffidenza e disaffezione alla politica (come si è visto dal tasso di astensionismo elettorale) che va affrontato. Una riforma che accresca il potere decisionale, e contemporaneamente quello di controllo e intervento da parte delle assemblee elettive, mi deve favorevole. E penso che possa anche ridurre la distanza tra politica e cittadini. Proprio com’è avvenuto con l’elezione diretta dei Sindaci. Che non sono i ‘padroni’ del comune, perché possono sempre essere sfiduciati dal consiglio comunale e dunque devono sempre garantirsi una maggioranza.
      GT

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      • stefano ha detto:

        Il problema del consenso è serio e importante, specie in un paese dove su determinati temi le divisioni sono molto forti…e quindi è diverso se una decisione , a cui c’è forte opposizione. venga però presa da una maggioranza effettiva e non solo “elettorale”. Mi viene in mente per esempio la questione delle nozze gay in Francia….Si tratta di argomenti che spaccano la società e devi verificare quanto più è possibile che la scelta del governo e/o del legislatore abbia un consenso effettivo. Al limite con la conferma referendaria. Da noi così passarono leggi importanti e delicate, specie ai tempi, sull’aborto e sul divorzio. Ciò posto, bisogna confidare nel ricambio democratico, e che ogni 5 anni la gente tornerà a votare e togliere la fiducia prestata, senza il terrore che in quel lustro il presidente si trasformerà in dittatore e toglierà questa possibilità. Io credo sinceramente che quella del dittatore sia una scusa…che fa presa sulle persone, laddove il vero motivo è poco nobile : il diritto di paralisi, la preferenza per il consociativismo. La sinistra nel nostro paese ha il complesso di superiorità di essere migliore eticamente e culturalmente, e quello di inferiorità di essere minoranza elettorale. Quindi i sistemi che premiano l’esecutivo li teme perché, immaginandosi di non vincere, preferisce sistemi dove il potere di veto sia forte. Questo nonostante l’esperienza dei sistemi amministrativi (Regioni e comuni) dimostri che questo destino di sconfitta (scofittismo l’ha chiamato Bersani…) non corrisponde alla realtà. Magari il coraggio di Renzi (ma anche di Prodi in questo caso) riuscirà a prevalere.
        P.S. In Italia il fascismo prese il potere grazie alla paralisi del sistema parlamentare….

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