“L’Oceano ideologico che Divide Barca e Renzi” di MICHELE SALVATI dal Corriere della Sera del 14 aprile 2013

Faremmo un torto a Fabrizio Barca se leggessimo la «memoria» che ha messo in rete due giorni fa (Un partito nuovo per un buon governo) in modo affrettato e con gli occhiali della politica quotidiana. Un torto di cui in parte lo stesso Barca è responsabile, perché non si annuncia l’entrata in campo di una persona del suo prestigio e con la sua storia, in un momento di intensa turbolenza del Partito democratico.
E non si annuncia l’entrata in campo in un momento di crisi istituzionale così acuta, senza provocare la comprensibile attesa che il coinvolgimento nelle battaglie in corso sarà immediato e in posizioni di vertice. Sino ad arrivare alla conclusione che la «sinistra» del Pd ha finalmente trovato un campione che, per qualità intellettuali, stima internazionale, età, estraneità alle compromissioni politiche e agli errori del passato, possa stare a fronte del campione della «destra», Matteo Renzi.
Conclusione sbagliata? Sicuramente è così nell’immediato: non c’era bisogno di attendere il (quasi) sostegno di Barca alla candidatura a presidente del Consiglio di Renzi per capire che non ci saranno primarie imminenti in cui Barca si contrapporrà a Renzi, in cui il primo raccoglierà le demoralizzate truppe bersaniane e le condurrà allo scontro con il secondo. Nel futuro staremo a vedere. Il contrasto tra una linea socialdemocratica e una liberaldemocratica — sinistra e destra, in breve, se non si sottilizza troppo su questi termini — è endemico in tutti i grandi partiti della sinistra democratica europea: i due fratelli Miliband sono stati i campioni delle due linee nel Labour Party, ed Edward, sostenuto dai sindacati, ha battuto David, identificato con le politiche di Tony Blair. Fatti salvi i diversi contesti, storie analoghe si possono raccontare per gli altri Paesi europei e sarebbe strano se non si ripetessero in Italia, anche se da noi la faccenda è complicata dal sovrapporsi di un’altra importante faglia di conflitto, quella tra laici e cattolici. Lo si vede bene in questi giorni in cui è in gioco la presidenza della Repubblica.
Per la sua storia personale e per la concezione di partito che esprime nel suo scritto programmatico, Fabrizio Barca militerà nella sinistra, in ogni caso dalla parte opposta di coloro che sono attratti da una «ideologia minimalista», espressione con la quale egli rigetta la fascinazione liberale che ha colpito tante parti della sinistra. Ma la sua sarà una strada difficile. Un percorso che dovrà superare, ancor prima degli ostacoli frapposti dai «liberal», quelli che gli frapporranno coloro con i quali andrà a convivere, la stessa sinistra del partito. Ad essi Barca propone un compito di difficoltà estrema, quello di distaccarsi dalla comoda dipendenza dalle istituzioni pubbliche e dalle carriere che consentono, e di tornare — se mai ci sono stati — sul territorio, ad alimentare processi di partecipazione democratica ardui da costruire e faticosi da tenere in vita. Processi indipendenti dallo Stato, strettamente legati alla società civile, perché solo in questo modo si possono indirizzare e correggere le politiche pubbliche e nello stesso tempo costruire e radicare una cultura critica e riformatrice. La debolezza di questi processi, l’assenza di un partito che se ne facesse interprete convinto sono tra le cause del modesto esito delle politiche di sviluppo meridionale di cui Barca è stato l’artefice come capo del Dipartimento di sviluppo e coesione del ministero del Tesoro alla fine degli anni Novanta. Così almeno egli ritiene.
Non sarà facile convincere il partito, anche la sua componente «socialdemocratica», che questo è il modo in cui una genuina vocazione di sinistra può essere espressa: è molto meno faticoso tuonare contro l’assenza di spesa pubblica e di politiche keynesiane e contro il neo-liberismo imperante, ciò che sinora la sinistra si è limitata a fare. E intanto adattarsi all’evoluzione (per Barca, una involuzione) dei partiti che la «democrazia del pubblico» ha prodotto (Bernard Manin, Principi del governo rappresentativo, il Mulino). Di quelle innocue invettive e, in generale, di politiche macroeconomiche, non c’è traccia nella «memoria» di Barca. Le politiche di mobilitazione che egli propone sono in gran parte a ridosso di interventi microeconomici, di sviluppo locale, quelli di cui ha trattato nell’eccellente rapporto redatto per la commissaria europea alle politiche regionali (A report for a reformed cohesion policy, un rapporto per una politica di coesione riformata, aprile 2009). Interventi difficili e faticosi da gestire nel modo «deliberativo» che Barca giustamente auspica. Ripeto di conseguenza che, prima ancora dei dubbi dei politologi e delle critiche dei «liberal», nella sua lunga strada attraverso il partito Barca dovrà soprattutto combattere lo scetticismo dei suoi stessi compagni di corrente.

“L’Oceano ideologico che Divide Barca e Renzi” di MICHELE SALVATI dal Corriere della Sera del 14 aprile 2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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3 risposte a “L’Oceano ideologico che Divide Barca e Renzi” di MICHELE SALVATI dal Corriere della Sera del 14 aprile 2013

  1. Paolo ha detto:

    Quando ripetutamente si contrappone il “diffcile” da fare al “facile” che forse è stato fatto (male) non si fa secondo me un buon servizio alle cose che vengono proposte ,non credo che si debba attendere il momento migliore ,meno turbolenza interna al partito e tranquillità nel mare in tempesta delle Istituzioni per proporre quel che serve secondo Barca . Ben venga l’idea di un nuovo soggetto politico inteso come cambiamento di quello che ormai è fallito ,del Pd che si è allontanato dalla classe a cui continua comunque a riferirsi e di cui non porta avanti le necessità, la manifestazione contro la povertà è la cartina di tornasole della situazione (non dice quasi niente contro chi la povertà l’ha prodotta e nasconde la complicità del partito nel sostenere il governo dei tecnici che dell’aumento della povertà è responsabile ) Bersani, Renzi, liberal.socialdemocratici si azzerino queste discussioni il Pd deve decidere se essere un partito progressista con modello della Balena bianca DC , oppure un partito di sinistra non c’è scampo , si chieda come mai la classe operaia lavoratrice conta ormai poco all’interno del partito , scomparse le sezioni ,sono stati creati i circoli ma circolano per niente .

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  2. Piergiorgio Duca ha detto:

    Più che preoccuparsi delle battaglie che Barca dovrà affrontare all’interno del PD, navigando fra e magari contro le correnti, mi sembra ci si debba chiedere se la proposta è solida, e mi sembra che Salvati dia un giudizio positivo, se la persona che la formula è credibile per storia personale, formazione, competenza, volontà di impegno, e anche su questo mi sembra che lo scritto di Salvati lasci pochi dubbi, se quello che Barca formula, un programma ed un progetto di rinnovamento di un partito di sinistra, è qualche cosa di appropriato alla situazione politica, economica, sociale attuale, di davvero necessario allo sviluppo del nostro paese, negli obiettivi, nella visione, negli strumenti che propone.
    Su questo credo che il dibattito sia aperto anche se mi pare ci possa essere convergenza di giudizio positivo, preliminare, di quanti condividano la visione della politica come competenza, professionalità, concretezza, partecipazione e condivisione che Barca esprime e non considerino questa sua visione obsoleta, superata da quella moderna che porta al partito leggero, che si organizza per campagne e si mobilita a scadenza ed al più in occasione delle primarie, un partito di volta in volta, o una volta per tutte, organizzato intorno ad un leader, talora ai suoi interessi, un partito personale, una fazione.
    Su questo credo che il dibattito sia aperto anche se mi pare ci possa essere convergenza di giudizio positivo ma solo di coloro che ritengono che la Lotta di Classe non si sia affatto conclusa né che sia superata come chiave di lettura della realtà, ma che debba solo trovare nuovi strumenti, anche culturali, per svilupparsi e dare i suoi frutti positivi non dico per la sinistra ma proprio per l’umanità nel suo complesso.
    Naturalmente un tale programma è davvero vasto e molto c’è da capire, da discutere, da fare soprattutto se se ne vogliono ricavare anche soluzioni pratiche per i numerosi e complessi problemi immediati che la realtà propone.
    L’impressione è che si stia voltando pagina e ci si apra di fronte un orizzonte nuovo e di molto più ampio respiro.

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  3. Orietta ha detto:

    Forse lei può spiegarmi come un ministro dell’attuale (purtroppo) governo Monti, possa rappresentare la sinistra di un partito di centro-sinistra.
    Un’orfana di una ideologia socialista e solidale

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