“La «Purezza» inossidabile dei nuovi Populisti” di MICHELE SALVATI dal Corriere della Sera del 16 marzo 2013

I rischi di semplificazione politica nella nuova ondata populista

Il populismo del M5S assomiglia a quello di Bossi e di Berlusconi per il manicheismo e per la semplificazione. Ma mancano il federalismo e il laissez faire proposti dalla destra. Nel movimento grillino mancano principi unificatori. Radicalismo e posizioni anticasta hanno coinvolto cittadini delusi provenienti anche dai partiti di sinistra. Sbaglia Bersani se pensa che sia possibile ricondurre il grosso del movimento nell’ambito della sua «ditta».
Il populismo è un fenomeno endemico nelle democrazie rappresentative, che si accentua quando le politiche dei governi generano una diffusa e acuta insoddisfazione tra i cittadini: per una analisi d’insieme non mi resta che rinviare al classico Meny e Surel (Populismo e democrazia, Il Mulino) e, per l’Italia prima di Grillo, a Tarchi (L’Italia populista. Dal qualunquismo ai girotondi, Il Mulino). I populismi sono tanti e diversi: argomenti populistici, antipartitici o antipolitici, furono usati anche da leader fortemente innovatori, ma per nulla estranei ai ceti dirigenti e alla politica del loro Paese (Campus, L’antipolitica al governo: De Gaulle, Reagan e Berlusconi, Il Mulino). Vorrei però limitarmi ai populismi che portano all’ingresso di nuovi partiti nel sistema e in particolare al Movimento 5 Stelle, costretto (controvoglia?) a trasformarsi in partito a seguito della decisione di entrare nelle istituzioni rappresentative, da quelle comunali al Parlamento della Repubblica. Anche in questo sottoinsieme la diversità regna sovrana, ma ormai sono numerose le ricerche che ci danno un’idea di come sia fatto questo strano animale: di seguito mi riferisco soprattutto a due di esse, a Corbetta e Gualmini (Il partito di Grillo, Il Mulino) e a Biorcio e Natale (Politica a 5 stelle, Feltrinelli).
Ma prima di venire a Grillo e ai 5 Stelle devo brevemente soffermarmi sui fattori che spiegano la diffusione di movimenti e partiti populistici — prevalentemente di estrema destra — nell’Europa contemporanea. Scusandomi per le affermazioni indimostrate (ma sono dimostrate nei libri prima citati), i fattori principali possono essere ridotti a quattro. 1. La crisi dei partiti tradizionali e delle ideologie che li sostenevano, e la loro evoluzione verso partiti del leader, che si scontrano all’interno di un’arena mediatica, di una «democrazia del pubblico», come la chiama Bernard Manin (Principi del governo rappresentativo, Il Mulino): questo facilita molto l’ingresso di movimenti populistici, quasi sempre animati da un capo carismatico.
2. La crisi economica, e con essa la disoccupazione, le minori possibilità di consumo e il rallentamento della mobilità sociale: l’insoddisfazione dei cittadini aumenta e viene imputata ai partiti al potere e a quelli che non vi si oppongono con sufficiente vigore. 3. Le minacce alla coesione delle comunità nazionali o regionali, oggi derivanti soprattutto da un’immigrazione forte e mal gestita.
4. La sempre minore efficacia delle politiche nazionali, a seguito dell’internazionalizzazione dell’economia e della finanza e, per i Paesi che li subiscono, dei vincoli posti dall’Unione Europea e dall’eurozona: questo offusca la differenza e la riconoscibilità delle strategie dei partiti, i quali, dopo le promesse mirabolanti delle campagne elettorali, sono poi costretti a seguire le stesse ricette economiche.
Questi fattori operano anche in Italia, e con maggior forza che altrove. La crisi dei partiti è stata molto più intensa e ha condotto vent’anni fa, nella prima grande ondata populistica, alla distruzione della Dc e del Partito socialista, che in Europa ancora sostengono la dialettica tra governo e opposizione. La crisi economica è assai più grave e dura da un periodo assai più lungo. E ai fattori comuni — ma da noi più gravi — si aggiungono fattori specifici, forse ancor più influenti nell’alimentare l’insoddisfazione dei cittadini: una straordinaria inefficienza dello Stato e delle pubbliche amministrazioni; costi della politica più elevati che altrove e livelli di corruzione e di spreco più diffusi che nei Paesi con i quali ci confrontiamo. No, una reazione populistica più intensa che nel resto d’Europa non sorprende proprio e di fatto la reazione si è sviluppata in due grandi ondate: la prima ha distrutto la Prima Repubblica; la seconda minaccia (…o promette?) di distruggere la Seconda.
Domanda. In che cosa la seconda ondata, quella di Grillo, si distingue dalla prima, da quella di Bossi e Berlusconi? Alcuni aspetti sono comuni, e tipici di tutti i movimenti populistici. Il manicheismo: popolo buono, classe politica cattiva, se vaian todos! La semplificazione: la politica buona è una politica facile, non un faticoso compromesso tra interessi e ideali divergenti. Ma rispetto ai movimenti di Bossi e Berlusconi (più facili le analogie con il primo) ci sono importanti differenze. Il populismo di Bossi e Berlusconi aveva, specie agli inizi, dei principi ideologici di sintesi: il federalismo, spinto sino alla rottura dell’unità nazionale, per Bossi; il laissez faire per Berlusconi. Questi principi ideologici unificatori non si vedono negli obiettivi dei 5 Stelle: si vede una congerie di proposte specifiche, spesso minute, alcune inaccettabili, altre assennate, ma tutte policies non vera politics. Il che è dovuto anche al modo in cui questi obiettivi sono stati costruiti, in rete, attraverso l’assemblaggio di contributi di navigatori appassionati, ognuno con le sue fissazioni. Certo, essendo i navigatori grillini una fascia sociale e generazionale specifica, ed essendoci navigatori più influenti di altri (i famosi influencer?), una certa omogeneità si trova, si trovano dei gruppi di proposte coerenti: molte, ovviamente, contro la casta, molte intorno a temi ambientali, molte miranti a favorire la partecipazione dei cittadini e la trasparenza delle istituzioni, molte che riprendono obiettivi con alle spalle anni di mobilitazioni di comitati, associazioni, sindacati, di cui i grillini più impegnati sono stati attivisti. Altro che antipolitica: si tratta in molti casi di una genuina politica extraparlamentare! E se è vero che il M5S non è né di destra né di sinistra, è altrettanto vero che l’élite grillina, i partecipanti assidui ai meet-up del movimento, spesso proviene da esperienze politiche ai margini dei partiti di sinistra, da delusi di questi partiti. Una élite che poi, per il radicalismo delle posizioni anticasta, per la straordinaria efficacia del «megafono» Grillo, per la «normalizzazione» (anche nella corruzione) della precedente ondata populistica di destra, per le crescenti difficoltà economiche, ha ampiamente coinvolto cittadini delusi e arrabbiati provenienti anche da questa parte dello spettro politico.
Sbaglia Bersani se pensa che — in virtù di orientamenti valoriali che certamente non sono di destra nella maggioranza degli attivisti grillini (ma forse non dei votanti) — sia possibile ricondurre il grosso del movimento nell’ambito della sua «ditta». L’odio per la politica com’è stata praticata sia dai vecchi partiti con radici nella Prima Repubblica, sia dai partiti nuovi emersi nell’ondata populistica che l’ha distrutta, ma poi «normalizzatisi», è troppo forte. Certo, lealtà e radicamenti sono destinati a restare e consistenti minoranze sono prevedibili sia per il Pdl, sia per il Pd meno L, come lo chiama Grillo. Ma in questa legislatura Grillo sarà attentissimo a escludere logiche di coalizione che inquinino la sua purezza movimentista e compromettano il suo obiettivo di mandare a casa tutti. Sicché la vera partita si giocherà nelle prossime elezioni: se il Pd rifiuta un’alleanza anche provvisoria con Berlusconi, e ne capisco i motivi, esse saranno molto vicine. Ma non vedo come il Pd possa vincerle, come possa strappare consensi sia a Grillo, sia al centrodestra, con la legge elettorale che ci troviamo, senza una radicale e credibile modificazione di linea politica. E soprattutto di leadership e di personale. Dai partiti così come sono, da partiti che rubano, sprecano e si abboffano — questa è l’immagine prevalente — i cittadini non comprerebbero neppure una bicicletta usata. Immaginarsi se accetterebbero un impopolare discorso di verità e di impegno, che la crisi è destinata a durare e nell’immediato non si può fare molto per attenuarla, ma si farà tutto il possibile e i sacrifici saranno distribuiti in modo veramente equo.

“La «Purezza» inossidabile dei nuovi Populisti” di MICHELE SALVATI dal Corriere della Sera del 16 marzo 2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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2 risposte a “La «Purezza» inossidabile dei nuovi Populisti” di MICHELE SALVATI dal Corriere della Sera del 16 marzo 2013

  1. Piergiorgio Duca ha detto:

    Sembrerebbe di capire che, nel breve periodo, non c’è altra scelta che un governissimo Bersani-Berlusconi-Monti, in sostanza una continuazione del governo tecnico. Quello che vuole Berlusconi, per ovvi motivi di bottega, quello che vuole Monti, per scarso coraggio e molta incompetenza politica, quello che Bersani ha sempre detto di non volere, non tanto per difendere la ditta quanto perchè il paese (ceto medio e classi popolari si può ancora dire ?) ha già dato e meriterebbe qualcosa di più, quello, soprattutto, che vorrebbe Grillo, che pensa di poter costruire sulle macerie, e solo in un prossimo futuro, quelle competenze che oggi mancano al suo movimento, rendendolo ora più adatto alla denuncia che alla proposta e soprattutto al governo.
    Ma “hic Rhodus, hic salta”. E allora che fare ? Ma soprattutto che cosa propone Salvati ?
    Perchè non vedere, nella situazione attuale e nel M5S soprattutto, e non valorizzare la forte domanda di partecipazione che si esprime, voglia di contare nelle decisioni che coinvolgono tutti come singoli ma soprattutto come comunità locali, decisioni che fino ad ora sono sempre state prese sopra la testa delle persone e delle comunità ? E qui è chiaro che la scelta fra TAV e NO-TAV, ad esempio, si fa centrale e paradigmatica.
    Perchè non darsi da responsabili, almeno da parte di chi lo é, il compito di far maturare questa voglia di partecipazione, facendole superare l’infantilismo di chi crede che basti Internet per connetterci e Wikipedia per documentarci per estrarre la mitica “democrazia diretta” dal cilindro, facendosi invece carico della missione di far entrare la democrazia nel terzo millennio ? Ricordo un lungo dibattito sulla crisi della democrazia rappresentativa, dei suoi organismi e perfino della sua logica, sfidata e messa in mora, in un mondo globalizzato, dal Finanzcapitalismo.
    È questo forse che ci aspetterebbe da un partito serio e da una comunitá intellettuale “impegnata” (si può ancora usare il termine ?). Per usare una analogia, si chiede alla politica una rivoluzione culturale che, ad esempio, nella medicina sta giá avvenendo da tempo, ovvero il passaggio dalla medicina centrata sulla malattia (si potrebbe dire la politica centrata sul problema) alla medicina centrata sul paziente (diciamo la politica centrata sul cittadino: nè suddito nè cliente nè beneficiato) con il sotteso riconoscimento della sua autonomia che ne implica il rispetto dei valori (che impone alla politica la partecipazione alle decisioni, da organizzare e inventare senza ovviamente cadere nelle false soluzioni manipolatorie giá sperimentate con l’uso disinvolto delle televisioni e della piazza). Credo che, se guardiamo al bicchiere mezzo pieno sella situazione politica attuale, sia questa la sfida che il M5S, ma soprattutto la maturazione della coscienza civile, fa alla politica e alle istituzioni dello Stato.
    Sapranno dare una risposta adeguata ?

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  2. codicesociale ha detto:

    O meglio, non mi piace, uno sproloquio senza senso, dalle pagine di un giornale che condivide con le sue approssimazioni in campo poitico-economico le responsabilità in cui attualmente si contraggono umori e ragioni di un popolo ai limiti della Sua deriva culturale.

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