“Stiamo vivendo una fase «liminale». Dalla transizione nascerà il nuovo” di MAURO MAGATTI dal Corriere della Sera dell’11 aprile 2013

Il gioco bloccato della democrazia italiana — con un Parlamento spaccato in tre senza composizione possibile — ci immette in una nuova fase, che gli antropologi definirebbero «liminale». Con tale espressione, si intendono momenti di passaggio, drammatici e dolorosi, dove prevalgono la perdita dei riferimenti e la destrutturazione del sistema decisionale, il cui sbocco è l’ingresso in un ordine nuovo.
È inutile dire che, in momenti di questo tipo, i rischi sono elevati. Per arrivare ad una nuova struttura, si deve passare da una anti-struttura. Che, se non risolta, trasforma il liminale in liminoide. Per evitare questo rischio, è fondamentale non perdere la direzione del movimento in corso.
Se applicata alla situazione italiana, l’idea di fase liminale permette di cogliere due aspetti. Il primo è che le elezioni hanno decretato una discontinuità irreversibile. Da un gioco a due siamo passati ad un gioco a tre (la quarta gamba è, al momento, troppo debole) privo di un suo equilibrio. Nessuno sa oggi verso quale nuovo assetto la situazione evolverà. Ma quel che è certo è che non c’è ritorno. E, visti i risultati della stagione alle nostre spalle, ciò non è un male. Non nuocerebbe una maggiore consapevolezza che di questo ormai si sta parlando. Il secondo è che l’esito della transizione dipenderà molto dalle leadership. Nelle fase liminali, l’ordine istituito è così indebolito che a prevalere sono dimensioni irriducibili alla pura razionalità, anche degli interessi. Quando tutto il quadro è in movimento, il leader, che è l’incarnazione di una visione e, insieme, di una capacità di azione, fa la differenza. Tanto più in società avanzate, instabili e mobili, dove i punti di riferimento sono costitutivamente pochi e deboli.
Attraversare la fase liminale è traumatico perché si tratta di cambiare pelle. Per questo è essenziale, prima di tutto, disporre di un mediatore sopra le parti. Colui che gestisce il rapporto con ciò che è «sacro». Nel nostro caso, con la Costituzione, ufficio che è proprio del Presidente della Repubblica. È su questa architrave che si può cominciare a costruire il futuro. In secondo luogo, occorre darsi tempo. Dalle prossime elezioni emergerà un nuovo assetto. Ma per raggiungerlo non si devono bruciare le tappe. Nel frattempo, oltre a gestire l’emergenza, si lavori a preparare le nuove leadership che — come delle comete che illuminano, quando appaiono, il cielo delle nostre società — hanno uno straordinario potere dinamizzante. Tuttavia, non c’è nulla di scontato nel ruolo dei leader. E la positività del loro contributo dipende da due principali condizioni.
La prima è il senso istituzionale. I leader possono far fare dei balzi in avanti alle istituzioni. Ma possono anche farle deragliare nel momento in cui non sono adeguatamente consapevoli della natura di ciò che intendono innovare. La seconda condizione è l’orizzonte temporale. La spinta positiva della leadership è limitata nel tempo. Il leader, infatti, finisce con il ripetere se stesso, prigioniero dello stile che lo caratterizza. Per non dire dei problemi che il suo ineliminabile personalismo col tempo produce: attorno ai capi si formano corti di piccoli uomini che vivono solo della loro ombra.
Un buon esempio del successo di una fase liminale lo abbiamo avuto con il recente Conclave, che ha portato all’elezione di papa Francesco. La nuova leadership si è affermata con naturalezza grazie alla sua capacità di far trapelare una relazione intima tra le parole e le azioni. Grazie al coraggio, che solo i grandi hanno, di esporsi, senza remore, per la fede che lo accompagna da una vita, in poche settimane Francesco è riuscito a spazzar via quel cumulo di veleni che aveva infestato il Vaticano, dove ha portato una ventata di aria fresca. Ovviamente, i problemi non sono risolti. Ma la scossa è stata forte e le premesse di rinnovamento gettate. Nella politica italiana, un papa Francesco attualmente non si vede. Ma niente esclude che possa comparire. A condizione che, in questa fase liminale, si lavori per preparargli la strada.
Il Pd deve decidere cosa fare con Renzi. Osteggiato dall’apparato del partito — che un po’ come i cardinali più conservatori teme l’annacquamento della loro identità «più vera» — il sindaco di Firenze, invece che essere il perno su cui costruire una squadra forte e non improvvisata, rischia l’isolamento. Berlusconi è stato a suo tempo una grande «stella», ma è ormai nella fase calante. La sua forza gli permette di restare sulla scena: per tanti rimane un punto di riferimento insostituibile. Tuttavia, allo stato attuale, egli può solo prolungare l’agonia della Seconda Repubblica, ma non essere il protagonista della terza. Se guardasse avanti, una forza di centro-destra dovrebbe aprire seriamente la questione del dopo-Silvio. Grillo — e più in generale il M5S — ha il problema di essere quasi del tutto estraneo alle istituzioni. Sia a quelle politiche — come hanno confermato diverse dichiarazioni di queste settimane — sia a quelle economiche, che conosce molto vagamente. La sua aspirazione a diventare un soggetto di cambiamento non può non fare i conti con queste debolezze. Anche perché alla resa dei conti sarà proprio questa la variabile decisiva. Ci sarebbe anche Monti. Ma il suo profilo tecnico e istituzionale lo rende inadatto ad assumere un ruolo diverso da quello che ha svolto l’anno scorso. E, dato che la quarta gamba del tavolo potrebbe essere preziosa per trovare una soluzione, forse qualcuno al Centro dovrebbe fin d’ora pensarci.
In una fase liminale le tensioni sono, per definizione, fortissime. Ma non si dimentichi che si tratta di un transito. È il nuovo che ancora si nasconde, e che comunque sorgerà, la vera posta in gioco.

“Stiamo vivendo una fase «liminale». Dalla transizione nascerà il nuovo” di MAURO MAGATTI dal Corriere della Sera dell’11 aprile 2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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5 risposte a “Stiamo vivendo una fase «liminale». Dalla transizione nascerà il nuovo” di MAURO MAGATTI dal Corriere della Sera dell’11 aprile 2013

  1. giuseppe udine ha detto:

    Gentilissimo MAGATTI,
    io credo che la “quarta gamba” sia quella dei non votanti. Questi non hanno in leader (per ora), non sono strutturati in partito (per ora ), ma è indubbio che esprimano una rabbia o quantomento una sfiducia contro la politica, anche se a volte in maniera un po’ indistinta; però non diversamente da moltissimi elettori (e parlamentari) del M5S. Si dovrebbe concludere che col riconoscimento di una quarta gamba il tavolo regge bene ?.
    Giuseppe Del Zotto gdelzot@tin.it

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  2. DAVIDE ha detto:

    ABBIAMO IMPARATO GRAZIE A QUESTO ARTICOLO IL TERMINE “LIMINALE” ED ALTRI A LUI ADIACENTI SENZA AGGIUNGERE UN BEL NIENTE ALLA DISCUSSIONE POLITICA FATTA NELLE ULTIME SETTIMANE. QUINDI NON C’ERA ASSOLUTO BISOGNO DI SCRIVERE UN ARTICOLO MA BASTAVA INSERIRE UN LINK CON LA DEFINIZIONE DI “LIMINALE”

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    • QuintoStato ha detto:

      Caro Davide,
      mica è obbligatorio seguire il blog. Se non piace ci si può cancellare. Trovo poco utile un commento per dire che un articolo è poco utile. Avrà perso tempo lei a leggerlo, ma anche io a leggere il suo commento. Detto questo, inserisco il suo commento anche per chiarire che molte volte commenti molto critici o urlati (per me un commento tutto in maiuscolo è un modo di urlare digitalmente) vengono cassati dal blog. Qualcuno se la prende e la considera censura. Poichè questo è un blog personale, io mi sento legittimato ad autorizzare i commenti e scegliere quali pubblicare. I giornali ricevono ogni giorno migliaia di lettere dai lettori, ma mica le pubblicano tutte. A volte i commenti sono anche critici, e quando sono costruttivi li approvo piùche volentieri, ma quando mi paiono solamente critici e vagamente aggressivi (e per me la soglia di aggressività digitale è molto bassa) non li approvo, perché non voglio trasformare il blog in un social-network nel quale ognuno commenta per criticare gli altri che commentano o scrivono.
      GT
      PS Io invece ho trovato l’analisi di Magatti interessante. Pazienza!

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      • davide ha detto:

        Salve,
        premetto che il commento è stato scritto in maiuscolo solo perchè ho inserito il blocco senza volerlo, esso non aveva nessun intento particolare quindi me ne scuso se ha offeso qualcuno.
        per quanto riguarda la tua risposta , mi sorprende l’esordio “non è obbligatorio seguire il blog”, questo esordio mi sembra una caduta di stile simile al mio scrivere in capital letter, aver criticato articolo di Magatti, questo dovrebbe escludermi dalla lettura del blog o degli articoli? il blog è personale e lei (tu) puo pubblicare o meno i commenti, non mi offendo e non la cosidero censura, personalmente non mi sembra che il mio sia stato aggressivo nè offensivo, ho semplicemente espresso opinione sulla banalità dell’articolo senza con questo offendere l’autore che sicuramente ha scritto, e scriverà in futuro, articoli ben più inteligenti e stimolanti.
        il dubbio che mi sorge è se a sentirsi offeso è stato colui che ha selezionato l’articolo, mi scuso educatamente ma confermando le mie opinioni sull’articolo in question.

        A presto e buon lavoro
        PS: continuerò a segire il bdavide

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      • QuintoStato ha detto:

        Mi scuso anche io se ho male interpretato. Diciamo che parlavo a nuora perché suocera intendesse
        a presto
        gt

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