“Cultura, un fine non solo un mezzo” di WALTER VELTRONI dal Corriere della Sera del 27 gennaio 2013

Caro Direttore, quando dissi a Romano Prodi che, da vicepresidente del Consiglio, sarei stato felice di assumere la responsabilità dei Beni Culturali, lui capì che anche quello poteva essere un segno della discontinuità che quel governo intendeva introdurre nella vita pubblica. Se si tolgono le eccezioni di Spadolini e di due tecnici come Ronchey e Paolucci, prima di allora il ministero era l’ultimo nel manuale Cencelli e finiva, quasi sempre ai socialdemocratici. Niente rilievo, niente risorse. Una follia, un reato.
Qual è l’irripetibilità italiana? Forse in Cina potranno tentare di duplicare i tondini di ferro prodotti dalla nostra industria. Ma il Colosseo è irripetibile e i borghi umbri o toscani non fotocopiabili, come le ville venete, Pompei o il sistema dei castelli piemontesi. Quale Paese del mondo ha dentro di sé tanta capacità di raccontare tutta intera la trama del tempo e della civiltà?
Chi vuole leggere la storia dell’uomo e del suo talento, chi vuole capire il Rinascimento e la storia dell’Arte deve passare per l’Italia. I nostri antenati, che avevano la sapienza della cultura, nel Settecento non ritennero il centro storico di San Gimignano o di Spello delle anticaglie da distruggere. Memoria, sapere, senso della storia, orgoglio di un talento che va dagli architetti degli acquedotti a Fellini o a Fontana. Il melodramma e i paesaggi, le grottesche e Cinecittà. Il nostro teatro e l’industria del libro, fino all’insostituibile ruolo delle librerie delle biblioteche. Un sistema che va protetto, salvato dal degrado, valorizzato. Implementato dalla ricerca di nuova bellezza, quella dei nostri artisti, dei nostri fantastici architetti e del nostro design. L’Italia crescerà solo con la cultura che, come la formazione, la ricerca, l’ambiente, è la nostra risorsa naturale.
Per questo hanno ragione Galli della Loggia ed Esposito a proporre di mettere al bando le legittime paure del dopoguerra e di dotarsi di un vero ministero della Cultura. Sempre in quel governo, che durò solo due anni, riuscimmo, prima di essere fatti cadere, a compiere un importante passo in avanti costituendo il ministero dei Beni e delle Attività Culturali, aggiungendo dunque al perimetro tradizionale tutta l’industria culturale, con l’eccezione del sistema televisivo.
La cultura, fa bene ricordarlo, è una invenzione delle modernità. È celebrazione delle capacità creative dell’uomo, della sua vocazione a superare se stesso. Cultura è creatività, competitività, crescita. È libertà. La cultura si mangia, anzi si respira, e non deve cercare giustificazioni economiche fuori di sé. È un fine, non solo un mezzo.
Un ministero che non ha visto la luce fino a oggi per lo spauracchio del Minculpop fascista. Ma anche, diciamoci la verità, a causa di un Paese diviso da una sciagurata guerra ideologica, che ha ancora paura della sua ombra e che se vuole riprendere a crescere deve ritrovare unità a partire dall’amore e dall’orgoglio di sé. Nel 1997, e malgrado una manovra di 60 mila miliardi di lire in un periodo di profonda crisi, il ministro dell’Economia Carlo Azeglio Ciampi non ebbe nulla a eccepire quando chiedemmo un aumento del bilancio da 1700 miliardi nel 1995 a 2600 miliardi del 1998 e 4000 miliardi a fine legislatura.
Investimenti che permisero di riaprire la Reggia di Venaria Reale, palazzo Altemps, gioielli incredibilmente chiusi come la Galleria Borghese, di avviare il restauro di molta parte del patrimonio e di rilanciare i finanziamenti a cinema e spettacolo. Quando nel 2009 guardavamo a Francia e Germania che in risposta alla crisi investivano di più in cultura, potevamo guardare anche a noi stessi.
Oggi siamo al ridicolo, con un budget che nel 2013 è regredito alla metà del 1998. Una cifra che non solo rende difficile garantire le prerogative amministrative, ma che non permette di valorizzare ciò che di meglio abbiamo e riusciamo a fare per riprendere il cammino dello sviluppo. Segnalo solo un caso, per me gravissimo: lo stato di totale abbandono in cui versano i nostri archivi, presidio fondamentale della nostra storia e identità.
Sappiamo ormai che la stagione della crescita insostenibile è finita e che se vogliamo assicurarci un futuro dobbiamo investire in una nuova sintesi tra civiltà e natura, così già riccamente stratificata nella nostra storia culturale. Si è guardato molto alla tradizione americana, ultimamente, chiedendo un maggiore intervento dei privati. Che è auspicabile se significa responsabilizzazione della società civile, pluralismo liberale e diffusione di quel consenso sociale così fondamentale alla conservazione e alla tutela. Se significa strappare ad ogni forma di controllo partitico la vita delle strutture culturali. Non lo si può fare, però, se implica disimpegno del pubblico, perché non funziona. Nessuno, infatti, se la sente di investire in un settore opaco e malsicuro.
Negli stessi Stati Uniti, tra governo federale e singoli stati nel 2005 si spendevano tra 90 e 166 dollari pro capite, mentre in Italia si rimaneva fermi a 36 euro. A favore di una maggiore partecipazione dei privati si è fatto molto e si deve continuare. Ma si deve tenere conto della specificità italiana, dove beni fragilissimi richiedono che le somme devolute da fondazioni, imprese, associazioni vengano gestite secondo priorità e modalità coordinate da competenze che soltanto un ministero più forte, un vero ministero della Cultura, può garantire.

“Cultura, un fine non solo un mezzo” di WALTER VELTRONI dal Corriere della Sera del 27 gennaio 2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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