“La nuova generazione e i suoi nemici” di CLAUDIO TITO da La Repubblica del 27 aprile 2013

NESSUNO può nascondere le criticità del neonato governo. Il quale poggia le basi su un’alleanza che difficilmente muterà la sua natura di ircocervo: per metà progressista e per metà conservatore, con una linea politica tutta da decifrare e con l’elettorato del centrosinistra in subbuglio, confuso dal patto stretto con Berlusconi. Del resto questo esecutivo è il frutto dell’emergenza e il prodotto di un risultato elettorale a dir poco nebuloso.
Senza una maggioranza netta e ora con il partito più importante – il Pd – in frantumi a causa della gestione disastrosa del voto per il Quirinale.
Eppure questo esecutivo rappresenta comunque una svolta nella palude della politica italiana. Con un tratto di penna sono stati cancellati praticamente tutti i leader che hanno guidato e condizionato la vita del Paese negli ultimi venti anni. Non sono mancate le pressioni – da entrambe le parti e anche dall’esterno – per mantenere lo status quo. Ma la richiesta di rinnovamento, di ricambio generazionale ha comunque avuto la meglio. Un ruolo decisivo in questo lo ha svolto Napolitano. E l’esito è per il momento sorprendente. Il centrosinistra perde i suoi capi storici: non c’è D’Alema, non c’è Prodi, non c’è Veltroni, non c’è Amato, non c’è Bersani. Alcuni di loro hanno provato, con insistenza, ad entrare nel nuovo gabinetto ma non ci sono riusciti. Perdendo forse l’ultima occasione. Non c’è poi un solo esponente di peso della classe dirigente che proveniva dal Pci. Solo due dei sette ministri democratici aderivano al partito comunista (Zanonato e Orlando) ma troppo giovani per essere ascritti alla storia politica di quell’esperienza.
Il centrodestra per la prima volta dal 1994 entra in una compagine governativa senza Berlusconi. Il simbolo di quell’area non ha incarichi. Così come non ce l’hanno ex ministri quali Brunetta, Gelmini, Sacconi, Romani. Ed è stato accantonato anche l’ormai ex premier, Mario Monti. “Giovane” per la politica ma comunque settantenne. È certamente la fine di un ciclo, non si sa se è l’inizio di un New Deal.
L’età media dei membri della squadra “lettiana” è fortemente in discesa rispetto a quella uscente. Molti giovani e molte donne. Con la nomina, per la prima volta nella storia
d’Italia, di un ministro di colore. Il riconoscimento più marcato ai cambiamenti che stanno maturando nella società italiana e nella sua composizione demografica.
In questa operazione il presidente del Consiglio è riuscito probabilmente a costruire un team migliore dell’alleanza che la sosterrà. Anzi, se si pensa a quella coalizione, ha forse evitato il peggio. Ma adesso quelle scelte, benché in parte necessitate, hanno segnato un punto di non ritorno. Difficilmente alle prossime elezioni o quando si formerà un altro governo, si potrà ripescare tra gli emblemi della vecchia generazione. Una sorta di piazza pulita come fu Tangentopoli nel ’92-’94 ma senza i processi. Un passaggio che in questo caso smonta uno dei tipici vizi italici: la tutela quasi feudale delle posizioni dominanti. Così come l’ascensore sociale rimane spesso bloccato nel nostro Paese così la classe politica si arrocca nell’autoperpetuazione.
Per Letta, però, questo è solo il primo passaggio. E per superarlo ha dovuto pagare un prezzo: ha consegnato il potente ministero dell’Interno ad Alfano, il braccio destro del Cavaliere. Un dicastero decisivo anche per quanto riguarda le posizioni giudiziarie del leader Pdl. Ha dovuto guerreggiare per assegnare la Giustizia ad un personaggio neutrale dovendo persino subire il veto su Vietti, il vicepresidente del Csm. Uno schiaffo sferrato da Berlusconi sul volto della magistratura che spiega più di ogni altra cosa quanto alta fosse la sua attenzione sulle questioni “personali”. Il Partito democratico ha anche perso quasi tutti i dicasteri di “Serie A” puntando però su quelli “sociali e culturali”.
Un quadro che obbligherà il nuovo inquilino di Palazzo Chigi a fare quotidianamente i conti con le ritrosie del centrodestra e con l’esigenza di spingere sul cambiamento. Perché il malessere che resta tra i militanti e l’opinione pubblica di
centrosinistra difficilmente resterà in sonno. Le contraddizioni sono troppo evidenti e troppo sentito lo scontro che si è consumato negli ultimi venti anni per dimenticare in un giorno il conflitto di interessi, le leggi ad personam, la politica economica che ha esasperato le disuguaglianze e ampliato la distanza tra i poveri e ricchi di questo Paese (il 10% delle famiglie più ricche possiede ormai quasi il 45% della ricchezza totale). Il nuovo presidente del Consiglio non potrà che rapportarsi con i dubbi e i sospetti di chi considera incomprensibile allearsi con Berlusconi. E potrà farlo – se vorrà impedire di far esplodere il malessere – puntando tutto sull’innovazione, sulla modernità, sul ricambio. Probabilmente lo stesso Letta sa che lo scoglio più grande sarà ancora il Cavaliere. Lo sarà soprattutto la sua mutevolezza politica direttamente proporzionale ai suoi guai giudiziari. Questa sarà la vera variabile incontrollabile per Palazzo Chigi. E speriamo che resti tale, che non ci sia cioè un intreccio tra l’azione del governo e il carico penale del Cavaliere.
Più controllabile, invece, la dinamica che si aprirà nel Pd in vista del congresso. Per accogliere le spinte della componente più a sinistra, con ogni probabilità verrà scelto un “reggente” proveniente dalle file degli ex Ds. Un uomo come Guglielmo Epifani. Al congresso la segreteria – forse senza le primarie – verrà affidata ancora ad un altro ex diessino per bilanciare, appunto, i pesi dentro il partito. Per congelare i rapporti di forza e rinviare la battaglia finale a quando si tornerà effettivamente al voto. A quel punto nella partita entrerà anche Matteo Renzi. Fino ad allora, però, Letta dovrà dimostrare – anche al suo elettorato più riottoso – che l’ircocervo è stato utile al Paese e che l’alleanza con il centrodestra non prevede nulla di mefitico nel suo patto costitutivo.

“La nuova generazione e i suoi nemici” di CLAUDIO TITO da La Repubblica del 27 aprile 2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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