“Populismo e crisi della democrazia” di Marco Almagisti da l’Unità del 30 marzo 2013

NEGLI ANNI QUARANTA LE DEMOCRAZIE HANNO RICOSTRUITO LA PROPRIA STABILITÀ DOPO AVER PAGATO IL PEGNO del sacrificio di cinquanta milioni di esseri umani in due guerre mondiali, a pochi anni di distanza.
In seguito, la democrazia si è consolidata attraverso decenni di pace e oggi si mostra ai nostri occhi disincantati con disfunzioni e difetti verso i quali siamo meno indulgenti rispetto alle generazioni che hanno vissuto la guerra. Immemori degli orrori causati dai nemici della democrazia, noi, cittadini delle democrazie contemporanee, ci riveliamo poco propensi a tollerarne le rughe. Si manifestino, tali rughe, sia quali promesse non mantenute, sia sotto forma di regole troppo complicate per poter garantire risultati immediati. Nel crepuscolo del Novecento, in un contesto di sostanziale ottimismo riguardo alla possibilità di diffusione spaziale della democrazia, gli studiosi più attenti hanno cominciato a registrare crescenti rilievi critici sullo stato di salute delle democrazie consolidate. Si stava cominciando a comprendere che i processi legati alla sfiducia verso le istituzioni, pur non deflagrando necessariamente in palesi contestazioni del sistema democratico, possono comunque minarne il consenso e incidere così sul concreto funzionamento della democrazia. A maggior ragione il tema si impone in questo scorcio di secolo, in cui le democrazie liberali debbono fronteggiare una crisi economica prolungata che infrange molte illusorie convinzioni circa la capacità di autoregolazione del capitalismo globalizzato e contemporaneamente incrina ogni certezza circa la riproducibilità del Welfare State. Storicamente, il consenso diffuso nei confronti della forma di governo democratica risulta relativamente recente. Fino all’inizio del Settecento, quasi nessun autore, tra quelli di cui possediamo gli scritti, pensava che la democrazia fosse un modo desiderabile di organizzare la vita politica. In tale dissenso nei confronti della democrazia, si possono evidenziare due differenti fattori di contrarietà: a) un’obiezione relativa alla preferibilità; b) un’obiezione relativa alla praticabilità. Rientra nel primo caso una posizione come quella di Platone (nella Repubblica), secondo il quale la democrazia costituisce una forma di governo deplorevole, in quanto inibisce l’insorgenza e la maturazione di quelle qualità (come la saggezza e la competenza) necessarie ad un’autorità politica capace. Appartengono al secondo caso le critiche relative all’efficacia dei processi costituenti democratici ed alla capacità della democrazia di riprodursi nel tempo. Nel Contratto sociale, Jean-Jacques Rousseau sostiene che «una vera democrazia non è mai esistita né mai esisterà. È contro l’ordine naturale che il grande numero governi e che il piccolo sia governato». È quella propria di Rousseau, una concezione «sostanziale» della democrazia, intesa come forma di governo fondata sulla partecipazione diretta del demos, considerato nella sua interezza, alle principali attività di cui si compone la vita associata. Le obiezioni relative alla praticabilità della democrazia hanno osteggiato per lungo tempo l’affermazione della sua preferibilità come forma di governo. Alla fine del Settecento, il politico radicale inglese Thomas Paine fu tra i primi autori a sostenere che la democrazia può superare molte tiepidezze in merito alla sua preferibilità a patto di riuscire a dissipare i principali dubbi relativi alla sua effettiva praticabilità al di fuori delle anguste dimensioni caratterizzanti il precedente storico della polis greca. Questa evoluzione decisiva avviene quando i propugnatori della democrazia comprendono che unendo il principio democratico del governo del popolo alla prassi non democratica della rappresentanza, la democrazia può assumere forme e dimensioni completamente nuove, coincidenti con gli Stati nazionali (e oltre). Nel Novecento Norberto Bobbio e Giovanni Sartori ci hanno insegnato che la democrazia è soprattutto un insieme di regole. Il nucleo minimo fondante consiste nell’esistenza di procedure che consentano la libera scelta dei governanti da parte dei governati. Senza tali condizioni, giusta la lezione dei fondatori della politologia italiana contemporanea, discorrere di democrazia risulta esercizio retorico quando non ingannevole. Tuttavia, l’esistenza di questo nucleo minimo di procedure democratiche rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente affinché si consolidi e progredisca una democrazia di qualità. Alle procedure della democrazia vanno aggiunte quelle dimensioni di contesto che ne rendano effettiva l’applicazione. Infatti, quel connubio fra democrazia e rappresentanza, se risulta determinante, rendendo possibile la forma di governo democratica a livello di massa, reca con sé un lato oscuro, ricco di insidie. Se è vero che i governi democratici possono scaturire solo dalla corretta applicazione di procedure democratiche, purtroppo non è vero l’inverso: l’esistenza di regole democratiche non garantisce mai del tutto dall’utilizzo perverso delle medesime. Nella libertà dal mandato, nel «margine di manovra », connaturato alla rappresentanza moderna si cela anche la possibilità che i rappresentanti agiscano utilizzando le procedure democratiche al fine di “svuotare” di senso una Costituzione. Al fine, cioè, di rendere irresponsabili i leader rispetto alle proprie azioni. Al contempo, l’asimmetria fra i «pochi» e i «molti», connaturata alla rappresentanza politica, si conferma quale elemento potenzialmente sempre presente di criticità per la legittimità democratica. La «sindrome populista» – intesa quale critica radicale rivolta all’establishment in nome di una presupposta purezza incontaminata del popolo – costituisce un’ombra ineliminabile della democrazia contemporanea, poiché si radica nel meccanismo della rappresentanza che, come si è detto, costituisce la condizione di praticabilità della democrazia di massa. I populisti brandiscono un principio cardine della democrazia, il «governo del popolo», per schiacciarne altri: il «governo limitato» (dalla legge), il «governo temperato» (dal rispetto degli altri e delle loro «buone ragioni»). La prima questione investe i rappresentanti e concerne gli esiti a cui essi possono condurre un sistema democratico variandone (e manipolandone) le regole. La seconda riguarda soprattutto i cittadini e rimanda alla stabilità della democrazia e al grado di legittimità diffusa di cui essa deve avvalersi, alle richieste e iniziative “dal basso” che essa può ammettere oppure respingere. La storia italiana ed europea del Novecento dimostra come la democrazia sia stata distrutta da leader che hanno agito attraverso l’utilizzo dei medesimi istituti democratici, per farla implodere, «svuotandola» dall’interno. Tale opera di manipolazione «dall’alto» è riuscita ad incrociare sovente le spinte «dal basso» dei populisti, incapaci di riconoscere le procedure della democrazia quali «beni comuni», da rispettare, tutelare e condividere anche con quanti manifestano una differente visione del mondo. Il richiamo a tali vicende ci aiuta a rammentare come, da sole, le «buone» regole democratiche non possano bastare; per consolidare la democrazia e migliorarne la qualità diviene necessario trasformare queste regole in forza culturale, vivente nella filigrana della società, diffondendo i principi costituzionali democratici nella cultura politica diffusa. Se consideriamo la qualità di una democrazia come risultato della qualità delle relazioni che intercorrono fra istituzioni rappresentative e cittadini, emerge storicamente il ruolo di «ponte» svolto dai partiti, in quanto essi sono (stati), al contempo, parte della società e presenza nelle istituzioni. In particolare i partiti di massa sono in grado di «dilatare» gli ambiti della partecipazione dei cittadini, incanalandola al contempo entro le regole del sistema politico democratico, creando nuove soggettività politiche diffuse normalmente non eccedenti la solidarietà più ampia (l’appartenenza nazionale). In particolare, nel corso del Novecento, alcuni partiti di sinistra, nati con obiettivi anti-sistema, hanno finito per incanalare e integrare un potenziale di protesta che altrimenti sarebbe sfociato in manifestazioni di contestazione delle istituzioni democratiche. In questo senso, la crisi di questi partiti e delle loro culture politiche, la quale si manifesta nel nostro Paese con virulenza peculiare, giustifica molte preoccupazioni sulle prospettive del sistema democratico. Sulla Stampa del 23 marzo, un pensatore certo non indulgente verso i partiti di massa, quale Massimo Cacciari, così esprime il proprio rammarico per le vicissitudini seguite alla loro scomparsa: «Dc e Pci, quelle sì erano potenze catecontiche. Leadership complesse, che filtravano i fermenti eversivi delle basi sociali, li trasformavano. Quando sono scoppiate è stata la catastrofe: venticinque anni di massacro ». I prossimi mesi ci diranno se saremo in grado di ricostruire un sistema partitico in grado di ricollegare i cittadini alle istituzioni cercando di ripristinare la qualità della democrazia compromessa, oppure se la “catastrofe” diventerà il nostro orizzonte familiare.

“Populismo e crisi della democrazia” di Marco Almagisti da l’Unità del 30 marzo 2013

Annunci

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
Questa voce è stata pubblicata in / e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.