“Quei vizi e difetti che evitiamo di guardare (e di risolvere)” di LUCREZIA REICHLIN dal Corriere della Sera dell’11 dicembre 2012

Per fare un bilancio del governo Monti e per capire cosa possiamo aspettarci da chi ci governerà in futuro ci sono delle verità che è pericoloso nascondere.
La crisi economica italiana non è frutto della fragilità dell’euro o dello choc globale che ha portato in recessione tutti i Paesi del mondo nel 2008. Sicuramente queste scosse esterne sono state un fattore aggravante, ma la crisi del nostro Paese ha radici lontane e tutte italiane.
Questo rende il compito del risanamento molto difficile e spiega perché sia così difficile innestare un processo di riforma senza che gli effetti siano profondamente divisivi. All’inizio degli anni Settanta l’Italia raggiunge il livello di Prodotto interno lordo (Pil) pro capite di Paesi come Francia e Germania. Da quel momento fino all’inizio degli anni Novanta, cresce come loro, a un tasso, sempre in termini di Pil pro capite, del 2%. Ma è proprio da quegli anni che comincia il nostro declino. L’Italia si distanzia dai Paesi del cuore dell’Europa avanzata e cresce, fino alla crisi recente, di circa l’1%: più di un punto in meno. Il debito pubblico, dopo un periodo di aggiustamento al ribasso guidato dai governi tecnici dei primi anni Novanta, riprende a crescere in relazione al Pil. Quei quindici anni di stagnazione non corrispondono né all’esperienza di Francia e Germania, né a quella dei Paesi piu poveri della periferia europea che negli anni dell’euro vivono un boom che li porta ancora oggi, nonostante la crisi, ad avere livelli di vita piu alti che prima della nascita della moneta unica. Rispetto al 1999, la posizione di reddito relativa della Spagna in Europa è migliorata, quella dell’Italia è peggiorata.
Dopo la stagnazione viene la grande crisi e poi la quasi implosione dell’euro, eventi che sembrano avere origini esterne, ma i cui effetti devastanti sulla economia reale non si possono capire senza analizzare quei quindici anni di stagnazione precedenti. A quelli si sommano cinque anni di declino, quindi arriviamo a venti anni. Questo è un fatto unico nelle economie avanzate del dopoguerra. La combinazione di stagnazione e declino economico va al di là, per durata e gravità, del famoso decennio perduto del Giappone degli anni Novanta che ha ricevuto cosi tanta attenzione di cronaca ed è stato oggetto di molti studi.
Il tema che dovrà affrontare il prossimo governo è come innescare l’inversione di questo declino di lungo periodo. Ma il compito è difficile perche un Paese che ristagna o si contrae per vent’anni e che si tiene insieme grazie all’effimero effetto del debito pubblico fa fatica a trovare la forza per cambiare. La stagnazione crea stagnazione. Non solo perché, come si dice, i politici sono corrotti o inconcludenti, ma perché tutta la società e diventata restia al cambiamento, diffida di chi e diverso da sé e teme mutamenti che potrebbero ridurre la sua posizione relativa quando la torta si e ristretta.
Ci ricorda Giuseppe De Rita, nell’ultimo rapporto Censis, che nella crisi l’Italia ha però trovato una sua forza di resistenza che la ha aiutata a sopravvivere. Questa Italia resiste, ma non capisce né approva il messaggio della urgenza del cambiamento che il governo tecnico forse in modo astratto e pedagogico ha voluto dare ai cittadini. È stato questa mancanza di dialogo il limite di questo governo? Il messaggio di De Rita non si può non recepire: nessun Paese cambia se il progetto non ha radici nella profonda convinzione e partecipazione di pezzi importanti della società. Ma come il Giappone, l’Italia ha una società che come effetto della stagnazione prolungata si è arroccata su posizioni difensive e fondamentalmente conservatrici. Senza riscoprire una energia radicale e innovatrice in noi stessi e senza la mobilitazione di soggetti che credano all’urgenza del cambiamento e aprano un rapporto creativo tra governo e governati abbiamo di fronte a noi un declino.

“Quei vizi e difetti che evitiamo di guardare (e di risolvere)” di LUCREZIA REICHLIN dal Corriere della Sera dell’11 dicembre 2012

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Informazioni su QuintoStato

Giovanni Taurasi vive a Carpi (MO). Fa parte dell'Assemblea Nazionale del PD eletta l'8 dicembre 2013. Laureato in Storia contemporanea a Bologna, ha conseguito nel 2002 il dottorato di ricerca presso l’Università di Pavia e svolto attività di ricerca per l'Univerità di Modena e Reggio Emilia ed enti pubblici e privati. All’attivo ha una trentina di pubblicazioni, tra cui cinque volumi monografici sulla storia del '900, curatele di volumi, mostre, saggi e articoli su riviste di storia. Dipendente della Regione Emilia-Romagna.
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Una risposta a “Quei vizi e difetti che evitiamo di guardare (e di risolvere)” di LUCREZIA REICHLIN dal Corriere della Sera dell’11 dicembre 2012

  1. stefano ha detto:

    Ritengo molto acuto l’intervento della Reichlin, che ricordo economista di prestigio internazionale. E che dovrebbe far riflettere come tante cose che non vanno da noi non dipendono né da un destino cinico e baro e nemmeno da un Demone che ci ha dominati. Noi italiani cambiamo solo se costretti, e ognuno difende con le unghie e coi denti le rendite di posizione acquisite.

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