“LA COSA PUBBLICA DA SALVARE” di RAFFAELE SIMONE da La Repubblica del 18 dicembre 2012

Da tempo in Europa soffia un vento di ostilità e perfino di odio verso tutto quel che è “pubblico”, cioè che funziona in tutto o in parte con soldi provenienti dalle tasche dei contribuenti. Tra i paesi in cui il vento è oggi più tagliente sono l’Italia e più ancora la Spagna, dove il governo Rajoy (insieme a varie amministrazioni locali, a partire da quella di Madrid) si è messo d’impegno per smantellare una varietà di colonne della struttura pubblica, cominciando da scuola e sanità e puntando poi su trasporti urbani e servizi sociali. In altri paesi, come gli Usa, l’odio anti-pubblico non esita neanche a confessare le proprie motivazioni ideologiche: gli avversari della riforma sanitaria di Barack Obama (a partire da Mitt Romney) ammettono senza mezzi termini che non tocca allo Stato occuparsi delle persone che… hanno bisogno di aiuto.
Il motivo di quest’avversione è molteplice: da un lato il “pubblico” è considerato emblema di spreco e corruzione; dall’altro sulle strutture pubbliche si appunta l’interesse dei privati: le scuole ad esempio fanno gola (in Spagna come in Italia) agli enti religiosi, la sanità e i trasporti al grande capitale. L’ideologia demolitoria che nasce da quest’atteggiamento incappa però fatalmente nell’errore di far di ogni erba un fascio. “Pubblico” è infatti un termine ambiguo, perché indica sfere molto disparate. Da una parte sono pubbliche le attività economiche in cui intervengono lo Stato o gli enti locali; dall’altra sono pubblici i grandi servizi generalisti (poste, scuole, ospedali, biblioteche, musei, servizi sociali, trasporti…). Il primo gruppo è il prodotto e l’icona di quel che si chiama “statalismo”. Lì, il pubblico si manifesta sotto forma di aziende finanziate dai contribuenti (come la Rai), ma anche come
sostegno finanziario all’impresa privata, senza contare la creazione incontrollata di società da parte di enti locali di tutti i livelli.
La presenza pubblica nell’economia finanziaria e manifatturiera è un residuo storico dei totalitarismi, di destra e di sinistra, che hanno creato il profilo dello Stato-tutto: in Italia l’Iri (tipico esempio di presenza pubblica nell’economia) fu una creazione del fascismo, così come il suo omologo spagnolo, inventato dal franchismo. E l’antifascismo non ebbe motivi per alleggerire la presenza pubblica nell’economia (lo denunciava già Luigi Sturzo subito dopo la guerra). Nel secondo blocco, invece, il pubblico opera nei grandi sistemi di servizi, quali la scuola, i trasporti o i servizi sanitari. Se in questo blocco la presenza pubblica è degenerata, lo si deve al degradarsi di un movente originariamente innovativo. La creazione di una scuola e una sanità pubbliche furono infatti, in Europa, indiscutibili conquiste delle sinistre (per questo, ciò che chi odia il pubblico odia davvero sono le acquisizioni democratiche). Per contro, l’infiltrazione del pubblico (e di folle di personale parapolitico spesso incompetente) in ambiti come i beni culturali, le arti e la creatività, il turismo, lo sport, ecc., fu un mezzo per esercitare controllo e creare prebende ad amici e clienti.
Questi distinguo dovrebbero aiutare a capire che la giusta lotta allo statalismo non deve distruggere anche quel che il pubblico ha di buono. Il rispetto della storia e il vantaggio generale imporrebbero di salvare gli ambiti in cui la presenza pubblica è una conquista, dalla scuola alla sanità ai beni culturali, potando invece senza esitare quelli in cui il denaro di tutti serve solo a finanziare privilegi e caste.

“LA COSA PUBBLICA DA SALVARE” di RAFFAELE SIMONE da La Repubblica del 18 dicembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “LA COSA PUBBLICA DA SALVARE” di RAFFAELE SIMONE da La Repubblica del 18 dicembre 2012

  1. stefano ha detto:

    Sono stato bravo. Ho letto fino alla fine. E sono stato premiato, perché l’incipit era stato veramente imbarazzante. Parte centrale e finale viceversa condivisibili. Ovviamente per altri sarà l’opposto. Però il punto è un altro : sforzarsi di leggere anche ciò che si pensa contrario alle proprie convinzioni. Si possono avere delle sorprese.

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