“Per ritrovare fiducia nel futuro bisogna cominciare dalle università” di IVAN LO BELLO dal Corriere della Sera del 14 dicembre 2012

Caro direttore, in Italia spendiamo ogni anno 9,4 miliardi di euro per le baby pensioni, mentre per il finanziamento delle università solo 7 miliardi. È evidente che l’Italia non investe sul futuro. I giovani oggi non hanno più fiducia nelle università, nonostante nel nostro Paese vi siano numerosi atenei eccellenti e in grado di competere con le migliori università europee. Secondo l’ultima indagine Ocse, condotta sugli studenti di scuola secondaria, solo il 41% dei quindicenni italiani ha intenzione di proseguire gli studi accademici mentre in Corea del Sud sono oltre l’80%.
Siamo di fronte a una crisi di fiducia soprattutto inter-generazionale. Gli «adulti» non riescono a staccarsi da posizioni difensiviste e corporative. I giovani non riescono a trovare gli stimoli per essere artefici del proprio destino. L’università fin dalle sue origini, uno strumento di innalzamento della condizione personale e di sviluppo integrale della società, oggi non riesce a svolgere il compito essenziale di essere motore di giustizia sociale e di meritocrazia. Ma l’opinione pubblica rimane indifferente. Fino a quando non diventerà la questione prioritaria del Paese, di cui si parlerà, nelle officine, nelle aziende, nelle famiglie, l’università italiana, nella media, sarà destinata a peggiorare. Abbiamo fatto proliferare «università condominiali» in tutto il Paese e abbiamo progressivamente disinvestito sulla qualità dell’università, rendendo sempre più difficile ai nostri migliori atenei competere ad armi pari nello scenario internazionale. Mentre negli Usa quando nasce un figlio si accende un mutuo per finanziare il college, da noi l’università è nell’immaginario collettivo una spesa pubblica improduttiva, per non dire assistenzialismo a basso costo.
Ci siamo ritrovati con una università finanziata da una sorta di Robin Hood alla rovescia, che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Infatti, come hanno ricordato Andrea Ichino e Daniele Terlizzese sul Corriere della Sera del 10 dicembre, la differenza tra il costo per lo Stato di uno studente universitario (da 7 a 15 mila euro) e le basse rette italiane (che non superano di norma i 1.500 euro) è paradossalmente a carico delle famiglie a basso reddito. Per cui ogni anno in Italia avviene un trasferimento ingente, di circa 2,5 miliardi di euro, dalle famiglie con reddito inferiore ai 40.000 euro lordi annui, a quelle con reddito superiore. È indispensabile aumentare le tasse universitarie per le famiglie più ricche, destinando una parte delle maggiori entrate ad un fondo per finanziare la mobilità degli studenti, sia in altre università italiane, sia all’estero. Ma non basta. Noi spendiamo per il diritto allo studio uno scandaloso 0,12% del Pil, mentre la media Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) è dello 0,25%, il doppio. Come è noto, da alcuni anni, decine di migliaia di studenti italiani che ne hanno diritto non possono usufruire delle borse di studio per mancanza di finanziamenti. Va poi, come suggerisce giustamente Ichino, eliminato il tetto alle tasse universitarie consentendo alle università di determinarle liberamente destinando una quota significativa degli introiti alle borse di studio.
Oggi le università non possono esigere tasse per un importo che superi il 20% del Fondo di finanziamento ordinario (Ffo). Dunque se lo Stato riduce il finanziamento, le università sono costrette paradossalmente ad avere meno introiti dalle rette. L’idea di un’università come «turris eburnea», chiusa alla contaminazione con la società e il sistema economico è definitivamente crollata. Oggi l’università funziona se crea competenze. Serve dunque professionalizzare le lauree triennali, prevedendo in determinati settori tecnico-scientifici di svolgere il terzo anno in apprendistato in impresa, attivare i nuovi dottorati industriali, diffondere i percorsi di alternanza. La poca fiducia e il disorientamento verso l’università sarà la poca fiducia e il disorientamento verso la società che vogliamo costruire. È una questione cruciale, che va risolta. L’università può svolgere un ruolo prezioso per la rinascita italiana, ma bisogna dare a rettori intraprendenti e docenti aperti le regole giuste per giocare ad armi pari in uno scenario che si è fatto globale.
Vicepresidente per l’Education di Confindustria

“Per ritrovare fiducia nel futuro bisogna cominciare dalle università” di IVAN LO BELLO dal Corriere della Sera del 14 dicembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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