“Il Capitan Fracassa dell’antipolitica” di PIERO IGNAZI da La Repubblica del 17 febbraio 2013

LA CRISI continua, e non si intravede uno sbocco, una fine. L’insicurezza e la frustrazione che ne derivano producono uno stato d’ansia sociale. Il crollo del ceto medio, sia in termini di reddito reale che, soprattutto, di percezione di status (coloro che oggi si considerano di ceto medio sono crollati rispetto a 5 anni fa) sbriciola le certezze di milioni di persone. Non deve stupire che nell’autunno scorso quasi la metà degli intervistati fosse favorevole ad un cambiamento rivoluzionario rispetto al cammino delle riforme (dati Swg).
Il clima sociale oscilla tra paura ed esasperazione, due sentimenti che favoriscono reazioni emotive e incontrollabili. La storia d’Italia è costellata da queste esplosioni di irrazionalismo, con fughe in avanti verso il nulla o la catastrofe. Il lento declino di questi vent’anni di egemonia berlusconiana e forzaleghista rappresenta una versione soft, rispetto ai disastri dell’anteguerra, di cupio dissolvi.
La società italiana si è adagiata tranquillamente su questo dissipamento istituzionale, economico e morale. Anzi, per molto tempo lo ha allegramente sostenuto. Quando arrivammo alla fine del ciclo, allorché Mario Monti sostituì quel «governo di cialtroni», come giustamente e finalmente ha definito il comitato d’affari di Berlusconi & Co., circolava la speranza di uno scatto collettivo d’orgoglio. Riforma delle pensioni, lotta all’evasione fiscale, riforma del lavoro, indicavano un’inversione radicale rispetto alla spensieratezza con cui era stato condotto il governo precedente. Tuttavia, con il passare dei mesi, complice una neghittosità assoluta dei maggiori partiti nell’affrontare il tema dei costi della politica, sono riemerse sfiducia e rassegnazione. Esaurita la spinta riformatrice, la delusione si è mescolata con le crescenti ansietà per la crisi. Il Cavaliere ha cercato ancora una volta di interpretare questo sentimento ma il suo gioco si è rivelato logoro: tutto visto e rivisto, sentito e risentito. Nemmeno i suoi elettori credono alla restituzione dell’Imu.
Di questo impasto rabbioso e angosciato di sentimenti è diventato interprete privilegiato Beppe Grillo. È lui il nuovo tribuno che dà voce a tutti coloro che non si sentono più rappresentati. L’antipolitica, rovesciata a piene mani anche dai più autorevoli e compassati opinion leader, alla fine, ha trovato uno sbocco “politico”. Grillo urla alle piazze stracolme tutto il loro umore nero verso i politici. E come in una reazione pavloviana la piazza risponde con un boato. Il capro espiatorio della paura e della rabbia — la classe politica — è ormai in ceppi. Ma non basta, perché non ci si accontenta mai di una sola vittima sacrificale. Ecco quindi aggiungersi, le banche e l’Europa, i francesi che bombardano e il Quirinale, e domani magari anche la Chiesa. Questa furia iconoclasta travolge la pars construens del Movimento 5 Stelle, quello indicato nei cinque punti fondamentali del programma: obiettivi minimi, puntuali e condivisibili, ispirati ad un riformismo ecologista e postmaterialista. Lo tsunami della campagna elettorale di Grillo mette tra parentesi la serietà e il pragmatismo riconosciuti a tanti suoi consiglieri comunali. Sembra si stia aprendo una distanza tra lo stile politico adattivo e non provocatorio dei rappresentanti Cinque Stelle (anche in Sicilia) e le rodomontate da Capitan Fracassa del leader. Quindi il vero interrogativo non riguarda più la dimensione del successo del M5S — forse superiore anche al risultato del Pdl — quanto il post-elezioni, il comportamento dei parlamentari. Certo, se il progetto rimane quello del “fuori tutti” e “tutti ladri”, allora la carica di rinnovamento e di pulizia della politica di cui i grillini si vogliono portatori si esaurisce subito. E anzi, rischia di finire in braccio alla destra. Ma non è un esito scontato. Poiché i rappresentanti del M5S si considerano — anche loro… — al di là della destra e della sinistra, invece di cavalcare una opposizione irresponsabile e “populista”, diventando alleati oggettivi di Berlusconi e Maroni, possono anche adottare un approccio non pregiudiziale nei confronti del governo, alternando critiche a consensi sulla base delle proposte in agenda. Questa evoluzione “ottimistica” contrasta con le invettive demagogiche e i furori antieuropei e anti-istituzionali del leader ma, molto spesso, i partiti nelle assemblee rappresentative seguono percorsi di istituzionalizzazione ben diversi da quelli prefigurati in precedenza.

“Il Capitan Fracassa dell’antipolitica” di PIERO IGNAZI da La Repubblica del 17 febbraio 2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “Il Capitan Fracassa dell’antipolitica” di PIERO IGNAZI da La Repubblica del 17 febbraio 2013

  1. Pedro Alvares ha detto:

    Quando il centrosinistra si libererà della (giustificata) ossessione del Berlusca e dei grillini, riuscendo ad esprimere con chiarezza, tenacia e
    coerenza, cosa propone e mostrerà di farlo, gli italiani potranno anche votarlo. Sennò è inutile.-

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