“Terrorismo i Segreti che feriscono” di VITTORIO OCCORSIO dal Corriere della Sera del 8 maggio 2013

Caro direttore, la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha colto l’occasione del 25 Aprile per proporre l’abolizione del segreto di Stato per i delitti di matrice stragista e terroristica. Mi sembra una proposta alla quale aderire senza dubbio, alla vigilia della Giornata della Memoria per le vittime del terrorismo, superando il «fascino» di questi arcana imperii, che potrebbero anche apparire come un simbolo della sovranità nazionale, uno dei pochi rimasti.
Solennemente regolato dalla legge del 1977 prima, e da quella del 2007 poi, dove si enuncia che «sono coperti dal segreto di Stato gli atti, i documenti, le notizie, le attività e ogni altra cosa la cui diffusione sia idonea a recare danno all’integrità della Repubblica… alla difesa delle istituzioni… all’indipendenza dello Stato… e alla difesa militare», il segreto di Stato è idoneo, come ben noto, ad arrestare persino l’azione penale (ossia l’azione compiuta nell’interesse pubblico, nell’interesse cioè di quello stesso Stato che appone il segreto).
Rinvio a migliori competenze l’approfondimento sull’attualità del segreto di Stato e sulla sua riconosciuta compatibilità con l’assetto costituzionale — si pensi, solo per fare un esempio, all’altrettanto solenne formula dell’articolo 52 della Costituzione (talora dimenticato), per il quale «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Eppure pacifico appare che gli interessi dello Stato possono, in concreto, mutare; così, quel che un tempo poteva essere ritenuto potenzialmente dannoso per l’integrità della Repubblica, oggi potrebbe non esserlo più, ed anzi quella stessa integrità della Repubblica potrebbe richiedere una maggior trasparenza e conoscenza (al di là di una eventuale azione penale) su fatti in passato coperti dal segreto di Stato.
In altre parole, sembra evidente che una serie di fatti, e direi quasi un’atmosfera generale, relativi ad alcuni apparati dello Stato, cosiddetti deviati, nel periodo degli anni di piombo, e in quelli immediatamente successivi, avevano spinto a considerare rischiosa per la Repubblica una disclosure piena e completa; tale atmosfera, è altrettanto evidente, è oggi fortunatamente mutata, ed anzi direi rovesciata, come le stesse alte istituzioni negli ultimi anni ripetono, ed è ora il momento di attuare le buone intenzioni, pescare nel torbido di quel periodo tutto ciò che lo Stato ha fatto e non ha fatto.
È a mio parere opportuno chiedersi, più a monte, non solo se lo Stato abbia il diritto di coprire alcuni fatti storici (il che è certamente, in linea teorica, ammissibile e talvolta anche utile alla cosa pubblica, si pensi a fatti che potrebbero destare allarmi collettivi ingiustificati, ovvero a fatti attinenti a trattative internazionali delicate); ma anche se non vi sia un diritto di sapere, di conoscere i propri padri, le proprie origini. Come, in altri settori del diritto, è stato riconosciuto un diritto di conoscere la propria paternità biologica, così non si vede perché non possa sussistere un diritto del cittadino a conoscere li maggior suoi, anche, talvolta, se tale conoscenza si riveli dolorosa e riveli un comportamento non proprio limpido di alcuni apparati dello Stato.
Se la Costituzione riconosce e garantisce i diritti dell’uomo nelle formazioni sociali dove si svolge la sua personalità, appare legittimo ritenere che questa si dovrebbe svolgere innanzitutto in una comunità cosciente e consapevole, segnatamente in relazione a taluni accadimenti che, negli Anni 60-70-80 del secolo passato, hanno minato alle basi la convivenza democratica, segnando il confine tra lecita azione dello Stato e connivenze illecite, verificatesi, è oramai la ricostruzione storica a dircelo, su fatti che si pongono ben oltre la legalità costituzionale.
Di questo diritto siamo titolari, prima ancora (permettetemi) di «noi» famiglie delle vittime (che pur ne abbiamo ben diritto), «noi» nuove generazioni — perché senza conoscere la propria storia è difficile educarsi alla responsabilità, e, in ultima analisi, alla legalità.
Anche perché non appare giusto che debba essere sempre lasciato all’iniziativa di singoli e di associazioni private (affettivamente legati, il più delle volte, alle vittime di terrorismo e stragismo), il compito di farsi «portatori sani di memoria», di una memoria che parte dalla conoscenza personale e familiare, e si dirama poi verso la collettività.
Occorre una più generale presa di coscienza, finché è ancora vivo il ricordo, destinato, altrimenti, a scomparire nel giro di qualche generazione — o, peggio, a divenire, con la graduale scomparsa di chi quei fatti li ha vissuti, e può rendercene adeguato racconto, piegato alle ricostruzioni di volta in volta più convenienti. Una Storia d’Italia ad usum delphini, certamente non nelle intenzioni dei Padri Costituenti.

“Terrorismo i Segreti che feriscono” di VITTORIO OCCORSIO dal Corriere della Sera del 8 maggio 2013
Domani si celebra la Giornata in memoria delle vittime del terrorismo. Tra coloro che verranno ricordati c’è anche il magistrato Vittorio Occorsio, ucciso dai terroristi di Ordine nuovo il 10 luglio 1976. L’autore
del testo, Vittorio Occorsio, è il nipote che porta lo stesso nome del nonno.

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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