“IL MESTIERE DELLA VERITÀ” di GIOVANNI TIZIAN da La Repubblica del 24 gennaio 2013

Io, sotto scorta per i miei articolivi racconto perché le coschehanno paura dei cronisti liberi

«GLI spariamo in bocca ». E io ignaro corro ogni giorno a caccia di una notizia, piccola o grande
che sia.
Stretto tra precarietà e pericolo. È incredibile come un pezzo dinovanta righe scritto su un quoti
diano locale possa mettere in crisi unsistema dai contorni mafiosi ben radicato. In questo Paese raccontare la verità può costare molto caro. Possonofartela pagare con la violenza. Sguainando le pistole. Oppure attraversometodi più raffinati. Esercitando pressioni sulle persone giuste, sugli insospettabili, per esempio. Pur se menograve per l’incolumità personale, èdrammatico dal punto di vista etico. Èsintomatico di un’Emilia, e del Nord ingenerale, dove è diventato fin troppofacile per i mafiosi agganciare professionisti disposti a muovere le pedinegiuste per agevolare gli scopi dell’organizzazione criminale. In cambio diun’entrata extra a fine mese e di unaprotezione armata ai loro affari.
Nella mia situazione ci sono altribravissimi colleghi. Penso a Lirio Abbate, Rosaria Capacchione, RobertoSaviano. E ai tanti cronisti di provinciain terre di frontiera costretti a subire
minacce quotidiane. Esempi di giornalismo vero, di “giornalismogiornalismo”. Armati di pc, penna e quaderno, cerchiamo di svolgere al meglio lanostra funzione: informare. Raccontare ai cittadini il lato nascosto dellarealtà.
Da un anno e qualche mese vivo sotto scorta. La protezione è stata decisad’urgenza il 2-2 dicembre 2-011, dopoavere ascoltato la telefonata tra GuidoTorello e don Nicola Femia, detto“ Rocco” in cui progettano di zittirmi. Ilre delle slot, Femia, chiede aiuto al dottor Torello, che prende carta e pennaper appuntarsi nome del giornale e delgiornalista. Le loro intenzioni? Ammazzarmi, forse. O più probabile farepressioni su qualcuno di importante a-Modena per incatenarmi le mani espezzarmi
la penna.
Ma che segreti nasconde “Rocco” datemere le inchieste giornalistiche di ungiovane cronista di provincia. Cela unpassato di arresti per narcotraffico, daalleato delle cosche della Locride. E unpresente da impresario del gioco legale. Da ricco imprenditore delle videoslot, forte dei suo metodi mafiosi, secondo l’accusa, con cui si è imposto nelmercato. Controlla attraverso familiari e prestanome decine di società chenoleggiano le macchinette mangiasoldi e le ricariche per il poker online.
L’impero della Holding Femia, sconosciuto fino al 2-010, più di tutto teme la parola, la carta, l’informazione. Di luiavevo riportato affari, amicizie, trascorsi. Provocando una reazione brutale.
Mi occupai la prima volta di “Rocco”, conosciuto agli atti anche come “u-Curtu”, nel 2010. Un’inchiesta di duepagine sul controllo mafioso dei videopoker prima e delle slot dopo. Raccontavo di un passaggio di testimonetra clan dei Casalesi — dagli anni ‘9-0leader del settore nel Modenese — e la‘ ndrangheta. La mafia calabrese è oggiin grado di fornire consulenze alle altre organizzazioni intenzionate a investire nel gioco d’azzardo legale, la quale, va ricordato, è la terza economia delPaese. E proprio di offerta di servizi sitrattava quando tra le pagine di un’inchiesta sul clan dei Casalesi trovai il nome di Nicola Femia. Era il 2-009 e lui unperfetto sconosciuto agli investigatorilocali e ai giornali.
In quell’inchiesta il clan di Gomorrachiama di continuo “Rocco”. A lui richiedono ricariche per il poker online.
Gli uomini del boss Nicola Schiavone, ilfiglio del noto “Sandokan”, hanno affidato a Femia il compito di rifornirli della materia prima: le card con cui i clienti possono giocare migliaia di euro a serata. Da lì partì per mettere insieme ipezzi della futura indagine giornalistica. Intrecciai semplicemente alcuni fatti emersi da documenti di diverse procure. A qualcuno però quelle due pagine non andarono giù. Ma, avranno pensato, sarà un caso, e lasciarono correre.
L’anno successivo, a dicembre 2-011, la Guardia di Finanza di Caltanissetta sequestra alcune società di noleggiovideoslot.
Tra queste una ditta con sede a Modena e legata a Cosa nostra. Ilcapo servizio, oltre a raccontare lacronaca con carte alla mano, mi chiede un approfondimento. Ne vienefuori un articolo in cui racconto lalunga vita imprenditoriale di “Rocco”. Ma soprattutto lo metto in relazione alla ‘ndrangheta lombarda.
Metto a nudo le amicizie di cui gode il“ re” emiliano del gioco. Amico delboss Leonardo Valle e del suo braccioeconomico Giulio Lampada. Entrambi, secondo gli investigatori, espressione raffinata del potenteclan Condello di Reggio Calabria.
Racconto di quando Giulio Lampadachiama “Rocco” per organizzare unacena elettorale in Emilia. In previsione delle politiche del 2-008 e a sostegno di un candidato dell’Udc di Reggio Emilia. Infine ho scritto delle avventure societarie di Femia la settimana scorsa. Raccontando il suo rapporto di conoscenza con un altro nome di primo piano delle ‘ndrinelombarde: Paolo Martino, fedelissimo, secondo i magistrati, della fami-gerata cosca De Stefano di Reggio Calabria.
Al secondo approfondimento apparso sulla Gazzetta, Femia decideche devo smettere di scrivere. Forseimpaurito dalla possibilità che partano indagini sul suo patrimonio. Telefona al faccendiere di Asti, Torello, per chiedere un disperato aiuto: zittirmi, in qualsiasi modo. E il professionista, che Femia chiama “Dottore”, si dimostra disponibilissimo.
«Dammi il nome », «lo facciamo smettere », e via discorrendo, fino a ipotizzare una cordata tra giornale e magistratura fatta di scambio di notizie sulconto di Femia. Conclude Torello: »Seno gli spariamo in bocca ». Frasi glaciali, pronunciate con una calma chefa tremare ancor più della minacciastessa. Come se stessero elaborandoun piano industriale in cui la vitaumana passa in secondo piano.
Le parole, a volte, fanno più maledelle pistole. E ora, un pezzo della storia si è chiusa con l’arresto del gruppoimprenditoriale —“ criminale” di Femia e dei suoi complici. Per quanto riguarda me, nessun dubbio o ripensamento. Con la testa e gli occhi continuerò a raccontare la cruda verità e leingiustizie di questa Italia fatta a pezzi da interessi e giochi criminali, chepiù di ogni altra cosa temono le parole e l’informazione.

“IL MESTIERE DELLA VERITÀ” di GIOVANNI TIZIAN da La Repubblica del 24 gennaio 2013

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “IL MESTIERE DELLA VERITÀ” di GIOVANNI TIZIAN da La Repubblica del 24 gennaio 2013

  1. casar46 ha detto:

    Bravo giovanni, ti ringrazio del tuo lavoro, e mi raccomando di diffidare di chiunque. Credo che per conoscere le attività mafiose, bisogna imparare a pensare da mafiosi, e agire ponendosi sempre la domanda… “dove potrei investire per motiplicare i profitti”, una volta entrato in questa visione delle cose da mafioso, e conoscendo la storia passata dei protagonisti, si potrebbero anche prevedere anticipatamente le strategie, che mi paiono spingersi nel campo dell’accreditamento legale di attività che attingono capitali dal cor busines mafioso.

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