“All’estero i nuovi posti, da noi i giovani restano fuori” di DARIO DI VICO dal Corriere della Sera del 6 maggio 2013

Il dibattito sulle politiche del lavoro è concentrato sulle modifiche da introdurre, in piena corsa, alla riforma del lavoro varata dal governo Monti.
Ma intanto i dati che in questi giorni arrivano dalla Germania e dagli Stati Uniti invitano ad alzare lo sguardo e a operare una riflessione più “lunga”. A Berlino parlano esplicitamente di «piena occupazione» e ne hanno ben donde visto che la disoccupazione è arrivata ai minimi storici dagli anni Novanta. In America i recentissimi dati sulla creazione di nuovi posti di lavoro sono andati al di là delle previsioni e hanno portato la disoccupazione yankee a scendere al 7,5%, anche in questo caso ai livelli minimi dal dicembre 2008. L’Eurozona, presa nel suo insieme, fa purtroppo da contraltare a questi buoni risultati e resta inchiodata a un tasso di disoccupazione del 12,1%, superiore di qualche decimale anche a quello italiano, già di per sé tutt’altro che incoraggiante (11,5%).
È chiaro che al di là dei dati statistici si stanno comparando mercati del lavoro assai diversi tra loro. Prendiamo, ad esempio, la differente diffusione di working poors, di lavoratori poveri, sotto-pagati e sotto-inquadrati. Un caso su tutti: ben 7 milioni di tedeschi hanno un mini-job da 400 euro al mese. Ma anche l’utilizzo del part time fa salire le statistiche perché un mezzo lavoro vale comunque come una persona occupata. A prescindere dalla crisi e dal differente impatto che ha avuto sul Pil dei tre Paesi di cui stiamo parlando (Germania, Usa e Italia) vale la pena in questa sede ricordare come il nostro sistema sia “strutturalmente” arretrato, perché ha una transizione scuola-lavoro che definire farraginosa è un complimento, ha tuttora un basso tasso di occupazione femminile e, per l’appunto, una scarsa diffusione del lavoro part time. La sostanza, dunque, non cambia: abbiamo pagato i cinque anni di crisi con quattro punti di peggioramento della disoccupazione ed evidentemente i segni di ripresa che si ravvisano nell’economia americana in Italia non si intravedono nemmeno.
Nonostante la gravità della recessione lo smottamento dell’occupazione in Italia è relativamente recente e i dati lo fotografano attorno ad ottobre 2012. Fino ad allora, grazie alle varie tipologie di cassa integrazione e alla tendenza degli imprenditori a non liberarsi dei dipendenti (almeno in misura proporzionata al calo dei ricavi), la diga aveva tenuto. Poi, per effetto della stretta creditizia e del crollo della domanda interna, tra l’autunno 2012 e l’inverno 2013 c’è stato una forte fuoriuscita di forza lavoro. Negli ultimi tre mesi la situazione è rimasta sostanzialmente stabile a riprova che il sistema è in bilico, può subire ulteriori gravi contrazioni o può gradatamente riprendersi. Ma è proprio su questo punto che si manifesta la maggiore e più preoccupante differenza tra la nostra economia e quella dei Paesi-chiave di cui abbiamo parlato. Negli Usa e in Germania non c’è tutta la cassa integrazione da riassorbire che si è accumulata in Italia e di conseguenza il miglioramento degli input produttivi del sistema manifatturiero si trasforma quasi immediatamente in aumento dell’occupazione, da noi non è affatto detto. Anzi. Ci sono fondate analisi secondo le quali un’eventuale ripresina dell’industria italiana di trasformazione che si dovesse palesare verso la fine del 2013 o l’anno successivo avrebbe comunque un carattere jobless, senza nuova occupazione. Lo sostiene lo stesso Def predisposto dal governo Monti (secondo il quale il tasso di disoccupazione resterà all’11% fino al 2017!), e lo conferma l’indagine di Prometeia diffusa sabato scorso.
Il perché di questa apparente contraddizione è facile da spiegare. Una ripresina manifatturiera comporterebbe — prima di dare la possibilità di assumere nuovi addetti — un riassorbimento della cassa integrazione, un aumento delle ore lavorate e non un incremento delle persone occupate. Tutti gli accordi raggiunti in questi anni sul governo della flessibilità accompagnerebbero questa tendenza dando maggiore spazio alle aziende per rispondere ai picchi della domanda con maggiori straordinari o strumenti simili. È abbastanza chiaro che per come sono dislocate le forze di rappresentanza sarebbero gli stessi sindacati a sostenere con forza questo percorso per la necessità di dare risposte ai cassaintegrati e puntellare la propria tradizionale platea di consenso. È anche vero che una tendenza di questo tipo accentuerebbe la spaccatura tra insider e outsider, dopo che già abbiamo potuto amaramente constatare come il peso maggiore della crisi sia stato pagato da quella metà del mercato del lavoro che non ha garanzie e rappresentanza stabile. Da qui l’esigenza di riflettere per tempo sulle risposte che vogliamo dare a chi è fuori dalla cittadella e rischia di rimanerci sine die.
@dariodivico

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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