“Le prime due cose da fare per la scuola italiana” di Mila Spicola da L’Unità del 24 gennaio 2013

Su scala internazionale si è attivato negli ultimi anni, in campo educativo, un confronto tra le politiche scolastiche dei singoli paesi mirato al miglioramento globale in cui la scuola italiana si attesta su valori complessivi sotto la media. Questo significa che si conoscono e si possono applicare modelli e politiche sperimentate con successo altrove?Certo studiarli eviterebbe le superficialità che in più di un’«agenda» stiamo scorgendo, laddove prendono come esempio modelli o riforme scolastiche che si sono ampiamente dimostrati fallimentari (su tutti quella di Blair). Dimostrando superficialità e incompetenza. Il sistema d’istruzione di un Paese attiene al simbolico e all’identitario di una nazione, e non è detto che ciò che va bene in Finlandia o in Corea del Sud (in cima alle classifiche per qualità e risultati)possa essere trasferito toutcourt nelle nostre scuole a meno delle necessarie cautele sperimentali. In questi giorni siamo sommersi di proposte del tipo «le cinque cose da fare subito per salvare la scuola». Il «subito» non attiene ai tempi lunghi di sperimentazione delle decisioni assunte in ambito educativo.Le necessità comunicative elettorali devono semplificare problemi complessi, ma la semplificazione spesso è approssimazione. La scuola italiana è un sistema a macchia di leopardo, con eccellenze e carenze e concontesti così vari da non poterne prescindere quando si pensa a impossibili ricette unitarie salvifiche. Possiamo però dare dei margini di priorità di intervento. La prima è sicuramente l’edilizia scolastica. La seconda è l’azione sugli insegnanti: vera valvola di accensione del cambiamento. Se non si agisce sul fattore «docenti»non si agisce sul sistema. Lo dice il rapporto The learning curve illustrato recentemente a Bruxelles, che ha analizzato sistemi d’istruzione di 40 Paesi. Per Andreas Schleischer, vicepresidente del settore educazione dell’Ocse, «i sistemi scolastici di alto livello devono prestare grande attenzione al modo in cui selezionare, formare e aggiornare il corpo docente. Bisogna studiare strategie per rafforzare la pratica e la condivisione di conoscenze, per mettere gli insegnanti nella condizione di ampliare e aggiornare sempre meglio le proprie strategie pedagogiche». Quando si parla in Italia di valorizzazione degli insegnanti non leggo nulla di tutto ciò. Leggo,come fattori per valorizzare i docenti, di orari, di stipendi, di riconoscimento del merito: sono solo conseguenze (per lo più di tenore sindacale) di altre azioni che dovrebbero adottarsi. Si deve agire sulla qualità della formazione, sul rigore e sulla certezza nella selezione e sulla continuità dell’aggiornamento in servizio. Basterebbero queste tre corse per capovolgere il destino della scuola. Selezionare,formare aggiornare il corpo docente:ecco dove siamo enormemente carenti. Abbiamo un sistema di formazione universitaria inadeguato ai tempi e ai compiti: ha lo stesso impianto di 30 anni fa. La maggior parte dei colleghi non ha mai studiato tematiche inerenti la didattica o la pedagogia, perché non era richiesto nei concorsi e non era compreso nel loro corso di studi. Abbiamo un sistema di selezione della classe docente che definire folle è un eufemismo: non diventi insegnante perché risulti il più bravo in un processo selettivo, bensì per puro allineamento di costellazioni planetarie favorevoli. Abbiamo una pratica concorsuale non all’altezza nel selezionare. Non esiste concorso svolto negli ultimi venti anni che non sia stato funestato da migliaia di ricorsi. E infine l’assurdo: non esiste da almeno 30 anni un sistema nazionale di aggiornamento. La grande stagione riformista della scuola negli anni 70 basava il sistema scuola proprio sull’aggiornamento costante e in servizio del docente. L’insegnante è un ricercatore, insegnare è una scienza umana. Se smette di esserlo inficia la qualità del risultato. Si potrebbe obiettare: con la scuola autonoma tutto ciò è demandato alla singola scuola. La scuola autonoma non ha energie, risorse, né competenze per gestire da sola la questione dell’aggiornamento. Per le linee guida generali dovrebbe essere coordinato e monitorato a livello centrale e nazionale di concerto e in osmosi con gli istituti universitari locali di ricerca educativa, con immediate ricadute positive per entrambi, su tutte l’annullamento della marginalità di azione e considerazione sociale. Sono tre azioni da adottare subito per valorizzare gli insegnanti. Oltre che a migliorare la qualità del servizio offerto diventerebbe più semplice misurare e valutare la quantità e la qualità di formazione iniziale e di aggiornamento in servizio, le ore necessarie a farlo e la possibilità di produzione di azioni e di contenuti utili per il mondo educativo in termini di avanzamenti, aumenti o premialità. Per un docente continuare ad apprendere fondamentale per agire a livello motivazionale, per ricreare un senso comune d’intenti e a diffondere la convinzione personale e collettiva di poter riuscire a fare la differenza nell’educazione dei propri ragazzi.

“Le prime due cose da fare per la scuola italiana” di Mila Spicola da L’Unità del 24 gennaio 2013

Annunci

Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
Questa voce è stata pubblicata in / e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.