“La corsa del Pd tra Pugaciov e pm” di ADRIANO SOFRI da La Repubblica del 22 febbraio 2013

È COME guardare la gara a un paio di chilometri dal traguardo. Per effetto delle primarie, vera differenza tra la coalizione Pd-Sel e tutti gli altri, Bersani è sembrato aver fatto la sua corsa quando cominciava quella degli altri. Non so se fosse tentato di aspettare sulla riva che il fiume eccetera. Solo che l’affare ha preso una piega molto più animata. Ci ha pensato la sortita di Monti (salir, in spagnolo: uscire).
Monti si candida venendo meno a una parola detta parecchie volte, e dopo un prolisso gioco di reticenze: Bersani ha un po’ le mani legate, un po’ se le lega, per senso di responsabilità e per la sorpresa. La candidatura di Monti invece resuscita Berlusconi, che annaspava – prometteva di rinunciare a capeggiare il suo schieramento in rotta, era arrivato a invitare Monti a prenderne la guida. Berlusconi, che non ha il senso di responsabilità e delle convenienze che frena Bersani, si precipita a raccogliere l’insofferenza e anche l’esasperazione popolare verso il governo Monti: occorre una gran faccia tosta – ce l’ha. Di qui in poi l’orientamento della sua campagna è segnato, e non si negherà alcun eccesso, né glielo negheranno i suoi servi-padroni, a partire da Maroni. Bersani oscilla a lungo fra la moderazione dialogante verso Monti e l’impegno a raddrizzare la rotta. Oltretutto, accanto a lui ha dirigenti che fanno dell’alleanza subalterna a Monti l’asse della politica futura del Pd. Forse continua a pensare che tenere la posizione gli giovi, ma non è così. Tanto più che arriva il Monte dei Paschi, ed è il vero tornante critico della campagna.
Ma era già arrivato. Non è il Pd l’imputato, ma un peculiare intreccio senese di correnti contrapposte dentro e fuori del Pd e della massoneria, spesso trasversali. “Il Pd” però è stato al gioco e, quando finalmente ha cercato di smetterlo, ha confidato nelle linee interne dei nuovi amministratori. Ma quando, nel giugno scorso, il comune di Siena –simbolo per eccellenza della storia cittadina dell’Europa–viene commissariato, come una Giugliano o una Platì, e la cosa passa pressoché inosservata agli occhi della nazione, lì c’è una reticenza inspiegabile. Così, mentre la campagna di Bersani prendeva respiro e, soprattutto negli incontri diretti, affrontava le questioni essenziali, a cominciare dal lavoro e dai diritti, la rappresentazione pubblica era improntata alle formule più ridicole e alla sarabanda degli scandali. C’è del resto una differenza essenziale fra la cosiddetta tangentopoli e il ma-laffare attuale: che i vent’anni passati hanno fissato un’abitudine. Allora persone persuase d’essere impunite, e spesso incapaci di ammettere con se stesse di far male finché non fossero afferrate per la collottola, avevano una paura e una vergogna dannate del carcere. Alcuni preferirono morire. Vent’anni non sono bastati a riformare i costumi d’affare, al contrario: ma a cancellare la vergogna e la paura sì. Un po’ di galera, un po’ di gogna, ci sta: in proporzione ai guadagni.
La sarabanda di scandali sarebbe stata pane per i denti di “Rivoluzione civile”, assembramento (avvilita traduzione del francese
rassemblement)
di pubblici ministeri e di partiti residui e per lo più autoritari, aspiranti a costituire “la vera sinistra”. Il voto a questa lista (promesso, di buono o di cattivo grado, da persone che sono sinceramente di sinistra) sorprende, non solo perché, com’è evidente, è “sprecato” e anzi vantaggioso per la peggiore destra, ma anche perché mostra uno sconcertante elettoralismo. Si mira a far arrivare in Parlamento una pattuglia di rappresentanti della “vera sinistra” (nel caso specifico: un pubblico ministero, tre segretari di partitini esausti, e così via) che non faranno se non perdersi d’occhio nei corridoi dei passi perduti. Peggio ancora se una simile scelta voglia giustificarsi decretando che “Berlusconi o Monti o Bersani, è tutta la stessa cosa”: altra sciocchezza troppo evidente per essere dibattuta. Quando si voleva, o si volesse ancora, fare una rivoluzione all’antica, partecipazione elettorale o astensione potrebbero essere discusse secondo il criterio del maggior vantaggio per il proposito di scardinare la “democrazia borghese” e di avere una tribuna per il proprio programma di sovversione. Quando non si voglia questo, le elezioni sono “semplicemente” il momento in cui si sceglie uno schieramento, e dunque un governo, rispetto a un altro: non la proiezione immediata e “pura” del proprio desiderio di palingenesi, ma la prospettiva più giusta e affidabile – o la meno iniqua e inaffidabile, le due formulazioni tendendo a fondersi.
Ma nemmeno gli scandali o l’esasperazione sociale basteranno a gonfiare le vele di un’ “estrema sinistra” raffazzonata, perché c’è Grillo. C’è da molto tempo, e il vento è suo. Fra uno che sullo Stretto vuole fare il ponte, e uno che lo attraversa a nuoto, è sciocco meravigliarsi che la gente applauda il secondo. Fa sorridere che lo si chiami comico. Grillo è un attore, non solo comico, e anzi si è sempre preso molto sul serio. Casaleggio dice oggi che Grillo è come Gesù: c’è dell’esagerazione, come disse Churchill alla notizia della sua morte. Ma Grillo, in quel film di Comencini del 1982 che si chiamava “Cercasi Gesù”, niente affatto comico, gli assomigliava davvero, e comunque faceva camminare i paralitici. Grillo è un attore che si identifica con il suo personaggio, e non gli mette limiti. Da molti anni recita la parte del capo che riscatta un popolo. Alcune scene gli riuscirono: la Parmalat strappava gli applausi. Altre sono orrende. Problema di copione. Il fatto è che un attore che si identifica pienamente e a lungo col proprio ruolo fuori dalla scena diventa qualcosa d’altro: un impostore. Grillo è un grosso impostore (quanto grosso, vedremo; abbastanza da far guardare con tenerezza a Giannino e le sue lauree). Altro che comico. Fa la guerra, annuncia il bagno di sangue, intima allo Stato italiano di arrendersi: è troppo tardi, per tutti e per lui, per dire “è tutto uno scherzo”. Deve sbraitare oltre, finché gli resta fiato nei polmoni. Non è né fascista né comunista né ecologista e nemmeno, guardate, populista: cioè, è forse un po’ di tutte queste cose. È un impostore. Un tempo bisognava davvero fare delle terribili rivoluzioni per arrivare a Palazzo: ora basta la televisione, il web, una Procura. La storia di Grillo è scritta ne “La figlia del capitano” di Pushkin. C’è un brigante, Pugaciov, che dice di essere lo zar Pietro III, e si mette alla testa di una rivolta gigantesca. Dopo la caduta, in ceppi, prima d’essere giustiziato, a chi gli chiede pietosamente che cosa l’abbia spinto a quella pazzia, risponde fiero: “Io un giorno sono stato zar”. Succederà così anche a Grillo.
Intanto però, e torno all’inizio, al mio favore per Bersani e la sua competente misura –il tic di dire: “un po’”– bisogna che il Pd, le persone del Pd, traggano la lezione dal punto cui è arrivata: che le primarie e il loro rinnovamento non sono affatto un confine oltrepassato dal vecchio al nuovo. Il rinnovamento è un processo senza fine: non la terapia di una crisi, ma la circolazione ripristinata dentro un organismo non ostruito e soffocato. Se n’è accorto perfino un vecchio Papa.

“La corsa del Pd tra Pugaciov e pm” di ADRIANO SOFRI da La Repubblica del 22 febbraio 2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “La corsa del Pd tra Pugaciov e pm” di ADRIANO SOFRI da La Repubblica del 22 febbraio 2013

  1. paolo ha detto:

    Alla fine della lettura è innegabile la sensazione di essere ancora immersi in una sorta di ritrovata condivisione di lohi ,pensieri e fatti .La penna di Sofri sa destreggirsi come non mai nel disastrato e improbabile suk della politica nostrana .Tratteggia e forma biografie umane e aspirazioni collettive (che ritornano ) in modo non televisivo ,non iper caricaturale alla Crozza (che già coglieva aspetti super sfruttati dai competitor ) .
    Eppure non mi convice del tutto , non può secondo me ,essere accettata come l’unica soluzione possibile ,come “obbligo/contigente” l’opportunità del voltare pagina ,votando la coalizione che appoggia Bersani per il fatto che rappresenta, secondo Sofri , pur avendo dei “tic” il galeone realista che ci porterà in aperto mare senza pericolo di rompere il legno e allagare la stiva ove ci sono i rematori seppur non incatenati .
    Rimanendo dentro la metafora marinara , è vero che Bersani appare come una bella e solida nave ma sono le vele che non danno affidabilità ,troppo piccole e non sapranno avvantaggiarsi del vento che soffia in quanto non potranno far proseguire con buona velocità il viaggio della nave che corre il pericoli dello spiaggiamento.
    A mancare sono le vele della Classe , della sinistra .
    Sofri per problemi suoi continua a vedere il brutto di certe esperienze passate ,di sbagli in quello che viene declinato in modo differente,infatti non è comparabile “la presa del palazzo d’inverno” e la pensata dello “scardinamento della società borghese ” con quel che propone la lista di Rivoluzione Civile ,nata in poche settimane ,(con i difetti che ha citato) facendo morire il bel tentativo di Cambiare si Può .
    Mi sembra appunto caricaturale in eccesso , mentre mi appare come l’ultimo grido messianico del salviamoci tutti l’approdo al timoniere Bersani .
    Grillo è quel che è ,però a farlo crescere non è il destino cinico e baro , è quanto in questi vent’anni non è stato fatto è quello che non è stato fatto da una sinistra che si possa chiamare veramente tale , da un sindacato di classe .
    Per finire mi spiace per Sofri ma credo proprio che “specherò ” il voto senza per questo pensare di favorire la destra , è il momento di scegliere ,giusto ! Non mi va di scegliere una coalizione che poi malgrado distingui da campagna elettorale è pronta a collaborare con “L’agenda Monti” con i tecnici che tanto danno hanno combinato , per i particolari si chiede a Esodati, Pensionati, Precari, Disoccupati e Disabili ,e la lista continua .
    Rivoluzione Civile non è la mia lista ma si avvicina molto a quello che secondo me serve ai lavoratori.

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