“L’ipocrisia che giustifica la violenza” di Gianni Riotta da La Stampa del 29 aprile 2013

La sparatoria di Luigi Preiti che a Roma ha ferito gravemente – rischia la paralisi – il brigadiere dei Carabinieri Giuseppe Giangrande e colpito l’appuntato Francesco Negri e una passante incinta, non è la strage di via Fani del 1978 con la strage della scorta e il rapimento del presidente Aldo Moro.
La Repubblica non è sotto scacco dei terroristi, il Paese è maturato. Ma il sollievo, dopo mesi di palude politica, seguito alla nomina di Enrico Letta e al giuramento del governo di larghe intese Pdl-Pd è stato subito cancellato e nuove ansie che si sono proiettate sull’opinione pubblica, provata da crisi economica e caos politico.
I ministri stavano ancora sorridendo nel solenne palazzo del Quirinale e davanti al vero regista del governo, il saggio presidente Giorgio Napolitano, quando le scene cui siamo purtroppo avvezzi, uomini in divisa a terra nel sangue, civili in fuga, cronisti con le telecamere Sky e Rai News e social media in diretta, ci hanno ricordato che il governo ha davanti tempi, e prove, terribili.
La Seconda Repubblica, nata dalla crisi dei partiti storici, ha avuto come pilastro centrale, sua vera Costituzione Materiale, l’impossibilità di ogni accordo tra Silvio Berlusconi e il centrosinistra. Ogni mossa in tal senso veniva denunciata, «tradimento!» o, con parola mal tradotta dal dialetto napoletano, «inciucio», dagli ultras di destra e sinistra e dai loro organi di informazione, ieri nei giornali, oggi sul web. Rendendo impossibile la normale dialettica parlamentare, le riforme indispensabili, in economia e nelle istituzioni, soprattutto da quando la crisi finanziaria più dura dal 1929 ha spazzato via il nostro modo tradizionale di produrre e lavorare.
Con il suo discorso al momento del secondo incarico, il presidente Napolitano ha incenerito quel pilastro di divisione e sciolto quel crampo ideologico e ha – davvero con frasi che passeranno nella storia italiana – richiamato alla realtà, oltre le idee e i giudizi diversi e sacrosanti delle parti. La realtà del risultato elettorale richiamava tutti, compreso Beppe Grillo e il suo M5S, a una collaborazione pur temporanea. Davanti al «no» di Grillo non restava che l’intesa Pd-Pdl. Enrico Letta, grazie alla disponibilità dei due partiti, ha creato un governo con molti uomini e donne eccellenti, che ha avuto plauso nel mondo.
Illudersi però che un discorso del Presidente, una lista di ministri, un premier giovane e una maggioranza di parlamentari che tornano a ragionare potessero, come d’incanto, dissolvere astio, rancore, risentimento, sfiducia che anni di corruzione, intolleranza, abusi e sfiducia hanno radicato sarebbe stato ingenuo. Chi sia Preiti, quali sentimenti e motivazioni personali o pubbliche abbiano armato la sua mano, lo sapremo dalle indagini. La reazione emotiva seguita al suo gesto e alla sua grottesca autodifesa «Volevo colpire i politici», invece, valgono quanto un’analisi dei Big Data sul web: confermano l’identikit di un’Italia divisa e amareggiata, che ha bisogno di un lavoro lungo, da parte del governo, degli intellettuali, dei media, dei partiti per ricostruire un tessuto condiviso di valori e interessi nazionali.
Ha fatto bene Beppe Grillo a dichiarare subito solidarietà ai Carabinieri, e meglio avrebbe fatto a non pubblicare, sul suo popolarissimo sito web, commenti farneticanti che rivendicano appoggio e comprensione al killer mancato Preiti «dovevi sparare ai politici!». Di certo, oggi, dovrebbe duramente rampognare i suoi militanti, tra cui un improvvido consigliere torinese, che fanno campagna sul «colpire nel mucchio» gli avversari. Otto milioni di elettori Cinque Stelle non meritano di vedersi coinvolti nella violenza.
La classe dirigente italiana tutta, politici, imprenditori, media, cultura, sindacato ha mancato in questi anni di governare il Paese, privandolo di fari morali, innovazione, sviluppo. Napolitano, memore degli anni seguiti alla guerra, quando insieme i nostri padri ricostruirono il paese, pur tenendo vivo un vivacissimo dibattito in Parlamento e nelle piazze, non ha chiesto di cancellare idee diverse e diverse agende, e neppure ha proposto ai giornalisti di fare da agenti stampa del governo. Ha detto quel che l’ammiraglio Nelson segnalò con l’alfabeto delle bandiere, ai marinai della sua flotta alla vigilia della battaglia di Trafalgar, 1805: «L’Inghilterra si aspetta che ciascuno di voi faccia il suo dovere». Niente di più, niente di meno, tocca ora a noi, fare il nostro dovere.
L’hanno fatto certo ieri i carabinieri feriti a Roma, con i loro colleghi, che invece di crivellare di colpi l’attentatore rimasto senza cartucce in canna, come sarebbe accaduto in moltissime altre capitali in un giorno ad alta tensione, lo hanno arrestato senza un graffio, consegnandolo incolume alla giustizia. Prova professionale ed umana da Paese civile – rara, lo ripeto, anche per tante democrazie – di cui ringraziarli ed essere fieri.
Le malefatte della «Casta» non giustificano in alcun modo la violenza. Nemmeno ci servono a comprenderla, o ne attenuano la colpa: gli anni del terrorismo insegnano che questa velenosa ipocrisia distrugge il garantismo e nasconde alla fine complicità. Neppure ci serve imputare alla «Casta» ogni impotenza del nostro presente, siamo in 60 milioni di liberi individui, non siamo servi della gleba russi, anime morte di Gogol. L’Italia ha bisogno di lavoro, sviluppo, benessere, unità. Di dare uno stipendio a ragazzi che non l’hanno mai avuto, di usare il loro talento e la loro cultura frustrate e svilite. Non sono le pistole, non sono gli slogan di odio, non è il predicare che una parte sola, la «nostra» abbia il monopolio di etica e democrazia, che ci faranno crescere dopo una generazione di stagno.
Desideravamo vivere una domenica tranquilla intorno a Enrico Letta e ai suoi ministri, speravamo in un varo tra i sorrisi, non nel sangue. La storia ha voluto diversamente: ma l’immagine del brigadiere Giangrande riverso sui sampietrini di piazza Montecitorio, davanti al Parlamento cui la Costituzione Repubblicana affida la democrazia nel nostro paese, ci richiama a un dovere rinnovato. I ministri e il premier, i parlamentari tutti ma anche noi cittadini semplici, davanti ai quei sassi bagnati dal sangue di un uomo che lavora per difendere la nostra libertà, abbiamo un dovere semplice e aspro: fare insieme, ogni giorno, come Giangrande, il nostro dovere.

Twitter @riotta

“L’ipocrisia che giustifica la violenza” di Gianni Riotta da La Stampa del 29 aprile 2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “L’ipocrisia che giustifica la violenza” di Gianni Riotta da La Stampa del 29 aprile 2013

  1. adriano ha detto:

    E’ mio destino andare controcorrente, ma non sono assolutamente d’accordo con Riotta: l’intesa pd e pdl è un risultato che mette la volpe al sicuro dentro il pollaio.
    Io, che ho sempere razzolato con i polli, da quel pollaio sono uscito.
    Il presidente della repubblica avrà la bontà di perdonare se non ho capito il senso delle sue azioni.
    Da dipendente pubblico mi son sentito urlare “sfaticato” dal ministro competente, da insegnante sono incappato nel suo collega alla pubblica istruzione che ha definito “stipendificio” il suo dicastero, da cittadino ho imparato che la magistratura è un “cancro della società”, da elettore di sinistra ho pescato un presidente del consiglio in carica che mi ha apostrofato “coglione”.
    Non sono intelligente, lo ammetto, ma non sono neppure cattolico: non porgo l’altra guancia.
    Tranquilli, le armi le lascio ad altri soggetti, ma non porgo l’altra guancia: Chamberlain avrà pure insegnato qualcosa; o no?

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