“Il Dovere di Guardare in Faccia la realtà” di GIUSEPPE SARCINA dal Corriere della Sera dell’11 maggio 2013

Aspettando il prossimo racconto dell’inviato Domenico Quirico

Il passo di Domenico Quirico è leggero. Il tono garbato. I modi discreti. Si è presentato così davanti ai trafficanti di clandestini a Zarzis, sulla costa meridionale della Tunisia. Oppure al cospetto dei seguaci di Gheddafi, braccati dai ribelli, a Tripoli. O, ancora, nel mezzo dei tumulti
di Piazza Tahrir, al Cairo. È facile, dunque, immaginare come sia Domenico anche oggi in Siria, ovunque si trovi.
Il collegamento si è interrotto il 9 aprile, quando l’inviato speciale della Stampa ha lasciato la città di Homs per puntare verso Damasco.
È semplice anche pensare che cosa stia cercando (perché così lo immaginiamo: ancora al lavoro) tra le strade deserte, tra le macerie di un Paese, tra l’odio, il risentimento, il pericolo. Perché la domanda di Quirico è sempre la stessa: che cosa sta succedendo veramente? E quando dice (o scrive) «veramente», intende solo una cosa: quello che ha visto, sentito, provato, vissuto. Spesso da solo, a volte con qualche altro collega. Ma sempre e comunque in prima persona. Non c’è diffidenza, non c’è sfiducia verso quello che altri hanno fatto, osservato e riferito. Domenico non si sente il depositario di una missione speciale, anzi crede che il suo metodo dovrebbe rappresentare la regola: andare, vedere, raccontare. Chi lo fa, qualunque sia il mezzo che usa (la carta stampata, la telecamera, Twitter e i social network) merita il rispetto e l’apprezzamento dei lettori.
Non esiste dunque neanche un problema di modernità, di tecnologia. Quirico ha 61 anni, ma non è un esemplare in via di estinzione, non è l’epigono di un arcaismo romantico. Al contrario è un giornalista efficiente, metodico, meticoloso. Consulta il web, studia le carte, il terreno, le persone. Si prepara, pianifica.
In Tunisia, per esempio. Arriva nel febbraio 2011, questa volta un po’ a rimorchio degli altri. Resta per qualche giorno in disparte, suscitando la curiosità di chi ancora non lo conosce. C’è polvere, c’è vento. Lui gira in jeans stretti, con la giacca e la cravatta. Il colletto largheggia sul collo magrissimo. Sotto il braccio, un libro strano, fuori contesto: la biografia di Cavour o le memorie di qualche generale francese. Ma guai a sottovalutarlo. Basta poco ed ecco Domenico muoversi in scioltezza tra i bar, le case diroccate, le spiagge fuori mano: come se fosse nella sua Asti. Conosce tutti, però non si fida facilmente. Anzi. Gira, osserva, soppesa e solo alla fine si appoggia a qualcuno. È il momento più delicato: se il contatto è sbagliato, se è un millantatore, se è un venduto, tutto può essere compromesso. Ma le scelte di Domenico portano a risultati impressionanti, come ben sanno i lettori della Stampa. Possono piacere o no, far discutere, magari anche irritare. Ma su un punto non c’è, non ci può essere discussione: gli articoli di Quirico non potrebbe che averli scritti Quirico. Perché c’è lui in mezzo agli avvenimenti, c’è lui sdraiato a fianco dei giovani imbarcati su un’infame bagnarola verso Lampedusa. Leggi e vedi brillare il machete dei trafficanti; scorri le parole e senti i latrati dei pit bull sulla spiaggia; passi nella riga successiva e ti ritrovi a frugare anche tu nei sacchetti di plastica dei profughi, alla ricerca di una bottiglietta d’acqua, di una sigaretta già bagnata.
A Tripoli, 24 agosto 2011, spari e sgommate: i ribelli sono in festa per la caduta di Gheddafi. Stavolta anche Quirico deve arrendersi, fa troppo caldo: compare in maglietta blu con le maniche corte. È milanista, ma lo scudetto, non si capisce perché, è quello del Paris Saint Germain. Arriva con altri colleghi dopo un lungo viaggio cominciato a Djerba, su una macchina procurata dal suo antico contatto di Zarzis, ormai un fraterno amico. Al volante c’è Al Mahdi, un libico di Zintane, la città più antigheddafiana.
È un servizio difficile: si capisce subito, quando doppiate le montagne del Sud e le costruzioni disseminate dal fascismo italiano, l’auto si infila nella lunga sequela dei check-point controllati dagli anti-governativi. Nella capitale i segni sono contraddittori e dunque i rischi sono ancora altissimi. E lì bisogna decidere, scegliere. Ci vorrebbe più tempo, magari fare un giro di telefonate, fermarsi a riflettere. Ma non sempre c’è tempo. La vicenda è stata raccontata da Domenico diverse volte: la curva in una strada sbagliata; l’aggressione delle milizie pro Colonnello; la cattura; la gimcana sul pick-up tra la folla rabbiosa; la scarica di kalashnikov che uccide Al Mahdi; la notte di prigionia; l’ansia; la liberazione all’alba, insieme con Elisabetta Rosaspina, Claudio Monici e chi scrive. Pochi mesi dopo Domenico torna in quel quartiere, in quelle strade di Tripoli. Occorre ricostruire bene le cose, vederle con più calma. E anche ora i lettori aspettano il racconto del loro inviato dalla Siria, che, come al solito, sarà preciso, di prima mano.

“Il Dovere di Guardare in Faccia la realtà” di GIUSEPPE SARCINA dal Corriere della Sera dell’11 maggio 2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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