“Giù le mani da Falcone” di ATTILIO BOLZONI da La Repubblica del 31 gennaio 2013

I MORTI bisognerebbe lasciarli in pace. Soprattutto in campagna elettorale. Soprattutto se portano i nomi di Falcone e di Borsellino. Trascinarli nell’arena non onora – mai – la memoria di quegli uomini. E danneggia fortemente coloro che li utilizzano come arma. L’incendio che sta divampando in queste ore sull’eredità contesa dei due magistrati uccisi ventuno anni fa giù in Sicilia, è un incendio che non si spegnerà presto. Ma è anche la prova di come certe ferite non si siano mai rimarginate e di come le divisioni siano sempre più profonde anche dopo tanto tempo. E non solo nella magistratura in tutte le sue varie anime. In particolare, in quella magistratura dell’Antimafia rappresentata da autorevoli esponenticomel’expmdiPalermoAntonioIngroia,l’exprocuratorenazionalePiero Grasso, il procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini. Un’Antimafia così clamorosamente spaccata non si era mai vista prima. La miccia è stata accesa da Ingroia che, per rispondere alle frecciate sulla sua candidatura ricevute da magistrati e organismi giudiziari, ha accostato il suo isolamento a quello di Falcone («Le critiche delle altre toghe nei miei confronti? Successe anche a lui»), poi sono arrivate le parole della Boccassini – magistrato nota per la sua riservatezza, mai un’apparizione pubblica, interviste che si contano sulle dita di una mano («Tra Falcone e Ingroia esiste una distanza misurabile in milioni di anni luce, si vergogni») – infine Grasso, che ha escluso ogni lontano paragone fra i due, il candidato di Rivoluzione civile e il giudice che ha cambiato la storia di Palermo e quella della magistratura italiana.
Ha sbagliato Antonio Ingroia – seppur sotto il tiro incrociato da parte dei suoi colleghi di ogni corrente sin dall’inizio di questa campagna elettorale – a spingersi sul filo dei ricordi e tirare in ballo a qualunque titolo Giovanni Falcone, ha sbagliato soprattutto nel passaggio in cui alludeva all’incarico di direttore degli Affari Penali del ministero di Grazia e Giustizia occupato quando Claudio Martelli era Guardasigilli. Falcone non è mai entrato in politica e non ha mai «collaborato» con la politica: è andato a Roma per riformare la legislazione antimafia, ha semplicemente continuato – su un altro piano – lo straordinario lavoro che aveva cominciato a Palermo con il maxi processo. È stata dura la reazione di Ilda Boccassini e dura ancora di più la replica di Ingroia, con quel riferimento a Borsellino. La ruggine fra i due è antica, i metodi d’investigazione completamente diversi, due “scuole” distanti. Nemmeno il comune grande nemico delle loro procure – Silvio Berlusconi – è riuscito a farli avvicinare negli ultimi dieci anni. La polemica è poi divampata con i rimproveri giunti a Ingroia anche da Maria Falcone e Salvatore Borsellino.
Peccato. In queste elezioni ci sono due magistrati di peso che si candidano al Parlamento, sarebbe uno spreco se l’Antimafia trasferisse – come sta accadendo – nei palazzi della politica tutti i contrasti e tutti i veleni accumulati negli anni precedenti dentrogliufficigiudiziari. L’Antimafiahal’occasionedipresentarsicompattacon proposteperunanuovalegislazione–suipatrimoniilleciti,sull’autoriciclaggio,sullo scioglimento dei comuni, sulla protezione e il reiserimento dei testimoni di giustizia, sugli appalti, sulle contiguità con il potere politico e sulla corruzione – e si dilania invece ancora prima di cominciare l’avventura parlamentare.
Ecco perché chi si candida, chi addirittura fonda un partito, farebbe bene a misurare le parole su questi temi così delicati. E convincersi, superando steccati e rivalità, che l’Antimafia è di tutti.
Scriveva il nostro amico Giuseppe D’Avanzo – naturalmente nessun riferimento ai personaggi citati in questo articolo – nella prefazione di una raccolta di interventi epensieridiFalconeripubblicatadallaRizzolitreannifa:“C’èqualcosadiumiliante in questa ‘sottrazione del cadavere’. È avvilente che la storia di un uomo che abitualmente si ritiene un eroe nazionale, invece di unire, di rappresentare la communitas, quindi quello che noi abbiamo in comune – e dunque un dovere, un debito, la promessa di un reciproco dono (munus) che nessuno può tenere per sé – diventi anche al prezzo di sfigurarne il pensiero un’arma contundente per colpire e annientare l’avversario del momento’. È giusto ricordare queste parole anche perché, dopo più di vent’anni, mentre tutti continuano a citare a proposito o a sproposito Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non conosciamo ancora la verità sulle loro morti.

“Giù le mani da Falcone” di ATTILIO BOLZONI da La Repubblica del 31 gennaio 2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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3 risposte a “Giù le mani da Falcone” di ATTILIO BOLZONI da La Repubblica del 31 gennaio 2013

  1. stefanoturchetti ha detto:

    Un articolo pacato e assolutamente condivisibile, nella forma e nella sostanza.

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  2. adriano ha detto:

    La vera forza della magistratura poggia sulla sua terzietà.
    Appena scendi (o sali…) in politica cambia tutto.
    Il guaio è che si rischia di distruggere una delle poche istituzioni rimaste fuori da miseranda mischia che sta tentando di imporre il populismo becero e pecorone di tanta “serva italia”

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  3. stefanoturchetti ha detto:

    Non sono d’accordo con Adriano…da tempo la Magistratura, come istituzione, si sta distruggendo da sé. E non solo per la biasimevole convulsione politica di tanti ( ancora minoranza, ma folta ! ) , ma proprio per la crescente inadeguatezza. La società è divenuta indubbiamente più complessa, e le leggi a volte si rivelano obsolete. Ma anche i giudici mostrano pigrizia all’aggiornamento culturale, e alla necessità di una crescente specializzazione. Così come non può più esistere l’avvocato tuttologo, e la sola distinzione tra penalisti e civilisti è superata, lo stesso vale per i giudici. La Magistratura è una istituzione in PROFONDISSIMA crisi. E solo l’ombra ingombrante di Berlusconi non rende visibile a tutti questa realtà. E’ bastato che per un anno lui sia uscito dalle cronache, perché il Re si rivelasse quello che è : NUDO (chi scrive ha avuto come padre un giudice, molto diverso da quelli che più spesso si vedono in giro da una ventina d’anni e più, e fa l’avvocato da 27…nelle aule di giustizia c’è praticamente “nato”…).

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