“IL LINGUAGGIO DELLA VERITÀ” di MICHELE SALVATI dal Corriere della Sera del 3 maggio 2013

Larghe intese e verità

Affinché l’esperimento Napolitano-Letta abbia successo, da subito devono essere raggiunte, e mantenute in seguito, due condizioni. Un atteggiamento realistico e responsabile verso la crisi economica, condiviso dai partiti che all’esperimento partecipano e continuamente ribadito nei confronti dei cittadini.
Una attenuazione marcata dello scontro tra le due principali forze politiche della nostra Repubblica, una «messa tra parentesi» delle ragioni anomale che l’hanno alimentato fino ad oggi. Condizioni entrambe difficili da raggiungere e mantenere.
La prima discende da un’analisi corretta della crisi in cui versiamo. Non entro nel dettaglio delle misure che dovranno essere prese per reagire, sulle quali già si comincia a litigare, e mi limito alle loro premesse: non si uscirà dalla crisi, non si riprenderà a crescere, se non ci si convince che la causa di fondo sta in un grande ritardo di innovazione, efficienza, produttività in gran parte dei segmenti pubblici e privati del nostro sistema produttivo. Ritardi accumulati in un lungo periodo di riforme mancate e non avvertiti a seguito dell’effetto anestetizzante dell’indebitamento e, prima ancora, della svalutazione del cambio. Indebitarsi e svalutare non è più possibile, e oggi possiamo distribuire per consumi e investimenti solo quanto riusciamo a produrre e vendere. È per questo che diventare più efficienti e competitivi è un imperativo categorico se vogliamo mantenere i livelli di benessere cui ci siamo assuefatti. Già li abbiamo intaccati e «il linguaggio sovversivo della verità» — quello che Napolitano ha raccomandato a Letta — impone che si dica ai cittadini che questi livelli potranno ridursi ancora, che ci aspettano anni di vacche magre durante i quali solo due obiettivi andranno perseguiti con ossessione: 1) il miglioramento della produttività e dell’efficienza in tutti i principali comparti del sistema; 2) in nome dell’equità, una ricalibratura del welfare indirizzata a lenire le aree di povertà che già si sono aperte e si allargheranno.
Letta non ha seguito fino in fondo la raccomandazione «sovversiva» di Napolitano, come neppure l’aveva seguita il precedente governo tecnico, quando suggeriva che rigore, crescita ed equità potessero essere tenuti insieme, e in tempi brevi. Non è così, non si rimedia facilmente a lunghi decenni di mancate riforme, e va tolta l’illusione che l’Europa possa svolgere un compito che è solo nostro: se va bene, può attenuare un poco l’austerità — e sarebbe già una forte manifestazione di fiducia verso i Paesi più deboli e verso il futuro dell’Unione se lo facesse — ma il compito di diventare più efficienti e competitivi dobbiamo addossarcelo noi. Il linguaggio «sovversivo» della verità non è facile per un politico, cui vengono più spontanee promesse miracolistiche al fine di acquistare consenso. Fare accettare «sudore, lacrime e sangue» riuscì a Churchill di fronte alla minaccia nazista: sembra impossibile possa riuscire a politici screditati e rissosi. Ma se la rissa si attenua, se c’è una comune assunzione di responsabilità nazionale, se la Grande Coalizione è intesa non come intollerabile rinuncia delle proprie identità di parte, ma come occasione eccezionale di servizio al Paese, se è accompagnata da una forte riduzione dei costi della politica e da una spietata lotta alla corruzione, forse anche i cittadini possono convincersi che i loro sacrifici non saranno sprecati.
Il secondo obiettivo di un governo politico di grande coalizione — attenuare l’esasperazione del conflitto tra il centrodestra «berlusconiano» e il centrosinistra «comunista» è importante di per se stesso ma è soprattutto essenziale al raggiungimento del primo, di un’analisi seria della crisi e di un progetto di riforme ad essa conseguente. Centrosinistra e centrodestra possono benissimo, quando è necessario, fare accordi comuni di governo: avviene ovunque. Ma quando all’inevitabile tensione tra questi due diversi indirizzi politici si aggiunge il conflitto non negoziabile tra berlusconiani e antiberlusconiani — conflitto solo italiano — ogni mediazione diventa impossibile, e questo il nostro Paese non può permetterselo oggi. Non si chiede a nessuna delle due parti di rinunciare alle proprie idee e ai propri giudizi, ma di ridurne le conseguenze politiche per un periodo limitato. Non un impossibile pacto de olvido — un accordo di dimenticanza e reciproca smobilitazione — ma una provvisoria e parziale messa tra parentesi del conflitto alla luce di un interesse superiore: ci sono riusciti grandi Paesi per conflitti normativi ben più drammatici — implicitamente ho menzionato la Spagna — e sarebbe incomprensibile se non ci riuscisse l’Italia.
Se e quando il M5S o Sel presenteranno in Parlamento una dura legge sul conflitto di interessi o se e quando Berlusconi sarà raggiunto da una condanna in uno dei tanti giudizi che ha in corso — entrambi eventi possibili, forse imminenti — vedremo come si comporteranno Pd e Pdl e se il mio auspicio in merito alla saggezza di questi partiti verrà confermato dai fatti.

“IL LINGUAGGIO DELLA VERITÀ” di MICHELE SALVATI dal Corriere della Sera del 3 maggio 2013

Annunci

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
Questa voce è stata pubblicata in / e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a “IL LINGUAGGIO DELLA VERITÀ” di MICHELE SALVATI dal Corriere della Sera del 3 maggio 2013

  1. Piergiorgio Duca ha detto:

    La situazione italiana è fortemente anomala e richiede interventi drastici per trovare una qualche soluzione. D’accordo.
    Chiederei però a Salvati se è proprio sicuro che arrendersi, senza condizioni, a Berlusconi, che questa volta le elezioni non le ha vinte, che ha dato in venti anni ampie dimostrazioni di incapacità a governare un paese complesso, dimostrando anzi una spiccata predisposizione al malgoverno, dati i torbidi legami mantenuti con P2 e Mafia, il grande arricchimento ottenuto dalla mancata risoluzione del conflitto di interessi e dalla non applicazione della legge del 1957 sulla ineleggibilità dei titolari di concessioni statali, il cumulo di cause penali pendenti e non in vari campi di assoluto rilievo che lo rendono assolutamente inadatto a chiedere sacrifici al popolo (cosa che peraltro evita sempre di fare, continuando con mirabolanti promesse elettorali di cui pretende da altri il rispetto), possa rappresentare un modo valido per l’Italia di riacquistare peso contrattuale e credibilitá in Europa, possa rappresentare una soluzione reale ai nostri problemi o non la peggiore conferma che la trattativa Stato Mafia c’è stata e lo Sato non solo non è stato in grado di difendere i deboli e gli onesti ma non ha saputo nemmeno difendere se stesso e la sua Magistratura, arrivando a sacrificare 20 anni fa Falcone e Borsellino oggi Ilda Bocassini e tutti coloro che aspettano di poter interrogare e giudicare Berlusconi come un cittadino qualunque per i gravi reati che gli sono ascritti ?
    Solo qualche mese fa formula “Lo chiede l’Europa” bastava a spremere lavoratori, giovani precari, pensioni, pensionati ed esodati, oggi l’Europa non chiede più niente ? Non chiede credibilità ?
    Forse pretendere da Berlusconi di fare finalmente il famoso passo indietro che si è imposto a Prodi, Bersani, Rodotà ecc. sarebbe il solo modo di creare il clima che Salvati auspica, senza che tale clima risulti solo frutto di una resa disastrosa e totale della Legalità alla Illegalità, della Competenza all’Incompetenza, della Politica alla Demagogia.

    Mi piace

I commenti sono chiusi.