“Il Pensiero non basta è il Vigore che serve” di GIUSEPPE DE RITA dal Corriere della Sera del 4 marzo 2013

Il vigore necessario al cambiamento della società (e degli individui)

Senza vigore non si campa e non si vince. E se uno non ce l’ha, non se lo può dare. C’è da credere che nelle scelte prossime nella Chiesa e nella politica il vigore (in atto per qualcuno, da rilanciare per altri) avrà il suo peso. Del resto, senza vigore nessun soggetto (Pontefice, Curia, conferenze episcopali, partiti, leader politici, istituzioni) può pensare di affrontare il travaglio del «riposizionamento», unica strategia per sopravvivere e riprendere a crescere.
A bbiamo avuto settimane piene di grandi eventi, dalle dimissioni papali agli inattesi risultati elettorali; altrettante ce ne aspettano, per l’elezione del nuovo pontefice e la riorganizzazione dei vertici parlamentari e politici. In mezzo c’è una settimana di relativa, relativissima calma. E di essa si può approfittare per una riflessione non prigioniera delle meraviglie e delle ansie insite nell’incalzare degli eventi, dove noi comuni mortali restiamo «soli senza solitudine»; colpiti cioè da emozioni individuali, che non possiamo condividere con altri, e su cui non abbiamo la possibilità di quella maturazione (del lutto e/o delle speranze) che solo la solitudine psichica può consentire.
Così, quando ci guardiamo allora intorno, vediamo un paesaggio indecifrabile ma non siamo in grado di vedere i fattori che ne costituiscono l’essenza. Approfittiamo allora di questo tempo di limitata solitudine per fissare almeno le due tracce profonde e nascoste di quel che sta avvenendo: l’inattesa importanza del «vigore»; e l’inattesa esigenza dell’«intelligenza del riposizionamento».
Non è sfuggito ai più che sul termine «vigore» si è giocata la vicenda delle dimissioni di Benedetto XVI, motivate dalla consapevolezza «di non aver più il vigore intellettuale e fisico» necessario per esercitare le proprie funzioni. Certo qualcuno avrebbe potuto citare al Papa il ricordo biblico di Mosè che morì a 106 anni e «non gli si era ancora spento il vigore», ma Mosè era un profeta e un grande condottiero ispirato da Dio; mentre in noi comuni mortali il vigore può esaurirsi e allora dobbiamo ammettere la nostra finitudine, come con umiltà ha riconosciuto Benedetto XVI. In un parallelo quasi a contrasto la stessa importanza del vigore è confermata dalla vitalità primordiale, quasi fisica, che nelle recenti elezioni ha portato alla rimonta di Berlusconi e all’esplosivo percorso di Grillo. Tutte le altre categorie sociopolitiche e umane (la serietà, la continuità, il rigore, la competenza, ecc.) non hanno avuto spazio, tutto si è mosso sulla forza personalmente ostentata nei gesti e nelle parole.
Forse questo duplice primato del vigore non piace a qualcuno, attenendo esso più agli «animal spirits» che ai valori religiosi o civici; ma senza vigore non si campa e non si vince. E se uno non ce l’ha, non se lo può dare. C’è da credere che nelle scelte prossime venture nella Chiesa e nella politica il vigore (in atto per qualcuno, da rilanciare per altri) avrà il suo peso.
Del resto senza vigore nessun soggetto (pontefice, curia, conferenze episcopali, partiti, leader politici, istituzioni, ecc.) può pensare di affrontare il travaglio del «riposizionamento», unica strategia per sopravvivere e riprendere a crescere. Per riposizionarsi serve anzitutto intelligente conoscenza e accettazione della realtà, anche quando essa a prima vista non piace; e serve soprattutto cambiare, differire da se stessi, «esporsi all’altro della vita» come dice Derrida. È la realtà in essere che è costituente, non i pensieri, le tradizioni, gli interessi, le identità di cui molti di noi fanno ritenzione securizzante.
Ma è evidente a tutti che per trattare, vivere, valorizzare la realtà per come si presenta (e talvolta essa non ci piace, come avviene in queste settimane) all’intelligenza occorre accompagnare gli «animal spirits» del vigore, la chimica volontà di vita del nostro corpo sociale. È difficile capire se la combinazione vigore-intelligenza-riposizionamento sia nelle fibre della nostra società e della nostra classe dirigente. Se non c’è, occorre augurarsi ed impegnarsi perché essa si affermi.

“Il Pensiero non basta è il Vigore che serve” di GIUSEPPE DE RITA dal Corriere della Sera del 4 marzo 2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “Il Pensiero non basta è il Vigore che serve” di GIUSEPPE DE RITA dal Corriere della Sera del 4 marzo 2013

  1. Piergiorgio Duca ha detto:

    Questa suggerita separazione fra vigore fisico e vigore del pensiero mi inquieta non poco: mi fa pensare a torsi nudi e a battaglie del grano o ad altre più recenti immagini di putiniana/berlusconiana memoria. Non credo che Napolitano potrebbe mai attraversare lo stretto di Messina a nuoto, eppure … O forse non ho ben compreso e malamente interpretato il pensiero di De Rita.

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