“Precariato a vita per la Generazione Y” di Massimo Gaggi dal Corriere della Sera del 28 dicembre 2012

Non solo flessibili e disposti a vivere nella precarietà. Ai giovani della «generazione Y», i nati negli anni Ottanta e Novanta che faticano a mettere radici nel mondo del lavoro, viene chiesto sempre più spesso, almeno negli Stati Uniti dell’alta tecnologia, di adattarsi a una logica di cambiamento continuo in aziende con gerarchie ridotte al minimo i cui capi sentenziano che «una road map di tre mesi è l’unico orizzonte ragionevole se vuoi fare scelte sensate, in una realtà che cambia in fretta».
Una scelta che suona come una condanna al precariato a vita. Inaccettabile soprattutto per chi è cresciuto in un sistema di tutele sociali che richiede una certa stabilità delle strutture produttive e del mercato del lavoro. Ma oggi le aziende Usa più innovative — quelle digitali come Foursquare, ma anche produttori tradizionali come Nike — si affidano a cervelli selezionati tra quelli che hanno la capacità di organizzare il caos. Manager trentenni, spesso addirittura ventenni, chiamati flux leader: gente che prova a rifondare le nozioni di stabilità e di leadership in un mondo senza più certezze industriali.
Questa rivoluzione obbliga tutti a essere non solo più produttivi, ma anche ad avere più iniziativa, a stimolare la propria creatività. A guidarla, come detto, ci sono dirigenti giovanissimi. Ma tra i loro superconsulenti troviamo anche gente come il generale Stanley McChrystal, 58 anni, l’ex comandante delle forze Usa in Afghanistan costretto a dimettersi due anni e mezzo fa per aver criticato pesantemente la Casa Bianca in un’intervista a Rolling Stone, è diventato un prezioso maestro di cambiamento e di leadership: cambiamento perché, pur venendo da una struttura burocratizzata come il Pentagono e da corpi superaddestrati, a Kabul ha dovuto reinventare tutto per adattarsi a condizioni — territorio lunare, popolazione tribale, modi di combattere mai visti prima — lontane da quelle contemplate dai manuali. Leader perché, dopo aver decentrato le decisioni, anche aziende tecnologiche come Google ora riscoprono l’importanza delle gerarchie.
Certo, sono cambiamenti che per ora riguardano soprattutto le imprese tecnologiche più innovative, ma l’ultimo numero della rivista Wired, analizzando quello che bolle in pentola in America nel mondo della robotica, prevede che in futuro il 70 per cento dei lavori compiuti da gente in carne e ossa verranno svolti da macchine che sostituiranno non solo contabili e autisti, ma anche medici, insegnanti, giornalisti, poliziotti. Perfino atleti e artisti. Gli uomini diventeranno ancora più umani, potremo inventare nuovi lavori che contano, esulta la rivista americana. Ma i giovani millennials che, benché tecnologici e agguerriti, oggi faticano a trovare sbocchi, per adesso non esultano affatto. I meccanismi che nei secoli scorsi hanno trasformato le rivoluzioni industriali in motori per la creazione di nuovi mercati sembrano inceppati.
massimo.gaggi@rcsnewyork.com

“Precariato a vita per la Generazione Y” di Massimo Gaggi dal Corriere della Sera del 28 dicembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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