“Realtà virtuali e abuso dei sondaggi. La politica rimpiange i «nasometri»” di PAOLO FRANCHI dal Corriere della Sera del 6 febbraio 2013

C’è stata una lunga stagione, che non tornerà più, in cui i politici di lungo corso misuravano gli orientamenti degli elettori affidandosi soprattutto a uno strumento particolarissimo che si chiamava nasometro, andava un po’ a spanne, ma difficilmente tradiva. Non erano né maghi né cani da tartufo. Non avrebbero mai potuto esercitare, tramite il nasometro, il loro innegabile fiuto se dietro non ci fossero stati partiti in carne e ossa (grandi, medi e anche piccini), assai radicati nella società e dotati di antenne capaci di captarne, assieme agli interessi e alle passioni, le speranze, le angosce e gli umori. Fu quando il sensorio di partiti ormai in crisi, e snaturati, cominciò a diventare assai meno vigile che i leader si infatuarono dei sondaggi. Con risultati spesso disastrosi. Un esempio per tutti: Bettino Craxi, alla vigilia delle elezioni del 1992, si rigirava tra le mani, a mo’ di rassicurazione, un foglietto stropicciato, zeppo di sigle e di percentuali. Alla voce Psi, un importante istituto demoscopico faceva corrispondere un bel 16,1%, quasi l’1,5% in più rispetto alle elezioni precedenti, che nella logica dell’epoca rappresentava quasi un trionfo: fosse stato ancora in vita qualcosa di simile a un partito, magari il nasometro avrebbe fatto capire al leader socialista che le cose stavano andando in senso completamente, e pure drammaticamente, opposto.
Altri tempi, altre storie. Moriva la Prima Repubblica, la Seconda nasceva con le stimmate di una legge elettorale (il Mattarellum) bruttina assai, ma comunque largamente ispirata a una logica maggioritaria. Basta diatribe per stabilire se mezzo punto in più o in meno rappresentasse o no un’inversione di tendenza. O di qua o di là, o con Silvio Berlusconi o contro Silvio Berlusconi. Per i sondaggi e i sondaggisti un lavoro molto più facile, e dai risultati almeno potenzialmente più attendibili: da stabilire, visto che dei rapporti di forza all’interno delle coalizioni si occupavano i diretti interessati e pochi altri, c’era soltanto chi sarebbe stato, e con quale margine, il vincitore. Tutto chiaro, tutto sin troppo semplice? Almeno per il grande pubblico, mica tanto. Perché la legge imponeva già allora che nelle due ultime settimane di campagna elettorale i sondaggi che i partiti (e non solo loro) continuavano a commissionare restassero riservati. E poteva capitare, come successe nel 2006, che nei quindici giorni in cui telespettatori e navigatori in rete dovevano fare a meno della loro quotidiana scorpacciata di percentuali in movimento, il candidato premier universalmente dato per soccombente (manco a dirlo: Berlusconi) recuperasse più di cinque punti, giungendo a sfiorare la più clamorosa delle vittorie.
Stavolta, si diceva che il particolarissimo bipolarismo della Seconda Repubblica ce lo eravamo lasciati alle spalle: nel senso che, con un centrodestra a pezzi, di poli, di fatto, sembrava ne fosse rimasto uno solo, il centrosinistra, rappresentato come un vincitore pressoché certo ma chiamato, perché la sua vittoria non fosse mutilata, a vedersela con attori nuovi o seminuovi (Mario Monti, Beppe Grillo, Antonio Ingroia), di cui quotidianamente i sondaggi ci hanno segnalato le forze, tutte ragguardevoli o quanto meno significative. Non era così. Le inchieste demoscopiche, quelle più serie ma anche quelle che ogni giorno curiosamente ci comunicano variazioni dello zero virgola persino per partiti che faticano a varcare la soglia dell’1%, nella sostanza concordano. Sì, il Movimento 5 Stelle cresce, e comunque non si sgonfia. Sì, il centrosinistra, sovrastimato nei giorni delle primarie, rimane in testa: però perde colpi. Sì, su Monti e i suoi partner si addensa un consenso relativamente consistente, però il traguardo del 20 o addirittura del 25% di cui si favoleggiava pare, appunto, una favola. Sì. Ma Berlusconi non è affatto una presenza residuale. È tornato, eccome, in partita, in una partita che probabilmente non vincerà, e però combatte come se davvero potesse conquistarsi i suoi Cento Giorni, nella convinzione che, così facendo, quanto meno ne condizionerà in misura significativa l’esito. E a suo modo «naso», cioè a dire intuizione sicura di quel che passa nella testa e nella pancia dell’elettorato profondo, ce l’ha sicuramente, come dimostra da ultimo la «proposta choc» sull’Imu. Ha anche delle chances? I sondaggi, nel cui uso è maestro, dicono di sì, anche se (specie quando, come in questo caso, i sondaggisti già anticipano sui giornali i risultati delle loro rivelazioni) non è facile stabilire in quale misura si limitino a registrare una tendenza effettiva degli elettori, o almeno del campione di elettori intervistato, e in quale invece (di fatto) concorrano a promuoverla. In ogni caso, giocano per lui ma, indirettamente, possono giocare anche per il centrosinistra: se il vero avversario è ancora, come sempre, Berlusconi, tutti gli altri competitori in ultima analisi sono, se non proprio suoi alleati «oggettivi», quanto meno degli elementi di disturbo e dei potenziali fattori di ingovernabilità la cui concorrenza può essere contrastata in nome dell’eterno argomento del «voto utile». Il bipolarismo all’italiana è morto, evviva il bipolarismo all’italiana? Per capirlo, ovviamente, bisognerà aspettare la sera del 25 febbraio. Quando anche i leader delle diverse forze in campo potranno capire se e quanto questa rappresentazione sia reale o virtuale. E forse qualcuno rimpiangerà di non disporre più, o meglio di non aver mai disposto, del vecchio, caro nasometro.

“Realtà virtuali e abuso dei sondaggi. La politica rimpiange i «nasometri»” di PAOLO FRANCHI dal Corriere della Sera del 6 febbraio 2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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