“La responsabilità è il cambiamento” di CLAUDIO SARDO da l’Unità del 23 marzo 2013

È STRETTA LA STRADA DI PIER LUIGI BERSANI, MA IL SUO TENTATIVO È L’OPPORTUNITÀ MIGLIORE che ha oggi l’Italia per uscire dal pantano politico e avviare questa difficile legislatura nel segno del cambiamento. Mai come stavolta è stato così evidente che il governo non è una questione di potere, e che anzi nella crisi il potere comporta molti più rischi che opportunità: il tema è il destino dell’Italia, la sua sofferenza sociale, il suo declino economico, le sue riforme incompiute, la frattura gravissima che si è determinata tra i cittadini e la democrazia. Bersani ha deciso di partire nelle consultazioni dalle forze sociali, anche se il Capo dello Stato, nel conferirgli il pre-incarico, gli ha chiesto anzitutto di «verificare l’esistenza di un sostegno parlamentare certo». Non si tratta, ovviamente, di un atto di scortesia verso il presidente. È piuttosto il senso, l’orizzonte del suo tentativo. E anche un primo segnale di innovazione: dopo anni di emarginazione dei corpi intermedi, dopo anni di egemonia culturale liberista, è giusto e necessario richiamare alla responsabilità e alla solidarietà le strutture connettive del Paese. Perché non ci sarà ripresa, non ci sarà rilancio produttivo, non ci sarà ricostruzione democratica senza le autonomie sociale, senza la creatività delle imprese, senza la responsabilità dei sindacati, senza la generosità del volontariato. Il progetto di Bersani non è costruire un governo di partito, né rilanciare uno spirito di autosufficienza. L’idea è di dar vita ad un nuovo rapporto tra governo e Parlamento, restituendo a questo alcuni dei valori costituzionali che gli sono stati sottratti nella cosiddetta seconda Repubblica. Il Parlamento è stato sacrificato sull’altare di una presunta, migliore governabilità: il risultato non poteva essere peggiore per le istituzioni e per l’Italia. Abbiamo davanti un nuovo Parlamento in apparenza ingovernabile, tuttavia composto da giovani e da donne come mai nel passato. E questo rinnovamento nella rappresentanza esprime anche una radicale domanda che viene dalle viscere del Paese e che chiede alla politica di rigenerarsi. La richiesta è talmente forte da sovrastare talvolta persino l’urlo di dolore dei cassintegrati, dei disoccupati, dei giovani derubati del futuro, insomma di tutti quegli interessi sociali che, in altri tempi, avrebbero fatto sentire il loro peso al tavolo della trattativa politica. Bersani è disposto a guidare un governo di centrosinistra. Un governo aperto, certamente. Un governo con personalità esterne, indipendenti, competenti, secondo il metodo già sperimentato con Pietro Grasso e Laura Boldrini. Un governo di centrosinistra per servire il Paese, offrendo anche la rete di relazioni dei progressisti europei. Qualcuno dice che, in circostanze come queste, sarebbe necessaria una Grande coalizione, con la destra e la sinistra insieme. In astratto è difficile contestare questa teoria. Ma, nel concreto, è una pericolosa illusione, anzi è un nodo scorsoio che rischia di soffocare il Paese e l’intera politica. La distanza tra Pd e Pdl è, se possibile, cresciuta con il protrarsi del governo Monti e oggi si materializza addirittura con una manifestazione di piazza, convocata da Berlusconi contro i magistrati, mentre Bersani avvia le consultazioni per formare il governo. Ma c’è ancora qualcosa di più di questa distanza: continuare con la «strana» maggioranza di Monti vorrebbe dire adottare il «modello greco» – Grande coalizione permanente, qualunque ne sia la guida – mentre la protesta cresce e ingrossa le file di forze anti-sistema. Dobbiamo assolutamente imboccare una strada diversa. È impervia. Ma è da irresponsabili provocare le elezioni. I governi di «minoranza » (l’espressione è costituzionalmente impropria,ma aiuta a capire per approssimazione) esistono in mezza Europa. Certo, al momento di nascere è necessario che le forze antagoniste lo accettino, e concorrano a definire i poteri di controllo e il campo delle reciproche autonomie. È questa la sfida che Bersani lancia ai Cinque Stelle e al Pdl. Non devono partecipare, né condividere, né fare patti. Devono essere sè stessi, assumendo in Parlamento maggiori responsabilità (a partire dalle presidenze di commissione) e assicurando una rete di garanzia nazionale, sulle questioni decisive per il Paese. Restituire autonomia ai partiti, senza costringerli ad alleanze improprie che avrebbero l’effetto di paralizzare l’azione del governo (e del cambiamento), è una condizione per rianimare questa politica senza ossigeno. Il movimento di Grillo si sottrarrà, chiudendosi in un guscio di insulti? Se lo facesse, tradirebbe chi ha votato i Cinque Stelle per incidere, per fare delle riforme, per portare a casa subito qualche primo risultato. Grillo è notoriamente un tifoso, come e più di Berlusconi, del governo di larghe intese: vorrebbe restare fuori per accumulare voti di protesta. Ma ha preso troppi voti: di quello che accadrà, qualunque cosa accadrà, sarà comunque responsabile pro-quota. Non c’è bisogno che voti la fiducia a Bersani: deve però dire se sta lavorando per una soluzione peggiore. Anche il Pdl – che oscilla tra eversione e improbabili offerte di alleanze – dovrà misurarsi con la proposta del governo parlamentare di Bersani. Non devono votare a favore. Ma concorrere a segnare il recinto di nuove istituzioni, riforma elettorale e delle Camere compresa. La sfida del cambiamento comporta la riapertura di un confronto politico chiaro, netto tra centrosinistra e centrodestra. È un’opportunità democratica, che dovrebbe interessare anche loro, o almeno chi intende un futuro democratico per la destra italiana. In Parlamento il potere del centrodestra, come dei Cinque Stelle, aumenterà inevitabilmente, perché questo è l’equilibrio possibile di un governo di «minoranza». Come ha detto il presidente della Repubblica, per consentire che il governo possa operare nella pienezza dei poteri e lavorare con decisione in Europa per cambiare le politiche economiche, è necessario anche che ci sia una condivisione sui presidi della sicurezza nazionale. Invece che fare ricatti sulla presidenza della Repubblica, il Pdl dimostri ora se una corresponsabilità istituzionale è possibile. Sarebbe un passo avanti. Finora questo passo è stato Berlusconi a negarlo.

“La responsabilità è il cambiamento” di CLAUDIO SARDO da l’Unità del 23 marzo 2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “La responsabilità è il cambiamento” di CLAUDIO SARDO da l’Unità del 23 marzo 2013

  1. Piergiorgio Duca ha detto:

    Sarà fondamentale, per realizzare quanto di difficile, al limite della impossibilità, auspica C. Sardo, riuscire a separare la persona fisica di Berlusconi, con tutti i suoi personali interessi, guai con la giustizia, ineleggibilità, da ciò che agli occhi dei suoi elettori rappresenta di positivo per il paese (ovviamente di legalmente accettabile).
    Al limite dell’antinomia logica ? Stupido, è il bello della politica.

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