“Élite di qualità, democrazie stabili” di FRANCO MORGANTI dal Corriere della Sera del 14 febbraio 2013

Una domanda quando volge al termine una lunga campagna elettorale disseminata di battute, metafore, affermazioni perentorie nel peggior stile televisivo: vincerà il migliore? Siamo capaci di selezionare la nostra classe dirigente attraverso il voto? Sull’argomento si sono cimentati grandi pensatori come Pareto, Mosca, Gramsci, Einaudi, al quale si deve una formulazione che non lascia scampo: la democrazia come metodo di governo fallisce se non sa selezionare la propria classe dirigente.
Nel novembre scorso abbiamo sperimentato un metodo di selezione diverso dal voto: il Presidente della Repubblica ha scelto un tecnico come capo del governo attraverso una cooptazione. La motivazione è stata che «la politica» non era in grado di toglierci da una situazione finanziaria vicina alla catastrofe, con uno spread vicino a 600 punti, con tutte le conseguenze del caso sulla sostenibilità del nostro elevato debito pubblico. Questa vicenda ci ha insegnato due cose: la prima è che i tecnici non sono una sottocategoria, se si è stimato che possano essere più bravi dei politici. Ma qui la spiegazione è molto semplice: non si trattava di tecnici, bensì di persone scelte in base alla competenza e al profilo professionale e culturale, come si fa in molti campi della vita sociale, dall’impresa agli enti privati e spesso anche pubblici. Si è capito che essere professori universitari o professionisti affermati non è indicatore di una sottocategoria rispetto alla politica, che recentemente ha dato miserabili prove di selezione, aiutata da leggi elettorali senza libertà di scelta e non solo a livello nazionale (si pensi al «listino» delle regionali). Ma la seconda cosa che ci ha ricordato è che non c’è solo il voto come metodo di selezione di una classe dirigente.
Ho trovato considerazioni simili sia nel libro di Mario Monti e Sylvie Goulard, La democrazia in Europa, sia soprattutto nelle tesi di Nathan Gardels, teorico della «depoliticizzazione» delle democrazie occidentali, entrambe riprese da Michele Salvati in un’intervista di Marco Valerio Lo Prete apparsa su Il Foglio del 12 febbraio, dove dice che «la democrazia è un modo elettorale di scegliere le élite. Il risultato è un’oligarchia selezionata prevalentemente con il metodo elettorale». E ancora, con Lo Prete che riprende un intervento di Salvati del 2009 all’università di Trento «…la maggioranza non è di per sé un criterio normativamente difendibile. Anche se la decisione a maggioranza sembra discendere per conseguenza dal principio democratico, resta tutto da dimostrare che la maggioranza sia in grado di scegliere le persone più adatte al governo o identificare le leggi migliori o le decisioni più opportune». A tutto questo si aggiunge, secondo Salvati, che le democrazie nazionali decidono sempre avendo di fronte una parte ristretta del territorio, quando gli effetti del buongoverno dipendono anche dalle circostanze internazionali. E riprendendo l’analisi classica di Giovanni Sartori, Salvati conclude che la «buona» democrazia «dovrebbe essere una meritocrazia elettiva».
Ma come arrivarci, in presenza di una televisione spesso diseducante, di leggi elettorali senza libertà di scelta (non sanate neppure da meccanismi come le recenti «parlamentarie» del Pd) e di meccanismi elettorali che in buona parte del Sud portano spesso al governo locale persone colluse con la malavita organizzata? Come fare a togliere potere a una classe dirigente mal selezionata se è essa stessa che dovrebbe togliersi quel potere? Selezionare le élite attraverso «cacciatori di teste» non è pensabile su larga scala e sarebbe discutibile sul piano democratico, ma l’introduzione di alcuni criteri tipici della selezione «sociale», come sottoporre i candidati a un test o comunque fargli presentare un curriculum da vagliare, non dovrebbe essere una pratica impossibile, tanto più se reclamata dalla cosiddetta «società civile».

“Élite di qualità, democrazie stabili” di FRANCO MORGANTI dal Corriere della Sera del 14 febbraio 2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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