“GLI ANTAGONISTI DEL NO A TUTTO” di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA dal Corriere della Sera del 13 maggio 2013

Si fa presto a dare la colpa alla leadership di Bersani o ai consigli maldestri dei suoi più o meno giovani «colonnelli». Si fa presto — come fanno i militanti di «occupy Pd» — a mettere sotto accusa la degenerazione oligarchica dei dirigenti, la loro pietrificazione correntizia, il loro distacco dalla base.
Ma l’origine vera delle ore difficilissime che sta attraversando il Partito democratico non dipende da nessuno di questi fattori. È una difficoltà posizionale-strategica che rispecchia tutti i nodi accumulatisi in questi anni e mai sciolti.
La crisi dei democratici, la loro impotenza e irrisolutezza strategica si manifestano oggi pienamente perché solo oggi, per la prima volta, il Pd si trova stretto in una morsa tra il tradizionale avversario a destra (il Pdl), e un nuovo, inedito concorrente a sinistra. Non una delle tante più o meno velleitarie formazioni neocomuniste o verde-ecologiste sorte nell’ultimo ventennio, bensì il Movimento 5 Stelle, cioè l’espressione di stati d’animo e culture per ampiezza e contenuti radicalmente inedite nel panorama della sinistra.
È stata infatti la forte emorragia di voti verso i «grillini», cioè a sinistra, che ha determinato il cul-de-sac strategico dei democratici: proprio in quella circostanza elettorale in cui tutto avrebbe dovuto preludere alla loro vittoria sulla destra. Siamo così di fronte ad una specie di nemesi storica: quella battaglia contro le culture radical-movimentiste alla propria sinistra che il Pd non ha mai voluto o saputo condurre (salvo forse nel periodo della leadership di Veltroni), ora esso è costretto a subirla per effetto della presenza del «grillismo». Quando, però, è forse troppo tardi: sia a causa della radicale perdita di egemonia che esso ha subito nel frattempo, sia della ormai feroce lotta interna che lo dilania e lo paralizza.
La cultura, o forse meglio, l’antropologia che si esprime nel M5S non ha più assolutamente nulla dell’antico sfondo marxista, non ha alcuna ispirazione classista, non prefigura né immagina alcuna fondazione di rapporti sociali nuovi. Si tratta di una cultura, o più ancora di un’antropologia mossa da una sorta di irrefrenabile estremismo democratico nel quale sembra incarnarsi una volontà assoluta di eguaglianza, o per meglio dire di equiparazione, di livellamento: quella stessa che Tocqueville vedeva con inquietudine come l’inevitabile frutto della società democratica. Non c’è volontà di distribuzione delle ricchezze, bensì di cancellazione di qualunque cosa possa apparire un privilegio. Non c’è alcuna noncuranza per la formalità delle leggi, bensì il sogno di una giuridicizzazione universale, di una normazione estesa a tutto. Non c’è visione di classe, bensì utopia di una cittadinanza planetaria articolata in diritti eguali per tutti gli esseri umani senza distinzione alcuna. E infine la Costituzione della Repubblica non è più, come nella tradizione del Pci, strumento o occasione per battaglie e per alleanze entrambe di natura squisitamente politica; bensì una sorta di inappellabile «Tavola della Legge», di definitivo ipse dixit rivolto alla comunità. La Carta non addita un progetto sociale per quanto ardito, bensì incarna un inveramento etico da adempiere.
Tutto ciò è qualcosa che ricorda abbastanza da vicino una forma di giacobinismo, e come questo sembra metterci poco, con l’aiuto delle circostanze, a scivolare in scoppi di indignazione preludio alla violenza. Si accampa al centro di questo panorama di estremismo democratico un mitico obbligo, quello della «trasparenza». Tutto deve essere comunicato a tutti, visto e ascoltato da tutti, partecipato da tutti, rendicontato a tutti: quasi a prefigurare un potere capillarmente distribuito, il controllo di ognuno su tutti, e di tutti su ciascuno: un potere con la sua sede ideale in un «Panopticon».
È una cultura, un’antropologia — quella cui ha dato voce così potente il M5S — che raccoglie il precipitato di venti-trenta anni di movimentismo italiano di ogni colore (femminile, omosessuale, viola, studentesco, dei beni comuni, ecc…). Un movimentismo a base di rivendicazione di «diritti», di invocata centralità della dimensione giudiziaria, di demonizzazione spesso paranoica di qualunque cosa appaia un «potere», di comunitarismo e insieme di individualismo, di sfiducia verso qualunque istanza organizzativa stabile (dai partiti ai sindacati) e di fiducia unicamente in ciò che viene dal «basso».
In un panorama sociale terremotato come quello nostrano, caratterizzato da una struttura politico-statale inefficiente e totalmente screditata, questa cultura si è presentata come la cultura per antonomasia della «protesta», dell’«antagonismo», del «rifiuto». Riallacciandosi immediatamente, cioè, a quella cultura che in Italia domina tradizionalmente larghi settori della sinistra, incarna la sua tradizione consolidata, ne rappresenta da sempre lo slancio vitale.
Si tratta di una cultura, di uno stato d’animo, che il Pci, quando esisteva, conosceva bene. Ma che riusciva a metabolizzare e a neutralizzare grazie alla sua ideologia e alla sua organizzazione, all’apparenza anch’esse ispirate all’«antagonismo» e al «rifiuto». Antagonismo e rifiuto che tuttavia né l’ideologia, né l’organizzazione del Pd, a causa della loro natura riformista, potevano ereditare; e che infatti non hanno ereditato. Ma che quindi, allora, il Pd avrebbe dovuto prendere di petto e combattere, consapevole del pericolo che essi rappresentavano. Ha invece evitato di farlo, anzi li ha spesso vezzeggiati, accarezzati, assecondati, probabilmente convinto di poterne sempre, alla fine, beneficiare dal punto di vista elettorale.
Ma così non è stato. Ora quell’antagonismo, quel rifiuto democratico-radical-giacobino se li ritrova davanti come base di consenso di un forte partito che non esita a contrapporglisi. Per la prima volta gli eredi dell’antico Pci si trovano a che fare con un forte partito nella loro stessa area e che anzi minaccia di scavalcarli a sinistra. Sta qui la causa di fondo della loro crisi, ed è questo il vero terremoto politico italiano.

“GLI ANTAGONISTI DEL NO A TUTTO” di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA dal Corriere della Sera del 13 maggio 2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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3 risposte a “GLI ANTAGONISTI DEL NO A TUTTO” di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA dal Corriere della Sera del 13 maggio 2013

  1. stefano ha detto:

    Molto interessante l’analisi di Galli della Loggia…che però non corrisponde del tutto ad alcuni dati (il che non sconvolge peraltro l’impianto generale del suo discorso, che resta per lo più valido) proposti di recente da alcuni istituti di ricerca che hanno studiato i flussi elettorali per individuare la provenienza degli elettori grillini. Ebbene, sia IPSOS (Pagnoncelli) che DEMOS & PI (Diamanti ) rilevano che ben un terzo dei voti grillini provengono da gente che nel 2008 votò la destra (PDL o Lega), e un altro terzo si era astenuta per volontà o per non raggiunti limiti d’età. Solo un 30% erano voti di sinistra….e infatti un terzo di 8 milioni e mezzo di voti sono quasi tre milioni . I conti sostanzialmente tornano, tenuto conto che ll’appello dle PD ne mancano tre milioni e mezzo. Quindi è vero che i voti persi sono andati a Grillo ma NON è vero che il M5Stelle sia una forza di sola Sinistra. Come ha scritto Polito, sempre sul Corsera, è un movimento trasversale, e proprio per questo Grillo non ha facilità a gestirlo nella fase propositiva. Dire Arrendetevi e ABBASSO è facile e accontenta tutti. Ma poi, già sull’europa e sugli immigrati le cose si fanno più complicate…E infatti la prima tornata elettorale dopo febbraio, quella in Friuli, è andata male ai pentastelluti, e a Roma, tra qualche settimana, i sondaggi non mandano buoni numeri…

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  2. adriano1949 ha detto:

    Non sono affatto convinto dalla tesi esposta da Ernesto.
    Inoltre, ammesso che mai arrivi ad una maggioranza pentastellata, sarà la babele mortale. Saremo governati da un movimento che a quel punto dovrà diventare partito, volente o nolente: deve decidere!
    Non vorrei si pertepuasse lo stato attuale: comando “dal tebernacolo” e massa di deputati proni e supini

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  3. Mario Mancini ha detto:

    Analisi e considerazioni condivisibili alla luce di un salutare “terremoto politico” operato dal M5S che porterà necessariamente a scompaginare ancora l’attuale quadro politico. I contorni confusi di tale movimento preoccupano e la loro azione si limita ancora oggi, a distruggere il sistema e non a modificarlo nonostante il grande consenso elettorale e quindi del mandato politico loro affidato.
    La inadeguatezza della classe politica italiana, faziosa ed asservita a poteri o personalità forti, non lascia presagire niente di buono ! MM

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